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Il contributo di Massimo Gaggini

Umiltà e lungimiranza.

Umiltà per riconoscere una volta per tutte che il Terzo Polo non è fallito perché un giorno, a torto o a ragione conta ben poco, qualcuno ha deciso di fare saltare il banco.

Il fallimento era intrinseco nel suo atto di nascita cioè quando, il giorno dopo le elezioni, la promessa elettorale di costruire veramente qualcosa di nuovo è stata tradotta nella sommatoria dell’esistente.

In politica vige la regola matematica che quando si sommano più debolezze ne viene fuori una elevata alla potenza pari al numero delle debolezze sommate.

In più sterilizza la classe dirigente già precostituita che, al di là di tutta la retorica sulla apertura e coinvolgimento della società civile che è una costante di operazioni di questo tipo, riduce il ruolo degli elettori a quello di “truppe cammellate” a sostegno di se stessa.

La federazione rimasta nella stragrande maggioranza dei casi aleatoria, il negativo risultato alle regionali che definirlo al di sotto delle aspettative è un eufemismo, l’irrilevanza della tecnocrazia della competenza, la deleteria scelta di promuovere il tesseramento ognuno per proprio conto nella sterile ricerca del tesserato in più utile per rivendicare la guida, ai vari livelli, del futuro partito , hanno reso il tutto un vaso vuoto che quando è stato frantumato, drammaticamente, non è uscito un bel niente.

Noi, che abbiamo volutamente scelto di rappresentare la terza gamba del fu Terzo Polo, dobbiamo avere l’umiltà di riconoscere di essere stati complici del fallimento in quanto abbiamo lasciato che gli eventi scorressero come l’acqua del fiume fino ad arrivare alle rapide con la relativa cascata.

Non possiamo dirci stupiti o maledire chi ha “rovinato tutto” quando, non cogliendo gli eloquenti segnali del fallimento, non abbiamo mosso un dito rifugiandosi nel classico “lasciamoli fare, pensiamo a noi” per poi ritrovarsi con un pugno di mosche in mano.

Da Bologna a oggi abbiamo preso tempo interrogandoci sul che fare più che altro nella speranza che qualcuno si rimettesse a rincollare i cocci.

Oggi è tempo di decidere, ce lo siamo detto e ridetto ma per decidere occorre lungimiranza.

La lungimiranza di guardare al futuro è una strada fatta di precisi punti fermi.

Il primo è che il Terzo Polo così come si è ipotizzato e concretizzato è morto e sepolto e non per la testarda e reciproca incompatibilità dei due leader ma per la totale perdita di credibilità nei confronti degli elettori.

Sarebbe il festival dell’assurdo ripresentarlo come valida e nuova offerta politica in alternativa al populismo sovranismo illiberale dilagante.

Il secondo è che le elezioni europee, che dovevano rappresentare il primo banco di prova del partito unico, sono definitivamente, drammaticamente per le conseguenze politiche, compromesse.

Compromesse in quanto qualunque sia l’alchimia che decideremo e riusciremo di applicare: dalla lista con dentro tutti, alla lista con fuori qualcuno fino a presentarsi da soli è come fare il campionato di calcio condannati a lottare per non retrocedere e che nel nostro caso significa evitare la ghigliottina del 4%.

Inutile guardare i sondaggi, sappiamo fin troppo bene che in politica 1+1+1 non fa mai 3.

Se siamo bravi fa 4 in caso contrario fa 2 e anche meno.

Comunque sia il superamento della soglia della ghigliottina non garantisce in alcun modo per Renew Europe il mantenimento della terza posizione nello scacchiere politico del parlamento europeo.
Certamente lascia sgomenti l’assurda pretesa da parte di Calenda e Renzi di ridurre il tutto alla conta dell’ultimo voto per poi fare cosa?

Magari per fare semplicemente pernacchie a chi arriva secondo.

Quello che prima era la caccia alla tessera in più, oggi è trasformata al voto in più ma se prima c’era ben poco, oggi c’è il nulla.

Terzo è archiviare al più presto la parentesi ipocrita, schizofrenia delle amministrative.

Qualunque commento o tentativo di analisi è superfluo, inutile. Per dirla alla Edoardo: a da passare la nottata.

Quarto significa da oggi in poi porsi il traguardo delle politiche del 2027.

Per fare questo c’è un’unica via direi obbligata: aprire la fase costituente del futuro partito liberaldemocratico.

È la scelta conseguente al nostro atto di nascita.

È la scelta coerente con noi stessi.

Certo è una scelta difficile, rischiosa dove ognuno di noi è obbligato a mettersi in gioco in base a ciò che è con le sue competenze e capacità e non in base a ciò che rappresenta con le  multiple tessera che a in tasca o gli attuali incarichi politici.

È un azzeramento totale dove non ci sono più paracaduti auto referenziali.

L’ alternativa è semplice quanto orribile.

Il perpetuarsi del populismo sovranismo illiberale destro sinistro verso cui possiamo opporsi, condannarlo, maledirlo ma poi tutto rimane a puro esercizio oratorio che ci fa sentire bene in quel momento, che ci fa dire quanto siamo bravi ma poi tutto finisce e li si ferma.

LDE esiste se ha come obbiettivo il costruire il partito nuovo, nuova leadership, nuova organizzazione, strumento del liberalismo italiano.

Massimo Gaggini

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