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	<title>Dubbi Liberali Archivi - libdem europei</title>
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	<title>Dubbi Liberali Archivi - libdem europei</title>
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		<title>Glossario politico: concorrenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Aug 2023 11:39:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’elaborare il concetto di concorrenza perfetta gli economisti hanno immaginato una realtà in cui operino molti venditori e molti compratori di beni e servizi. Molti produttori e molti consumatori, nessuno dei quali sufficientemente grande – o potente – da poter influenzare con le proprie scelte le azioni degli altri. A questo si aggiunge, in quella&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/glossario-politico-concorrenza/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Glossario politico: concorrenza</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’elaborare il concetto di concorrenza perfetta gli economisti hanno immaginato una realtà in cui operino molti venditori e molti compratori di beni e servizi.</p>
<p>Molti produttori e molti consumatori, nessuno dei quali sufficientemente grande – o potente – da poter influenzare con le proprie scelte le azioni degli altri.</p>
<p>A questo si aggiunge, in quella costruzione, un ulteriore elemento: la mobilità.</p>
<p>Produttori e consumatori possono entrare nel, od uscire dal, mercato, decidendo di intraprendere quella attività, o quella professione sulla base delle aspettative di miglior guadagno, e per i consumatori di acquistare quel nuovo prodotto che meglio soddisfi le proprie domande.</p>
<p>In un siffatto modello il prezzo di quei beni o servizi tende necessariamente al costo: fintantoché ci siano margini di profitto si troveranno nuovi intraprenditori pronti a fornire un bene o servizio in concorrenza con gli altri produttori o fornitori.</p>
<p>Se si vuol semplificare, si può senz’altro sostenere che i capisaldi di quel modello di concorrenza perfetta siano tre:</p>
<p>1-           che una merce omogenea venga offerta e domandata da un gran numero di venditori e consumatori, tutti relativamente piccoli in modo da non poter influenzare la condotta degli altri;</p>
<p>2-           che vi sia libertà di entrata nel mercato e che non vi siano vincoli al movimento dei prezzi e delle risorse;</p>
<p>3-           che tutti coloro che operano in quel mercato abbiano una conoscenza completa dei fattori rilevanti nelle rispettive scelte.</p>
<p>Un modello di concorrenza perfetta presuppone, fra l’altro, che siano noti i dati sui quali si basano le scelte tanto di chi produce quanto di chi consuma.</p>
<p>Se una simile concorrenza esistesse nella realtà, l’esigenza stessa di un qualche intervento da parte del decisore pubblico sarebbe escluso in partenza.</p>
<p>Il problema stesso di assicurare la concorrenza per aumentare il benessere sociale non esisterebbe punto.</p>
<p>Aveva indubbiamente ragione Luigi Einaudi quando sosteneva che tutti noi facciamo dei piani.</p>
<p>L’imprenditore pianifica i propri investimenti, decidendo se aumentare o meno la produzione, se introdurre un qualche miglioramento che gli consenta di produrre lo stesso prodotto a minor costo, o di produrlo allo stesso costo con migliori qualità.</p>
<p>Dall’altro lato, il consumatore programma le proprie spese, secondo il proprio vincolo di bilancio, valutando se e quando acquistare quel bene o quel servizio che soddisfa (anche) i propri bisogni e le proprie preferenze.</p>
<p>Una società aperta si pone quindi il problema di quale sia il livello migliore in cui quella pianificazione possa assicurare il maggior benessere possibile al maggior numero di individui.</p>
<p>Si scopre così che quel modello di concorrenza perfetta esiste solo nella testa, e nei testi, degli economisti che lo hanno studiato ed elaborato. Il che non vuol dire che quel modello sia inutile, anzi.</p>
<p>Ma significa che per comprendere il funzionamento della realtà, e non della teoria, si deve muovere da un punto di partenza diverso. E da una domanda diversa.</p>
<p>I “dati” (intesi come numeri, valori) da cui prende avvio il calcolo economico presupposto dagli economisti non sono mai “dati” (nel senso di forniti) per l’intera società ad una singola mente, o ad un singolo ente.</p>
<p>Le singole, specifiche, circostanze che muovono gli operatori nel mercato, infatti, non sono mai interamente conosciute a livello aggregato, accentrato, ma sono invece disperse tra le migliaia di produttori ed i milioni di consumatori.</p>
<p>Si pensi al funzionamento di Wikipedia. Dopotutto le voci enciclopediche che vi si trovano sono la realizzazione non di un gruppo accentrato di soggetti, ma sono elaborate, su base volontaria, da una miriade di individui che, ritenendo di possedere informazioni incrementali su quel fatto storico, su quel personaggio, aggiornato, integrano, migliorano, correggono quella singola voce.</p>
<p>Lo stesso modello di acquisizione incrementale della conoscenza presente capillarmente a livello sociale ed individuale è presente nel mondo dell’informatica: per esempio Linux, come sistema operativo che fa funzionare smartphone, automobili, computer, supercomputer, beneficia, essendo un sistema aperto, delle informazioni e dei miglioramenti che ciascun utente, in possesso di conoscenze informatiche adeguate, può contribuire a condividere.</p>
<p>I modelli alternativi di enciclopedia tradizionale, o di software c.d. chiusi, devono fare necessariamente affidamento sulla massima conoscenza disponibile a chi, a livello accentrato anziché decentrato, redige quella voce enciclopedica o elabora quell’algoritmo o quel programma.</p>
<p>Torna quindi utile quella distinzione tra costruttivismo ed evoluzionismo sulla quale Friedrich von Hayek tracciò la linea di demarcazione tra il liberalismo continentale e quello discendente dai moralisti scozzesi.</p>
<p>Per i costruttivisti la realtà sociale è costruita in modo antropomorfico: la ragione elabora le istituzioni sociali e se del caso le sostituisce con altre ritenute non tanto maggiormente efficienti ma più coerenti con quel modello astratto di razionalità.</p>
<p>Per gli altri, gli evoluzionisti, le istituzioni sociali, dalla lingua al diritto, dalla moneta al mercato, sono in realtà frutto della cooperazione spontanea di infinite interazioni individuali e le regole che si evolvono non sono necessariamente il frutto di un disegno consapevole.</p>
<p>Nella linguistica si deve a Benjamin Lee Whorf l’elaborazione del concetto di crittotipo: regole implicite nell’uso di una lingua che non siamo in grado di verbalizzare sebbene impariamo ad applicare correntemente, come ancora prima ricordava il filosofo scozzese Francis Hutchenson.</p>
<p>Il mondo del diritto e delle altre scienze sociali condividono lo stesso carattere della lingua.</p>
<p>Nella realtà, e quindi al di fuori dei modelli elaborati, il problema che si pone, quindi, non è mai quello di accertare se sia possibile ottenere dati beni e servizi ad un determinato costo ma, piuttosto, quello di individuare quali merci o servizi siano in grado di soddisfare i bisogni dei consumatori nel modo più economico possibile (<strong><em>F.A. von Hayek, Individualism and Economic Order</em></strong>, Routledge &amp; Kegan, 1949, 33 ss.).</p>
<p>Rispetto alla dimensione statica del modello si contrappone quindi una dimensione necessariamente dinamica, i cui esiti, ovvero i cui risultati, non possono essere predeterminati o noti in anticipo. In questo senso, quindi, la concorrenza non può che esser imperfetta: “solo ciò che non è stato ancora previsto, e a cui non si è già provveduto, richiede nuove decisioni.</p>
<p>Se tale adattamento non fosse più necessario, se in un qualunque momento dovessimo venire a sapere che tutti i cambiamenti sono cessati e che le cose continueranno per sempre ad andare esattamente come vanno ora, non ci sarebbe più da risolvere alcun problema relativo all’uso delle risorse” (F.A. von Hayek, ibidem).</p>
