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Il peso delle sanzioni a Putin

Le sanzioni funzionano?

Quando il 24 febbraio del 2022 la Russia cominciò l’invasione dell’Ucraina, la prima ovvia risposta che gli Stati occidentali diedero fu di inasprire le sanzioni che già colpivano (blandamente) Mosca a seguito dell’invasione della Crimea. Ci volle invece del tempo prima che ci si decidesse di rifornire di armi l’esercito ucraino (ricordate le disquisizioni tra armamenti offensivi e difensivi? Ancor oggi l’aviazione di Kiev non dispone di aerei da caccia occidentali operativi) ma si creò un certo consenso nel pensare che l’economia russa avrebbe sofferto enormemente senza capitali e tecnologie (e beni di lusso o di consumo) occidentali e che il boicottaggio avrebbe lo sforzo bellico. Ora, naturalmente, quando si giudicano i risultati delle azioni intraprese contro la Russia bisogna considerare le aspettative: se queste erano irrealistiche difficilmente gli obiettivi raggiunti saranno considerati soddisfacenti, il che potrebbe portare a conclusioni affrettate e potenzialmente pericolose.

Partiamo con i fatti. Le sanzioni euro-americane nei confronti di Mosca sono state piuttosto robuste ma non draconiane.

Divieto di esportazione di beni ad alto contenuto tecnologico soprattutto se dual-use (sia militare che civile), esclusione delle più importanti banche russe dal circuito di pagamenti swift, drastica riduzione delle importazioni prima del carbone, poi del petrolio (acquistabile solo se sotto i 60 dollari il barile) e del gas, restrizioni ad personam verso molti oligarchi e funzionari, blocco de gli investimenti, il congelamento di circa 300 miliardi di beni e liquidità russe detenute in Occidente nonché, da ultimo, il 23 febbraio il tredicesimo pacchetto di sanzioni approvato dall’Unione Europea che colpisce oltre a 140 società e cittadini russi anche società cinesi, turche ed indiane che sono servite per aggirare i precedenti divieti. Un problema piuttosto serio fin dall’inizio è stato infatti l’aggiornamento di queste misure, reso possibile dal fatto che India, Cina, Turchia, Brasile, regni e emirati del Golfo e dozzine e dozzine di altri paesi, inclusi quelli canaglia come Iran e Corea del Nord, continuano tranquillamente a commerciare con Mosca. In alcuni casi comprano le materie prime come petrolio e gas per sé oppure le riesportano verso paesi terzi, in altri rivendono beni occidentali servendo da intermediari. Per quanti sforzi si facciano e, nonostante la Russia debba comunque vendere a prezzi più bassi ed acquistare a più alti, lo strangolamento non si è verificato.

Se guardiamo ai dati macroeconomici e volendo prender per buoni i dati russi (il che comporta un altro punto di domanda come ha dimostrato il rispettato Istituto Internazionale di Kiev), mentre nel 2022 il Pil è sceso del 2,2% (in un anno in cui nel mondo è salito del 3,5%), nel 2023 dovrebbe, secondo il Fondo Monetario Internazionale, rimbalzare del 2,6%. Anche nel 2024 si prevede un + 2% che scenderebbe all’ 1,1% nel 2025. Come mai? Grazie all’economia di guerra. Lo stimolo fiscale del governo è stato pari al 10% del PIL (come se in Italia la spesa pubblica fosse aumentata di 210 miliardi) e si è riversato sull’industria che ruota intorno allo sforzo bellico e agli armamenti: nel terzo trimestre 2023 i prodotti metalliferi finiti sono saliti del27,4% tra cui gli altri pro-dotti” che includono gli armamenti + 39,5%; veicoli di trasporto + 29,4% e così via. Orbene, l’economia bellica ha 3 caratteristiche malsane: la prima è che è finanziata a debito (o tasse) dallo Stato: la seconda è che non comporta alcun beneficio per la cittadinanza (salvo per gli stipendi dei lavoratori del settore) e distorce gli investimenti; la terza è che è ingannevole. Se costruisco 100 carri armati moderni il PIL cresce di molte centinaia di milioni di euro, ma se ne vengono distrutti 50 in combattimento dagli ucraini, questo non risulta dalle statistiche. Inoltre, la Russia presenta altri segnali di debolezza: il crollo del rublo, gli alti tassi d’interesse (16%) fissati dalla Banca Centrale, l’elevata inflazione (7,4% nel 2023), l’esodo di centinaia di migliaia di lavoratori qualificati e la morte di altre centinaia di migliaia di giovani in guerra, il calo delle esportazioni, la crescita del deficit, l’acuirsi delle sanzioni. Tutti fattori che nel medio-lungo periodo sono minacce reali per l’economia ma che nei prossimi due anni non dovrebbero farla crollare.

Il che ci porta alla conclusione del ragionamento vale a dire che le sanzioni sono efficace ma se oggi si vuole salvare l’Ucraina e con essa la sicurezza dell’Occidente non c’è che un modo: concederle subito aiuti umanitari e militari che le consentano di bloccare e sconfiggere l’invasore. E sotto questo profilo l’Italia dovrà farsi perdonare la passatatirchierie.

Di Alessandro De Nicola 

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