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Chi paga il conto dell’ombrellone

Nessuno capisce come sia possibile che una questione tutto sommato non strategica per l’Italia, la scadenza delle concessioni per gli stabilimenti marittimi, sia diventata

uno psicodramma con notevoli spunti farseschi stabilmente al centro dell’attenzione della politica.

Ieri si è aggiunto un altro capitolo della saga, in quanto è stata resa pubblica la sentenza del Consiglio di Stato dell’1 marzo che considera illecita la proroga che il governo (non a caso nel decreto Mille-proroghe) aveva concesso alle concessioni balneari che, invece di essere messe a gara entro il 2023, lo sarebbero state nel 2024.

Andiamo con ordine. Nell’ormai lontano 2006 venne emanata dalla Commissione Europea la cosiddetta Direttiva Bolkestein che, fra le altre cose, imponeva agli Stati Membri di approvare entro termini precisi norme che consentissero la messa a gara delle concessioni demaniali marittime (o di quelle dei venditori ambulanti). I governi italiani hanno qualche volta tentato di attuare questa regola senza mai riuscirci, ma nel frattempo si accumulava un’impressionante quantità di pronunce dell’Autorità Antitrust, TAR, Corte di Giustizia Europea (che, ricordiamolo, ha come minimo lo stesso valore della Corte Costituzionale) e infine, nel 2021, del Consiglio di Stato, che definivano la direttiva come self-executing, cioè ormai immediatamente applicabile nell’ordinamento interno anche senza bisogno di una norma ad hoc italiana, con la conseguenza che ogni proroga automatica delle concessioni, sia normativa che per atto amministrativo, è in contrasto con la Direttiva e deve perciò essere disapplicata.

Il governo Draghi nella legge sulla concorrenza del 2022 era riuscito ad inserire una disposizione che consentiva le aste pubbliche per l’assegnazione del diritto di sfruttamento del demanio marittimo, dando tempo ai comuni fino al 31 dicembre 2023 per procedere all’indizione delle gare. Inoltre, si prevedeva che il Governo avrebbe dovuto riordinare il settore seguendo principi fin troppo cautelativi: la necessità di tenere in considerazione gli investimenti effettuati dai concessionari, la frammentazione in piccoli lotti, la possibilità di deroga in casi speciali per tutto il 2024, la valorizzazione degli attuali operatori, la definizione di un numero massimo di concessioni per ciascun titolare e un indennizzo all’u-scente: concorrenza sì, ma con juicio, si puedes.

Il governo Meloni, invece, nel suo decreto Mille-proroghe, approvato definitivamente lo scorso 24 febbraio, ha allungato il brodo di un altro annetto, senza alcuna motivazione economico-razionale, portando il termine a fine 2024 e provocando la reazione del presidente Mattarella che ha tenuto a precisare, pur apponendo la sua firma, che l’ulteriore rinvio appariva in violazione del diritto europeo. Il Consiglio di Stato ci è andato molto più pesante e ha stabilito che la proroga legislativa di febbraio “si pone in frontale contrasto” con la disciplina europea

“e va, conseguentemente, disapplicata da qualunque organo dello Stato”. Bang.

Ricordiamo che secondo gli ultimi dati disponibili lo Stato ricava dalle sue circa 29.000 concessioni, 115 milioni l’anno, 4.000 per stabilimento, ossia il costo di un lettino per la stagione. Viene impedita la concorrenza di nuovi entranti che potrebbero essere più innovativi, efficienti e remunerativi per le casse pubbliche. E, con questa ultima pronuncia, si aprono le porte per una serie infinita di ricorsi da parte di privati o dell’Autorità Antitrust che intaseranno i tribunali, in attesa che la Corte di Giustizia Europea ribadisca che l’Italia è fuorilegge.

Vale la pena? Il governo ha già fatto retromarcia rispetto a tanti baldanzosi propositi che caratterizza vano la campagna elettorale dei partiti che lo compongono e due di questi erano nel governo Draghi che aveva preparato la legge sulla concorrenza. E quindi ora di dire basta: liberate il paese da questa pantomima e fate le gare, per favore.

Di Alessandro De Nicola

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