<p>Sarebbe la fine dell’economia, ovvero il superamento della condizione di imperfezione tipicamente umana perché si sarebbe raggiunto il regno terreno della perfezione.</p>
<p>Il reale fondamento del favore nei confronti della concorrenza, quindi, non è il miraggio di una concorrenza perfetta, ma la consapevolezza che la concorrenza è uno strumento, anzi: il miglior strumento, che sia dato alla società per poter avanzare il livello di conoscenza. La concorrenza favorisce la conoscenza. Ma vale anche la reciproca: la conoscenza, in ogni ambito, ha bisogno di concorrenza.</p>
<p>Si dirà, quindi, che questa consapevolezza pare rinunciataria perché ci costringe a far di conto con le imperfezioni della concorrenza così come la conosciamo.</p>
<p>No, tutt’altro. Impone piuttosto di non abdicare mai al tentativo di migliorare l’esistente, ferma restando la consapevolezza che si tratta di un’opera che non verrà mai esaurita o ultimata.</p>
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		<title>Glossario politico: libertà di espressione</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/glossario-politico-liberta-di-espressione/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 29 Jul 2023 09:11:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di pari passo con lo sviluppo dei social media emerge la richiesta di un filtro, di un controllo, di un freno capace di ridurre il rischio di comportamenti offensivi, denigratori. Celeberrimo l’ammonimento di Umberto Eco contro l’“invasione degli imbecilli”: &#60;&#60;i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/glossario-politico-liberta-di-espressione/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Glossario politico: libertà di espressione</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di pari passo con lo sviluppo dei social media emerge la richiesta di un filtro, di un controllo, di un freno capace di ridurre il rischio di comportamenti offensivi, denigratori.</p>
<p>Celeberrimo l’ammonimento di Umberto Eco contro l’“invasione degli imbecilli”: &lt;&lt;i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli&gt;&gt;.</p>
<p>Quelle enormi piazze virtuali che sono diventati i social media diventano un autentico mercato all’ingrosso di notizie inaccurate, imprecise, delle volte puramente e semplicemente false.</p>
<p>E non solo sono uno spaccio di credenze le più varie e zodiacali, ma dispensano una specie di succedaneo di giustizia: un sistema giudiziario con regole proprie, dove abbondano gli accusatori a scapito dei difensori, dove al giudice di preferisce il boia o, nelle versioni più moderate, il carceriere.</p>
<p>A condizione che dimentichi le chiavi.</p>
<p>Il classico market for lemons di cui parlava Akerlof cinquant’anni fa con rifermento alla qualità delle informazioni disponibili sul mercato: la moneta cattiva scaccia quella buona.</p>
<p>Si comprende, quindi, come sempre più spesso emergano più o meno motivate preoccupazioni, tanto da sollecitare una qualche forma di intervento.</p>
<p>Corollari di queste sollecitazioni sono, in ordine puramente causale, le richieste di intervento per limitare il ricorso all’hate speech – il discorso d’odio -, l’invito ad osservare i sacramenti del politicamente corretto e via discorrendo.</p>
<p>Dopo centottant’anni non si sa quanti condividerebbero l’orgoglioso incipit di David Hume nel suo saggio “Della Libertà di stampa”: “non c&#8217;è nulla di più sorprendente per uno straniero dell&#8217;estrema libertà di cui godiamo in questo Paese di comunicare al pubblico tutto ciò che ci pare e di censurare apertamente ogni misura adottata dal re o dai suoi ministri.</p>
<p>Se l&#8217;amministrazione decide di fare la guerra, si afferma che, volontariamente o per ignoranza, sbaglia gli interessi della nazione e che la pace, nella situazione attuale, è infinitamente preferibile. Se la passione dei ministri è per la pace, i nostri scrittori politici non respirano altro che guerra e devastazione, e rappresentano la specifica condotta del governo come meschina e pusillanime”.</p>
<p>Ma sarebbe accettabile, da una prospettiva liberale, una qualche forma di intervento?</p>
<p>Intervenire vorrebbe dire in qualche modo metter mano alla libertà di espressione. In saggio pubblicato un paio di lustri fa da Kenneth Minogue (“The Servile Mind – How democracy erodes moral life”) veniva opportunamente evidenziato come la civiltà occidentale si sia evoluta attorno ad un principio fondante: l’autonomia del giudizio morale rispetto a quello politico.</p>
<p>Tale processo è tutt’uno con la secolarizzazione della società rispetto le credenze religiose, le quali non svaniscono ma assumono prevalentemente un ruolo personale, individuale e, nelle migliori esperienze, tendono a non debordare nella sfera politica.</p>
<p>Ed è tutt’uno con lo sviluppo anche del diritto penale, che vi via si è autonomizzato abbandonando l’identità tra peccato e reato. Che poi ci siano, accidentalmente, tendenze contrarie anche nel mondo occidentale non smentisce questa tendenza di lungo periodo.</p>
<p>Ed ancora, fino a poco tempo fa nessuno si sarebbe permesso di criticare Pablo Picasso come pittore solo perché nella sua vita privata era misogino, aggressivo, persino violento (nel quadro “la donna con la collana gialla” viene ritratta Françoise Gilot, la sua compagna al tempo: sul viso non ha un neo di bellezza, ma la cicatrice di una sigaretta spentale sul volto dall’artista).</p>
<p>Ed ha senz’altro ragione Claire Dederer (Monsters – A Fan’s Dilemma, 2023) che tenta di mantenere separato il giudizio sull’artista e quello sull’individuo e i suoi demoni: “Che differenza fa” – scrive “se si priva un genio malvagio dei propri soldi o della propria attenzione?”.</p>
<p>Dederer parte da posizioni sostanzialmente anticapitaliste, perché resta convinta che la celebrità sia generata e monetizzata dal sistema, che, come il banco in un casinò, vince qualsiasi cosa si scelga di consumare.</p>
<p>Si può dubitare di questo ragionamento, ma si può accettare la sua conclusione: che rinunciare a Picasso, per esempio, &#8220;è essenzialmente privo di significato come gesto etico&#8221;.</p>
<p>A quella autonomia del giudizio morale da quello politico, che ha come sua forza costitutiva la soggezione di ciascuno di noi al giudizio morale altrui, che però resta privo di conseguenze giuridiche, si tende sempre più a voler sovrapporre, ed anzi far privilegiare, quello che Minogue chiama il mondo politico-morale.</p>
<p>Prima, nel mondo occidentale geloso della separazione tra morale e politica, la vita morale del singolo era oggetto una scelta e di un impegno scelti individualmente, come dovrebbe esser tipico di una qualsiasi società aperta, il mondo politeista di cui parlava Karl Popper ove l’etica non è scienza e i valori ultimi non sono “teoremi” quanto piuttosto proposte di vita, oggetti delle nostre scelte di coscienza.</p>
<p>Ora si vorrebbe sostituire a quella una visione pedagogica, in cui quelle che prima erano scelte morali individuali – giuste o sbagliate, buone o cattive – divengono atteggiamenti standard in supporto a cause politico-morali condivise.</p>
<p>O meglio: che devono esser condivise. Ma attenzione, quegli atteggiamenti standard diventano obbligatori, perché ritenuti esser componente necessaria di un atteggiamento moralmente (e politicamente) decente. Alla scelta deliberativa tipica del tradizionale sistema occidentale, si sostituisce l’imitazione, indotta ed alla fine obbligata, di un atteggiamento virtuoso, con conseguente illegittimità, in senso molto ampio, di ogni posizione diversa, o semplicemente critica.</p>
<p>Nel riflettere su queste tendenze, non farebbe male ricordare l’insegnamento di Tocqueville, per il quale &#8220;la gente pensa di aver fatto abbastanza per la protezione della libertà individuale quando l&#8217;ha consegnata al potere della nazione in generale.</p>
