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Leggere Tucidide per frenare le politiche populiste sull’immigrazione

Non è detto che ministri e presidenti del Consiglio abbiano letto Tucidide. Però spesso i grandi autori di 25 secoli fa ripropongono esattamente i temi su cui sì divide ancor oggi la democrazia occidentale. La divisione tra democrazia del popolo e regimi censitari attraversa l’intera storia delle poleis greche, lo scontro tra Occidente e Oriente nasce ai tempi delle guerre persiane, la contrapposizione tra imperi commerciali del mare e imperi bellicisti di terra è la ragione della guerra del Peloponneso, e rivivrà ancora nel Nomos della terra di Carl Schmitt.

Insomma, Tucidide serve sempre, e non solo lui. Anche su un tema ché è diventato bandierina dell’attuale governo italiano la mano di ferro contro i profughi che tentano di attraversare il Mediterraneo, il decreto del prefetto-ministro Piantedosi che vieta alle navi delle Ong- ripetiamolo: non transita sui loro ponti se non poco più del 10 per cento de. gli sbarchi in Italia – più di un salvataggio alla volta a pena di sanzioni emesse dai prefetti e senza più procure tra i piedi, impone porti di sbarco a centinaia di miglia di mare, per poi magari allocare gli sbarcati a centinaia di chilometri via autobus. Intanto il 6 febbraio scorso viene pubblicato uno studio negli Occasional Paper della Banca d’Italia, a firmarlo sono Gaetano Basso, Luigi Guiso, Matteo Paradisi e Andrea Petrella. La ricerca fa il punto sull’occupazione attivata dal Pnrr. Servono 375 mila lavoratori in più di qui al 2026, e se i 95 mila in più nelle costruzioni si possono forse creare con serie politiche di formazione, per la maggioranza delle decine di migliaia di qualifiche tecniche ben formate il sistema dell’istruzione e della formazione professionale pubblica non è in grado di offrirne il numero adeguato. Conclusione: serve una svolta vera sulle politiche attive del lavoro, di là da venire perché nel frattempo continuiamo ad affidarci agli inefficienti Centri pubblici per l’impiego; e servono molti immigrati in più. Più immigrati e possibilmente ben formati. Anche perché di qui al 2026 i potenziali lavoratori di 15-69 anni, vista la pluridecennale curva demografica italiana, caleranno di circa 630 mila unità.

Orrore negli ambienti di governo.

Ma come più immigrati. Abbiamo bisogno di meno immigrati, “rubano” il lavoro agli italiani e minano la coesione sociale del nostro paese, che la destra chiama apposta sempre e solo col termine di “nazione”

secondo la vecchia formula “una d’arme, di lingua, d’altare, di memo-rie, di sangue e di cor». Meno immigrati e gli italiani facciano più figli, dunque. Dimenticando che per invertire la curva demografica suicidaria occorrono anni e anni di riorientamento delle politiche fiscali, contributive, di parità di genere, di offerta di servizi sociali… non i bonus e i prepensionamenti sacri alla politica italiana.

E che c’entra Tucidide, direte voi. C’entra, c’entra. Rileggetelo sulla vigilia dello scoppio della guerra del Peloponneso nel 431 a.C., troverete come Pericle risponde a Sparta, che minacciava l’attacco. Pericle risponde che Atene avrebbe tolto il blocco a Megara alleata di Sparta, se Sparta però avesse smesso di cacciare gli stranieri.

Perché Sparta, iperoligarchica e militarista, per purezza di sangue non poteva tollerare la presenza di estranei. E quando Pericle onora le vittime del primo anno di guerra, ripete: “Anche in guerra noi siamo diversi di nostri avversari: la nostra città è aperta a tutti né pratichiamo espulsioni di stranieri, non impediamo loro l’accesso alla nostra conoscenza e ai nostri spettacoli”

La democrazia del mare viveva di commercio e così prosperavano anche non ateniesi, che armavano la notta mercantile e contribuivano a quella militare, ed erano protagonisti dell’esplosione di pensiero, arti e spettacolo che nel V secolo fece di Atene il magnete dell’Occidente attuale.

Direte voi: eh ma la democrazia è voto di popolo, alla maggioranza degli italiani piace il pugno di ferro anti immigrati. Anche su questo ci aiuta, l’Atene antica. Nel 406 a.C. Atene e i suoi alleati sgominarono la flotta spartana alle Arginuse. Ma, al ritorno ad Atene, sorpresa: i capofila populisti chiesero all’assemblea la pena di morte per gli strateghi navali, rei di aver lasciato indietro 25 navi per salvare i naufraghi sconfitti invece di lasciarli perire tra i flutti, sacrificando equipaggi ateniesi nella tempesta in cui poi le navi salvatrici erano incappate.

Unico a obiettare Socrate, zittito al grido “il popolo lo vuole”, e condanna a morte fu. Per aver salvato i naufraghi. La storia si ripete, tristemente, per chi se ne dimentica.

Oscar Giannino

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