<p>Questo non mi soddisfa: la natura di colui al quale devo obbedire ha per me meno importanza del fatto che l&#8217;obbedienza mi venga estorta&#8221;.</p>
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		<title>Glossario politico: democrazia liberale</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/glossario-politico-democrazia-liberale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jul 2023 12:04:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quante volte si legge, o si sente affermare, da questo o quel politico – di norma un politico della maggioranza in quel momento al potere – “dobbiamo farlo, perché ce lo chiedono gli elettori”.  Una tale affermazione viene forse ignorata nella sua portata perché la si ritiene ovvia, scontata, coerente col significato letterale del termine&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/glossario-politico-democrazia-liberale/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Glossario politico: democrazia liberale</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Quante volte si legge, o si sente affermare, da questo o quel politico – di norma un politico della maggioranza in quel momento al potere – “dobbiamo farlo, perché ce lo chiedono gli elettori”. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Una tale affermazione viene forse ignorata nella sua portata perché la si ritiene ovvia, scontata, coerente col significato letterale del termine “democrazia”, appunto: il governo del popolo.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">In realtà, da una prospettiva coerentemente liberale, quella invocazione è falsa. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La democrazia, sotto questo aspetto, è controintuitiva. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">In un lontano saggio del 1958 (Miti e realtà della democrazia), Maranini notava come le “grandi democrazie storiche sono in verità (…) complicati e validi sistemi di difesa contro la maggioranza, contro gli stessi organi dello Stato, contro il potere politico a favore degli individui delle minoranze”.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Quella che viene descritta, infatti, è l’essenza stessa della democrazia liberale, ove l’aggettivo liberale è più qualificante del sostantivo democrazia.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La democrazia, intesa come accesso di un numero crescente di popolazione alla partecipazione politica, è una vicenda in realtà relativamente recente.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Alle origini, quelle stesse esigenze di difesa degli individui e delle minoranze avevano come principale avversario il potere assoluto dello Stato. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">A cavallo tra il sedicesimo ed il diciassettesimo secolo Edward Coke, un giurista inglese, guidò la lotta contro l’assolutismo che i sovrani Stuart volevano imporre in Inghilterra, come già stava avvenendo nell’Europa continentale. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Coke aveva come suoi alleati i dissidenti religiosi ed il prestigio che la <i>common law</i> si era già guadagnato. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">A Coke si deve anche la cura dei <i>Reports</i>, che raccoglievano i principi fondanti di quella speciale epifania del diritto, i semi di quella difesa ante litteram liberale dei diritti degli individui contro il potere dello Stato. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">I <i>Reports</i> viaggiarono nelle valigie dei Padri Pellegrini che andarono a colonizzare il Nuovo Mondo: quei semi, ben piantati e ottimamente coltivati, frutteranno a fine 1700 i principi ispiratori della Costituzione americana.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Ed è proprio la riflessione americana che chiarisce il significato che oggi noi attribuiamo alla democrazia, intesa come democrazia liberale. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Tutta intera l’esperienza costituzionale americana è tessuta nell’intimo conflitto che esiste tra il momento della libertà (o dell’individuo) e della democrazia (o del collettivo): dal <i>Bill of Rights</i> che coi suoi emendamenti stabilisce un argine a qualsiasi maggioranza parlamentare (e ad ogni altro potere), alla struttura federale della Repubblica (tanto che con il <i>Connecticut compromise</i> si stabilì che ciascuno stato avrebbe avuto un numero uguale di senatori, proprio per temperare il principio democratico). </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">E che questa dialettica sia ineliminabile nella moderna democrazia venne chiarito in modo adamantino da Tocqueville, per il quale il conflitto del mondo moderno si risolve nella alternativa fra democrazia liberale e democrazia dispotica, ovvero fra “libertà democratica o Cesarismo” (nella Democrazia in America, vol. II, cap. IX, in fine).</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Quale è, dunque il tratto caratteristico della democrazia liberale? </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Forse la miglior risposta la troviamo nella famosa orazione funebre di Pericle: “benché soltanto pochi siano in grado di dar vita ad una politica, noi siamo tutti in grado di giudicarla”.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La riflessione di Pericle non è casuale. Ad essa si rifece Karl Popper nel tentativo di fornire una definizione della democrazia che sia coerente coi presupposti di una società aperta, come tale tollerante e liberale. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Così giungendo alla conclusione che sia irrazionale e sbagliato (per non dire pericoloso) ritenere che la democrazia debba fornire risposta alla domanda “Chi deve comandare/governare”.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La domanda razionale, secondo i principi liberali, non può che essere, quindi, “Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Non, quindi, chi debba governare, ma come controllare chi comanda, fino al punto di rimuoverli dal potere. Questo vogliono sapere uomini fallibili e non dispensatori di verità, che ambiscano a costruire, perfezionare e difendere le istituzioni democratiche, al cui interno possano convivere, liberamente, i portatori di idee ed ideali tra essi diversi e magari persino contrastanti.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Se abbandoniamo, quindi, l&#8217;idea di democrazia come governo del popolo (coi suoi tristi corollari potenzialmente illiberali e totalitari), molto più utile è definire la democrazia come il modello di organizzazione sociale incentrato sul giudizio del popolo.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Se la democrazia è quindi giudizio del popolo – e non governo del popolo – si giunge ad una ulteriore conseguenza controintuitiva: lo Stato democratico liberale porta con sé una incompatibilità tra il parlamento e la sovranità popolare, intesa appunto come governo popolare (così Colletti, Lezioni di filosofia politica). </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Si dirà, come possono esser incompatibili il parlamento e la sovranità popolare? </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Lo sono se, come visto in apertura, i rappresentanti politici invocano le domande degli elettori o ancor peggio l’incarico ricevuto dagli elettori. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Perché così facendo quei (cattivi) politici erodono la portata del principio cardine del parlamentarismo, ovvero il divieto di mandato imperativo, come venne definitivamente descritto nel celebre discorso agli elettori di Bristol tenuto da Edmund Burke nel 1774.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">L’eletto, infatti, deve decidere in piena autonomia e secondo la massima libertà cosa sia giusto proporre, votare. Questo è il senso ed il ruolo del parlamento. Alla scadenza del suo mandato gli elettori lo potranno confermare o meno: al fondo la democrazia si fonda sulla possibilità di cambiare i governanti e i rappresentanti senza alcun spargimento di sangue: le teste si contano, non si rompono, in democrazia.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Il mito di una generale democrazia diretta, oggi apparentemente resa più facile dalle nuove tecnologie, è un falso mito. Il mondo è sempre più complesso, le scelte che devono esser compiute richiederebbero una preparazione ed un approfondimento che nessuno di noi elettori può realmente compiere mentre è impegnato nelle faccende quotidiane. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">La necessità di una rappresentanza politica riposa proprio in questo: la pluralità delle opinioni in parlamento è una ricchezza, ed il confronto che nasce nella discussione è l’occasione per affinare le proprie opinioni e magari per superarle in favore di altre opinioni preferibili. </span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">Di qui la sciagura, ed il profondo senso antidemocratico, della riduzione del numero dei parlamentari, fatto poi per il peggiore dei motivi: la riduzione dei costi (tra l’altro: che non sono nemmeno ridotti), come se la democrazia fosse, appunto, un mero costo.</span></p>
<p><span style="font-size: 12.0pt; font-family: 'Arial',sans-serif;">L’esatto contrario: la democrazia liberale è una ricchezza, per tutti.</span></p>
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		<title>Glossario politico: laicità</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/glossario-politico-laicita/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jul 2023 10:01:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa vuol dire esser laico? Vasto programma. Però, per quel che è utile qui, si può tentare di fissare alcuni punti fermi. Innanzitutto, il termine laico – che qui per limiti di spazio utilizzerò come sinonimo di laicista, assumendomene la responsabilità – è diffuso nei paesi di lingua latina. Per un americano o un inglese,&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/glossario-politico-laicita/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Glossario politico: laicità</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa vuol dire esser laico?</p>
<p>Vasto programma. Però, per quel che è utile qui, si può tentare di fissare alcuni punti fermi. Innanzitutto, il termine laico – che qui per limiti di spazio utilizzerò come sinonimo di laicista, assumendomene la responsabilità – è diffuso nei paesi di lingua latina.</p>
<p>Per un americano o un inglese, infatti, quel che noi chiamiamo problemi della laicità sono affrontati sotto la categoria del secularism.</p>
<p>Il laicismo, poi, non si esaurisce nell’anticlericalismo tardo ottocentesco.</p>
<p>Quella reazione, infatti, era figlia della necessità di difendere le acquisizioni del moderno stato dalle resistenze delle gerarchie ecclesiastiche – in specie: cattoliche – contro l’affermazione cavouriana della libera Chiesa in libero stato.</p>
<p>Ed è così che può comprendersi non solo il folklore delle pagine anticlericali dell’Asino di Podrecca o le splendide pagine in cui Croce, nella sua monumentale Storia d’Europa del Secolo Decimonono, definiva la religione della libertà come lo scontro tra “due fedi religiose opposte” ricordando come il liberalismo, che sotto questo profilo non può tenersi distinto né allora né oggi dal laicismo, non fosse avversato ma anzi favorito dalle confessioni protestanti “diventate prima razionalistiche e illuministiche e in ultimo idealistiche e storicizzanti … tanto che la Chiesa romana metteva in un sol fascio protestantesimo, massoneria e liberalismo”.</p>
<p>Ma il laicismo non è una fede. E’ un approccio, un metodo. La cultura laica, infatti, è fortemente tributaria delle filosofie razionalistiche ed immanentistiche che rifiutano ogni verità rivelata come tale assoluta e definitiva.</p>
<p>Viceversa, deve affermare la libertà di ricerca delle verità relative, tramite la libera discussione e l’esame critico.</p>
<p>A riprender le pagine di colui che si firmava Persecutionis Osore, il laico afferma il principio secondo cui “lo stato nulla possa in materia puramente spirituale e la Chiesa nulla in materia temporale” (Locke, Epistola de Tolerantia, 1689).</p>
<p>Detto altrimenti: diversi sono i fini della Chiesa e diversi sono quelli del potere civile dello stato: mentre la prima mira a conseguire la vita eterna tramite il culto di Dio, le leggi ecclesiastiche non devono concedere i beni terreni né ricorrere alla forza che appartiene solo al magistrato civile, ovvero, per metonimia, alla legge civile.</p>
<p>La forza del potere ecclesiastico è solo quella della persuasione per ottenere il consenso individuale e l’unica sanzione è di cessar di far parte di quella comunità che è la Chiesa.</p>
<p>Si dirà che se l’approccio laico si oppone a tutto ciò si apre la porta al relativismo, con i rischi che questo comporta nel momento in cui si voglia dedurre che pertanto ogni concezione etica vale quanto un’altra.</p>
<p>Tale accusa è falsa per due ordini di ragioni.</p>
<p>Da un lato, la stessa distinzione tra autorità spirituale della Chiesa e autorità temporale dello stato, da cui deriverebbe la reciproca inviolabilità delle rispettive giurisdizioni non era solo riconosciuta dalla patristica, ma venne persino icasticamente raffigurata alla fine del V secolo da Papa Gelasio I con l’immagine delle “due spade” che non possono esser impugnate da una sola mano.</p>
<p>Dall’altro lato, quel rischio relativista non è più tale qualora si ponga mente che il relativismo del laico altro non è che il riconoscimento del pluralismo delle concezioni etiche.</p>
<p>Ma per un laico non è poi vero che da tale pluralismo si giunga al postulato della parificazione di ogni etica.</p>
<p>Lo stesso Pascal ricordava come “il furto, l’incesto, l’uccisione dei figli e dei padri, tutto ha trovato posto tra le azioni virtuose (…) singolare giustizia che ha come confine un fiume!</p>
<p>Verità di qua dei Pirenei, errore di là”. Le proposte etiche, infatti, non si fondano né si confutano: si accettano o si respingono. E questo avviene perché mai un laico potrebbe affermare che dai fatti si possano derivare delle norme prescrittive secondo l’insuperata legge di Hume. Tale inderivabilità, infatti, è l’architrave della libertà di coscienza.</p>
<p>E si giunge così al punto fondamentale per il laico: la libertà di coscienza individuale.</p>
<p>La vera opposizione del laico, infatti, non è contro questa o quella fede o confessione. Per questo sarebbe persino errato parlare di contrapposizione tra laici e cattolici.</p>
<p>Il vero avversario del laico (non credente, cattolico e credente in altra confessione) è chi afferma la confusione tra società civile e società ecclesiastica pretendendo che le leggi dello stato recepiscano sostanzialmente i principi di un’etica perché coincidenti con l’ethos diffuso della nostra comunità.</p>
<p>L’avversario del laico è chi afferma, come è avvenuto in Italia, che “con questa legge abbiamo fatto un favore al Santo Padre” (Rocco Buttiglione all’approvazione della legge sulla fecondazione assistita).</p>
<p>L’avversario del laico è chi oppone un quale precetto delle gerarchie ecclesiastiche contro l’introduzione in Italia di una legislazione che disciplini il fine vita.</p>
<p>E si badi: non un principio religioso viene opposto, ma un precetto dettato dalle gerarchie ecclesiastiche, chè tra le due cose corre enorme differenza.</p>
<p>D’altronde, fu un martire della Chiesa, Thomas More, che non oggi, ma nel 1500 nella sua Utopia riconosceva come conforme ai principi cristiani l’eutanasia come gesto di pietà umana.</p>
<p>La democrazia liberale che sta a cuore del laico, e dove l’aggettivo è più importante del sostantivo, è tale in quanto, indipendentemente dalla forza dei numeri ed a prescindere dal tenore dei convincimenti religiosi, riconosce a tutti, ma proprio a tutti, credenti e miscredenti, cattolici ed ebrei, atei e protestanti, le stesse libertà civili e politiche.</p>
<p>Nell’ambito di tali libertà ciascuno poi sarà libero di scegliere la propria strada per il Paradiso, per chi ci crede, secondo il proprio vero, il proprio giusto come dettato dalla propria coscienza individuale.</p>
<p>Si chiude così il cerchio: sebbene non valga la reciproca, nessun liberale è tale se non è laico. Diversamente correrebbe l’errore irreparabile del principio di libertà: il pluralismo dei valori e la consapevolezza che l’eresia di oggi potrebbe esser la verità di domani.</p>
<p>Poscritto: se poi un qualche sedicente liberale eletto in un qualche Parlamento di fronte alla necessità di legiferare in temi eticamente sensibili dimentica che la libertà di coscienza che deve esser tutelata è quella del cittadino e non quella del deputato, vorrà dire che non ha compreso l’essenza del liberalismo e della laicità.</p>
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		<title>Il mercato e i suoi nemici</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/il-mercato-e-i-suoi-nemici/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Jul 2023 09:20:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Glossario politico: il mercato e i suoi nemici Nel dibattito sulle idee, e quindi anche in politica, gli avversari amano costruire a bella posta dei fantocci, cui attribuiscono tutti i difetti possibili. Il mercato, in sé, non sarebbe nemmeno un’idea, ed ancora meno dovrebbe esser bandiera sotto la quale si arruolano le schiere di una&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/il-mercato-e-i-suoi-nemici/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Il mercato e i suoi nemici</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Glossario politico: il mercato e i suoi nemici</strong></p>
<p>Nel dibattito sulle idee, e quindi anche in politica, gli avversari amano costruire a bella posta dei fantocci, cui attribuiscono tutti i difetti possibili. Il mercato, in sé, non sarebbe nemmeno un’idea, ed ancora meno dovrebbe esser bandiera sotto la quale si arruolano le schiere di una sola parte.</p>
<p>Ma tant’è.</p>
<p>Prevale in Italia, e non da oggi, una istintiva diffidenza nei confronti del mercato. Tale diffidenza ha plurime cause, e si manifesta sotto le più svariate forme. La destra italica, nel suo revanscismo culturale, pare troppo spesso rivitalizzare le peggior forme del corporativismo, basti pensare alla grottesca condiscendenza con cui avalla le più varie amenità di qualche gruppo di pressione, siano essi agricoltori, tassisti, balneari e via discorrendo.</p>
<p>La sinistra, soprattutto quella più nostalgica che revanscista, nutre da sempre una propria diffidenza nei confronti del mercato, cui oppone una propria versione corporativa, che cambia, rispetto a quella destrorsa, solo per gli interlocutori.</p>
<p>Come si conviene, i nemici marciano separati per colpire uniti.</p>
<p>Così tocca prendersi la briga di difender d’ufficio il mercato. La prima accusa che gli si rivolge contro è quella relativa alla sua pretesa perfezione. Breve: i risultati di mercato sarebbero tutto tranne che perfetti.</p>
<p>Ma è un’accusa mal rivolta, che forse potrebbe valere contro i neofiti del mercato, di recentissima conversione che, come tutti i neofiti, peccano di eccesso di zelo.</p>
<p>Nessun sostenitore delle ragioni del mercato ha mai avuto la pretesa di attribuire a questa istituzione la capacità di produrre risultati perfetti. Nessuno di essi ritiene che prendendo a calci una scacchiera questa ricada a terra con tutti i suoi pezzi perfettamente in ordine, perché esisterebbe una qualche mano invisibile che vi provvederebbe, tanto per far ricorso a metafore di chi come Smith è il fondatore non del mercato ma della riflessione economica sul mercato.</p>
<p>E’ vero l’opposto: sono gli avversari del mercato che peccano di quella presunzione fatale che ritiene che si possa ordinare tutto ad un qualche livello centrale: dai prezzi, che sol per questo smetterebbero di esser prezzi, al numero di licenze per questo o quel servizio, fino ad arrivare a determinare il valore del lavoro, che poi sarebbe il prezzo che si riconosce a qualsiasi prestazione.</p>
<p>Adam Smith, che come tutti i grandi economisti prima di esser un economista era un filosofo della morale, scrisse nella sua Teoria dei Sentimenti Morali (1759) che «l’uomo di sistema… sembra immaginare di poter disporre i diversi membri di una grande società con la stessa facilità con cui una mano dispone i diversi pezzi sopra una scacchiera. Egli non considera che i pezzi sopra una scacchiera non posseggono altro principio di movimento oltre a quello che la mano imprime loro; ma che, nella grande scacchiera della umana società, ogni singolo pezzo ha un proprio principio di movimento, completamente diverso da quello che un legislatore possa scegliere di imprimere su di esso» (<em>Theory of Moral Sentiments</em>, 1759, parte VI, sezione ii, capitolo 2).</p>
<p>Il favore per il mercato ha tutt’altra ragione, ed ha a che vedere con l’ignoranza umana.</p>
<p>Il mercato è infatti l’unico strumento collettivo che è in grado di fornire una risposta, approssimativa fin che si vuole, all’ignoranza. Ogni suo avversario che sia un corporativista di destra o di sinistra, e che lo riconosca o meno, deve postulare, per poter giustificare il proprio intervento di pretesa riforma, la perfetta conoscenza dei presupposti e delle conseguenze della propria azione. Ben presto a questa presunzione si assocerà quella di voler raggiungere i medesimi fini grazie alle magnifiche sorti e progressive dell’Intelligenza Artificiale, ma anche questa sarà speranza vana perché incapace di prender in considerazione l’imprevedibile.</p>
<p>Con questa abitudine fa il paio la pretesa di voler trovare una spiegazione per tutto, una legge unica di interpretazione della realtà, una chiave capace di aprire ogni porta dell’esistenza e dell’esperienza umana. E siccome le leggi del mercato non paiono soddisfacenti, si pensa di poterle facilmente modificare, alterare, correggere, convinti di poter indicare fini, scopi, mezzi ad una istituzione complessa.</p>
<p>Quella degli avversari del mercato è la presunzione, per dirla con Einaudi, di essere i soli capaci di rigenerare il mondo. L’ignoranza del liberale, che esige quindi la libertà anche nella sfera economica, è figlia della convinzione, frutto dell’esperienza, che «l’unica, vera garanzia della verità è la possibilità della sua contraddizione, che la principale molla del progresso spirituale e materiale è la possibilità di cercare e di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle “superiori autorità”» (<em>La riforma sociale</em>, sett-ott 1918, 453-455).</p>
<p>Si contesterà che questa è presa di posizione ideologica, dando così prova però di non voler capire. Basterebbe andare a rileggersi quelle meravigliose pagine di Smith in cui cercava di elencare le persone necessarie per la produzione di abito di lana: e vi si legge dell’intervento del sarto, del pastore, il selezionatore di lana, il cardatore, il tintore, il produttore di tinture, il filatore, il tessitore, il follatore, il mercante, il vettore per i trasporti, il costruttore di mezzi di trasporti, etc.</p>
<p>E questo processo vale per ogni bene di consumo, per ogni servizio di cui abbiamo quotidianamente bisogno. Ecco, forse su questo punto si può accettare una correzione: più che bisogni domande, perché il mercato soddisfa domande e non bisogni o desideri.</p>
<p>Si dirà: il mercato è imperfetto. Certo, come ogni opera o istituzione cui l’uomo abbia contribuito alla sua creazione o evoluzione.</p>
<p>Si possono correggere i risultati che si ritengono iniqui, certo.</p>
<p>Ma non si può pensare di manometterne il meccanismo.</p>
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		<title>Riformisti o riformatori?</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/riformisti-o-riformatori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Jul 2023 14:24:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Chiariamoci: non si tratta di nominalismo. A sfogliare le pagine dei giornali, per chi ancora pratica questa preghiera laica quotidiana, o ad ascoltare i vari politici passati in rassegna da agenzie o televisioni, pare che oramai tutti si prendano la briga di autodefinirsi riformisti. Si dichiarano tali persino i conservatori, lo sono i socialisti, almeno&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/riformisti-o-riformatori/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Riformisti o riformatori?</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Chiariamoci: non si tratta di nominalismo. A sfogliare le pagine dei giornali, per chi ancora pratica questa preghiera laica quotidiana, o ad ascoltare i vari politici passati in rassegna da agenzie o televisioni, pare che oramai tutti si prendano la briga di autodefinirsi riformisti.</p>
<p>Si dichiarano tali persino i conservatori, lo sono i socialisti, almeno quelli che non portano il cervello all’ammasso di qualche massimalismo a buon mercato. Pare che l’ultima moda – si fa per dire – sia quella che persino i liberali ogni tanto sbrodolino e si picchino ad invocare il proprio tasso di riformismo.</p>
<p>Riformismo è diventato sinonimo di chi vuol riformare gli ordinamenti, e persino la società, in cui opera. Pochi, pochissimi, si definiscono riformatori, come se definirsi tali fosse roba da nostalgici delle ghette e del redingote.</p>
<p>Ma siccome è vero che chi parla male pensa anche male, andrebbe usata maggior cura.</p>
<p>La politica, dopotutto e nonostante tutto, avrebbe uno stretto legame con la storia e con la storia delle idee. Tra gli strumenti di quest’ultima non può prescindersi da una qualche forma di epistemologia, intesa come generale teoria della conoscenza.</p>
<p>Ed allora sia consentito dire che mentre i liberali sono intimamente ignoranti, nel senso che sono consapevoli della pratica impossibilità di dominare tutti gli elementi che influiscono in una data società, i socialisti tendono ad esser maggiormente presuntuosi: confidano di poter dar forma alla società, modellarla, rivoltarla, emendarla dai propri errori per poter realizzare il socialismo, ovverosia l’ideale di un mondo giusto.</p>
<p>Si pensi a come i liberali ed i socialisti tendano ad approcciarsi ad una istituzione sociale come il mercato.</p>
<p>Mentre per il liberale il mercato è infatti l’unico strumento collettivo che è in grado di fornire una risposta, approssimativa fin che si vuole, all’ignoranza, ogni socialista, che lo riconosca o meno poco importa, deve postulare, per poter giustificare il proprio intervento di pretesa riforma, la perfetta conoscenza dei presupposti e delle conseguenze della propria azione.</p>
<p>Con questa abitudine fa il paio la pretesa di voler trovare una spiegazione per tutto, una legge unica di interpretazione della realtà, una chiave capace di aprire ogni porta dell’esistenza e dell’esperienza umana. E siccome le leggi del mercato non paiono soddisfacenti, si pensa di poterle facilmente modificare, alterare, correggere, convinti di poter indicare fini, scopi, mezzi ad una istituzione complessa.</p>
<p>Quella del socialista è la presunzione, per dirla con Einaudi, di essere il solo capace di rigenerare il mondo.</p>
<p>L’ignoranza del liberale, che esige quindi la libertà anche nella sfera economica, è figlia della convinzione, frutto dell’esperienza, che «l’unica, vera garanzia della verità è la possibilità della sua contraddizione, che la principale molla del progresso spirituale e materiale è la possibilità di cercare e di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle “superiori autorità”» (<em>La riforma sociale</em>, sett-ott 1918, 453-455).</p>
<p>Ed è per questo che il riformismo non può che caratterizzare, nella migliore, ed anche nobile, delle prospettive, il socialismo.</p>
<p>Per i socialisti l’ideale da perseguire è una qualche forma di società socialista: da quella messianica ed illiberale che ha caratterizzato una buona parte del mondo del XX secolo, a quella umanitaria e maggiormente liberale auspicata dal socialismo democratico o, se si preferisce, da quella sua particolare specie che fu il Socialismo Liberale di Carlo Rosselli.</p>
<p>Ogni riforma è un passo graduale che tende verso quell’obiettivo. Il riformismo è intimamente finalista: persegue un risultato, che vuol raggiungere nel rispetto del conflittualismo e della democrazia: buona fortuna.</p>
<p>Essere riformatori, invece, è assai diverso. Non ci si prefigge un obiettivo determinato. Si è consapevoli che molti istituti di una data società meritino di esser rivisti, adeguati, cambiati, rifatti persino, da capo a fondo. Ma per il riformatore liberale non esiste un fine ultimo cui approssimarsi gradualmente: già sarebbe tanto trovar il modo di garantire a ciascun individuo la massima libertà possibile e compatibile con la pari libertà altrui o, come diceva Oliver Wendell Holmes “il mio diritto di agitare il pugno in aria finisce dove inizia il naso altrui”.</p>
<p>Ciascun individuo, poi, tenderà a perseguire il proprio obiettivo della vita.</p>
<p>Al fondo lo spirito riformatore ha trovato la sua più bella ed ispirante definizione nella dichiarazione di indipendenza americana, vergata da Thomas Jefferson, che volle riconoscere a ciascun cittadino il diritto alla ricerca della felicità. La ricerca, appunto, di qualcosa di personale, individuale. Per il riformista la misura della felicità è data per tutti.</p>
<p>Per il riformatore è un processo faticoso, senza garanzie, senza obiettivi prestabiliti, compresi gli errori che si compiono in questo lungo percorso. Per il liberale resta sempre vero che è comunque preferibile il male libero che il bene imposto. Il primo ha in se la propria potenziale cura, il secondo nega l’essenza stessa del vero bene.</p>
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		<title>IL PROGRAMMA: Formare i talenti del futuro</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/il-programma-formare-i-talenti-del-futuro/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 24 Apr 2023 13:06:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani scuola]]></category>
		<category><![CDATA[LDE]]></category>
		<category><![CDATA[liberal democratici]]></category>
		<category><![CDATA[Programma]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il futuro del nostro paese si costruisce sull&#8217;istruzione delle nuove generazioni. Un sistema educativo che insegni competenze trasversali, combinando la cultura umanistica a quella tecnica ed economia, è essenziale per formare i talenti della digital economy. Per fare questo servono docenti continuamente formati, valorizzati e adeguatamente retribuiti. Servono programmi scolastici aggiornati e nuovi indirizzi, promuovendo&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/il-programma-formare-i-talenti-del-futuro/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">IL PROGRAMMA: Formare i talenti del futuro</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<h3>Il futuro del nostro paese si costruisce sull&#8217;istruzione delle nuove generazioni.</h3>
<p><strong>Un sistema educativo che insegni competenze trasversali, combinando la cultura umanistica a quella tecnica ed economia, è essenziale per formare i talenti della digital economy</strong>. Per fare questo servono docenti continuamente formati, valorizzati e adeguatamente retribuiti. Servono programmi scolastici aggiornati e nuovi indirizzi, promuovendo una concorrenza virtuosa tra scuole pubbliche e paritarie.</p>
<h3>Programmi formativi e docenti sono le basi della scuola e da qui si deve ripartire.</h3>
<p>L’insegnamento delle competenze trasversali avviene attraverso l’ammodernamento dei programmi, rimasti spesso invariati da decenni. Il nostro sistema di istruzione è ancora incentrato sulla memorizzazione e sulla ripetizione di informazioni, piuttosto che sull&#8217;insegnamento di abilità pratiche e della risoluzione dei problemi. <strong>La memoria degli studenti non può, e non deve, competere con Google o Wikipedia.</strong> Quindi più che insegnare le nozioni mnemoniche è importante insegnare a come utilizzare gli strumenti tecnologici tramite i quali si ha accesso a tutto lo scibile umano. Allo stesso modo, l’avvento dell’intelligenza artificiale avrà un fortissimo effetto disruptivo sul mondo della scuola. Gli studenti saranno (o forse già lo sono) in grado di far scrivere temi e risolvere equazioni al proprio computer. Quale sarà il ruolo della scuola in nell&#8217;era dell’Intelligenza Artificiale? Lo stesso di prima, ovvero di <strong>insegnare ai giovani come capire il mondo e utilizzare gli strumenti tecnologici a loro disposizione</strong>.</p>
<p><strong>È necessario quindi un approccio più innovativo e flessibile all&#8217;insegnamento. </strong>Da un punto di vista di <em>hard skills</em>, i programmi devono aumentare il peso delle materie tecniche ed economiche, introducendo nuove materie come computer coding. Queste nuove materie contribuiscono allo sviluppo di competenze digitali e la comprensione delle tecnologie emergenti come appunto l&#8217;intelligenza artificiale e la blockchain. Da un punto di vista di <em>soft skills</em>, in un mondo sempre più interconnesso e collaborativo, anche l’approccio scolastico deve favorire competenze, ad esempio, di team working, privilegiando un metodo più interattivo rispetto al classico metodo di insegnamento frontale.</p>
<h3><strong>Un altro problema che affligge la scuola italiana è</strong> <strong>il mancato ricambio generazionale dei docenti</strong>.</h3>
<p>Secondo un rapporto del MIUR, nel 2020 il 34,9% dei docenti aveva più di 55 anni, mentre solo il 6,7% aveva meno di 35 anni. Avere professori e studenti con gap generazionali di 30 anni non favorisce un avvicinamento degli studenti alla scuola. Un professore giovane può essere preso come modello più facilmente rispetto ad un professore dell’età dei genitori o dei nonni degli studenti.</p>
<p>Il tema principale legato all’età avanzata dei docenti è la formazione. Insegnanti over 60 hanno completato il proprio ciclo di studi negli anni ‘80, quando Ronald Reagan era presidente degli Stati Uniti e si formava il primo Governo Craxi. Nonostante è prevista formazione per i docenti di ruolo obbligatoria, permanente e strutturale, sappiamo che non è facile far cambiare metodologia a chi ha lavorato in un certo modo per svariate decadi. L’esperienza accumulata diventa sicuramente un asset nel gestire i rapporti con gli studenti e situazioni problematiche che in un corso di aggiornamento sono difficili da insegnare. Ma se si guarda ai contenuti dell’insegnamento, l’esperienza accumulata negli anni viene meno in aiuto. Docenti che devono insegnare agli alunni come prosperare nella digital economy devono in primis avere competenze digitali. In Italia solo il 42% degli adulti a competenze digitali per il CNEL, al ventiquattresimo posto in Europa. La conseguenza è che solo il 16% degli italiani sostiene di aver acquisito le proprie competenze digitali a scuola, e la maggior parte come autodidatta.</p>
<p><strong>La formazione dei talenti del futuro richiede quindi un cambiamento del sistema educativo italiano</strong>. È necessario un approccio innovativo che combini competenze trasversali, come la cultura umanistica e le abilità tecniche ed economiche, con l&#8217;utilizzo delle nuove tecnologie. La formazione continua dei docenti, un rinnovamento del corpo docente e programmi scolastici aggiornati sono tutti elementi chiave per garantire che gli studenti italiani siano adeguatamente preparati per la digital economy del futuro.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>IL PROGRAMMA: Più mercato</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/piu-mercato/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Apr 2023 16:23:35 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
		<category><![CDATA[concorrenza]]></category>
		<category><![CDATA[economia]]></category>
		<category><![CDATA[LDE]]></category>
		<category><![CDATA[Liberali Democratici Europei]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[mercato]]></category>
		<category><![CDATA[Programma]]></category>
		<category><![CDATA[stato]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In un’economia di mercato, lo Stato deve determinare le regole del gioco, garantirne il rispetto da parte di tutti e, solo in pochi e ben delimitati casi, avere un ruolo attivo nel mercato. &#160; Promuovere la concorrenza nel mercato nazionale e internazionale è essenziale per aumentare produttività e innovazione, nonché dare una maggiore libertà di&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/piu-mercato/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">IL PROGRAMMA: Più mercato</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em>In un’economia di mercato, lo Stato deve determinare le regole del gioco, garantirne il rispetto da parte di tutti e, solo in pochi e ben delimitati casi, avere un ruolo attivo nel mercato.</em></h3>
<p>&nbsp;</p>
<p>Promuovere la concorrenza nel mercato nazionale e internazionale è essenziale per aumentare produttività e innovazione, nonché dare una maggiore libertà di scelta, più servizi di qualità e prezzi più convenienti per i cittadini. Uno Stato liberale elimina i monopoli ingiustificati e riduce la propria partecipazione al capitale di impresa se non strettamente necessaria creando così un mercato più dinamico ed equo per tutti.</p>
<p><strong>Produttività e crescita economica crescono solo in un contesto di concorrenza del mercato</strong>. Secondo uno studio OCSE, dal 2000 la produttività in Italia è diminuita del -0.3% annuo, contro una crescita media degli altri paesi OCSE del +0.3%. Le misurazioni della produttività, intesa sia come quanto un lavoratore riesce a produrre che come quanto prodotto una determinata quantità di capitale riesce a creare, è una delle principali metriche che determina lo stato di salute di un’economia, e soprattutto una delle leve principali della crescita del PIL. Il principale fattore che ha determinato il mancato aumento di produttività nel nostro Paese è stata allocazione delle risorse sia private che pubbliche in un’ottica poco concorrenziale soprattutto da parte dello Stato.</p>
<p><strong>Lo Stato ha un ruolo fondamentale sull’allocazione sia delle risorse private che pubbliche. </strong>Sulle prime, tramite la creazione di incentivi e sgravi che spingono le aziende ad investire in un modo piuttosto che in un altro. Sulle seconde, ovvero le risorse pubbliche, si è già detto tanto anche nel<a href="https://libdemeuropei.it/per-una-spesa-pubblica-piu-efficace/"> primo articolo</a> della serie <em>Dubbi Liberali</em>. Per citare alcuni esempi di allocazione di risorse pubbliche che hanno sfavorito la concorrenza con risultati dubbi in termini di creazione di valore, vengono subito in mente i 12 miliardi di euro ricevuti da Alitalia, e i 7 dalla Fiat. Questi investimenti dello Stato-Imprenditore hanno spesso permesso ad aziende improduttive di sopravvivere, alterando il mercato spesso a scapito dei concorrenti che non vantavano benefici e privilegi statali. Il risultato è ovviamente un servizio o prodotto di qualità inferiore e a prezzo superiore a quanto un mercato con una libera concorrenza avrebbe fornito ai cittadini.</p>
<h4><em>Lo Stato-Imprenditore ha spesso creato poco valore, rompendo gli equilibri di mercato e creando monopoli, ma ci sono (poche) illustri eccezioni</em></h4>
<p><strong>Se da un lato la concorrenza è fattore fondamentale per la crescita di un’economia, il <em>laissez-faire</em>, ovvero la concorrenza deregolamentata, non è allo stesso tempo la soluzione auspicabile</strong>. Scriveva Luigi Einaudi nel saggio Economia di concorrenza e capitalismo storico (1941): “Il paradosso della concorrenza sta in ciò che essa non sopravvive alla sua esclusiva dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita! La corda troppo tesa si rompe. L&#8217;uomo, jugulato dalla febbre della lotta, invoca un&#8217;ancora di salvezza, qualunque àncora, persino quella collettivistica. Egli sa di perdere qualsiasi liberta, di diventare schiavo del più spaventoso padrone che la storia abbia mai veduto, il tiranno collettivo, che non ha nome, che è tutti e nessuno, e stritola gli individui per ridurli a meri strumenti.” Per evitare questa catastrofe, è necessaria la presenza dello Stato nel mercato. Questa presenza, però, deve determinare le regole del gioco, garantirne il rispetto da parte di tutti i player e, in pochi e ben delimitati casi, avere un ruolo attivo.</p>
<h4><em>Lo Stato deve giocare un ruolo centrale nella transizione ecologica diventando imprenditore e innovatore</em></h4>
<p>Su quest’ultimo punto, vale la pena soffermarsi citando un’evidenza dove lo Stato sta giocando un ruolo fondamentale. <strong>La sfida della transizione ecologica è un chiaro esempio di caso dove è auspicabile un intervento diretto dello Stato, almeno in una prima fase, per accelerarne la crescita e lo sviluppo tecnologico</strong>. Grazie al PNRR, Cassa Depositi e Prestiti ha potuto aumentare la dotazione della propria divisione di Venture Capital. È stato così creato il fondo Green Transition Fund (GTF) con il mandato di investire fino a 250 milioni di euro nel capitale di start-up che stanno sviluppando tecnologie nei settori delle rinnovabili, economia circolare, mobilità e efficienza energetica, per citarne alcuni. Altri esempi di successo di Stato-Imprenditore <em>green</em>, anche a livello internazionale, includono il prestito concesso nel 2009 dal Dipartimento dell&#8217;Energia degli Stati Uniti di 465 milioni di dollari a Tesla. Questo prestito a tassi agevolati ha permesso alla società di sviluppare tecnologie avanzate per la produzione di veicoli elettrici, consentendo ad un’azienda con un profilo di rischio elevato e poco appetibile ad investitori privati di innovare il mercato, creando valore e posti di lavoro per l’intero paese.</p>
<p>Promuovere la concorrenza nel mercato quindi è un obiettivo che può portare benefici significativi all&#8217;intera economia nazionale e ai cittadini. <strong>L&#8217;eliminazione dei monopoli ingiustificati e la riduzione della partecipazione dello Stato al capitale di impresa, se non in quello di vero valore strategico, sono le misure necessarie </strong>per creare un mercato più dinamico ed equo, dove le imprese meritevoli possono emergere e i cittadini possono beneficiare di servizi di alta qualità a prezzi convenienti.</p>
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		<title>IL PROGRAMMA: Per una spesa pubblica più efficace</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Guglielmo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Mar 2023 09:13:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Dubbi Liberali]]></category>
		<category><![CDATA[Debito]]></category>
		<category><![CDATA[governo]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[Liberali Democratici Europei]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La spesa pubblica in Italia deve essere più trasparente, efficiente e produttiva, investendo a sostegno della competitività del Paese. &#160; La spesa pubblica in Italia è sempre stata al centro del dibattito politico, non solamente per le sue dimensioni colossali, ma spesso come oggetto di scandali. La spesa pubblica italiana è tra le più alte&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/per-una-spesa-pubblica-piu-efficace/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">IL PROGRAMMA: Per una spesa pubblica più efficace</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3 style="text-align: center"><em>La spesa pubblica in Italia deve essere più trasparente, efficiente e produttiva, investendo a sostegno della competitività del Paese.</em></h3>
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<p>La <strong>spesa pubblica in Italia è sempre stata al centro del dibattito politico, non solamente per le sue dimensioni colossali, ma spesso come oggetto di scandali</strong>.</p>
<p>La spesa pubblica italiana è tra le più alte in Europa rappresentando circa il 50% del PIL nel 2019 e quasi il 60% nel 2020, secondo i dati dell&#8217;OCSE. La sua <strong>efficacia è fondamentale per</strong> <strong>promuovere crescita economica e migliorare la qualità della vita dei cittadini</strong>. Tuttavia, uno dei principali problemi della spesa pubblica in Italia è rappresentato dall&#8217;elevato livello di sprechi e inefficienze. Sempre secondo uno studio dell&#8217;OCSE, solo nella sanità gli sprechi nella pubblica amministrazione italiana ammontano fino a 22 miliardi di euro, mentre gli sprechi totali fino a circa il 2% del PIL, un valore tra i più alti in UE.</p>
<h4><strong>La spesa pubblica in Italia deve essere più equa e trasparente.</strong></h4>
<p>Il denaro pubblico è stato utilizzato come <strong>strumento per il clientelismo politico e la corruzione, e non sempre per fornire servizi efficaci ai cittadini</strong>. Per ovviare questo problema, deve essere promossa una maggiore trasparenza. Potenziali soluzioni sarebbero una rendicontazione fruibile a tutti sul modello della piattaforma soldipubblici.gov, una maggiore responsabilizzazione dei funzionari pubblici e delle amministrazioni locali, e il ridisegno del sistema delle gare d’appalto come proposto dall’ANAC già nel 2020.</p>
<h4><strong>La spesa pubblica deve essere efficiente</strong>.</h4>
<p>È importante promuovere una maggiore <strong>coordinazione tra le diverse amministrazioni e enti pubblici</strong>. L’utilizzo di <strong>tecnologie avanzate e la digitalizzazione può contribuire a ridurre i costi e migliorare la qualità dei servizi offerti</strong>. Secondo uno studio dell&#8217;Associazione italiana per l&#8217;informatica e il calcolo automatico (AIIC), l&#8217;adozione di tecnologie digitali nella pubblica amministrazione potrebbe generare un risparmio di oltre 10 miliardi di euro l&#8217;anno. È quindi importante promuovere una maggiore collaborazione tra le imprese e le amministrazioni pubbliche, al fine di favorire l&#8217;adozione di nuove tecnologie.</p>
<h4><strong>La spesa pubblica in Italia deve essere più produttiva.</strong></h4>
<p>Secondo uno studio ISTAT, il 60% dei finanziamenti pubblici destinati alle imprese in Italia non è finalizzato alla ricerca e sviluppo, ma a compensare i costi di produzione e a sostenere l&#8217;occupazione. Benché il sostegno all’occupazione e i contributi alle aziende, come il recente Decreto Legge “Caro Energia”, siano fondamentale per affrontare stati emergenziali nel breve termine, nel lungo rischiano di far sopravvivere aziende con modelli di business non sostenibili. Ancora peggio, queste aziende drenano risorse pubbliche ad aziende innovative che potrebbero a loro volta crescere e assorbire la forza lavoro delle prime. Il tema della rimodulazione della spesa pubblica è centrale per aumentarne la produttività. La Legge di Bilancio 2022 prevede che la percentuale di spesa pubblica destinata alla previdenza salirà dal 19.7% del 2010 ad oltre il 24% del 2024, con voci come Salute e Istruzione tra le più penalizzate.</p>
<p>In conclusione, l&#8217;importanza di una spesa pubblica più efficiente in Italia è fondamentale per garantire la <strong>competitività dell&#8217;economia e il benessere dei cittadini</strong>. Per raggiungere questo obiettivo, è necessario promuovere una maggiore trasparenza e responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche, una migliore coordinazione tra le diverse amministrazioni e enti pubblici, e l&#8217;adozione di tecnologie innovative, accompagnate da una rimodulazione mirata ad una maggiore produttività delle risorse pubbliche. Solo così sarà possibile garantire una corretta allocazione delle risorse pubbliche e fornire servizi efficaci ai cittadini.</p>
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