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NEWSLETTER LDE n. 13 – 10/6/2023

Vediamoci a Bologna!

Vediamoci a Bologna sabato prossimo alla nostra prima assemblea pubblica. Ci sono ancora dei posti liberi, registratevi qui, utilizzando l’apposito form.

Sarà l’occasione per confrontarci sull’attuale scenario politico e sul futuro del nostro movimento.

Si tratta di un’occasione molto importante. Esistono, come sapete, molte associazioni e movimenti nella galassia liberaldemocratica, ma la nostra associazione è forse quella che più di altre ha deciso di mettersi in gioco nella politica attiva.

Continueremo quindi ad essere dei catalizzatori per tutte le forze liberaldemocratiche del nostro Paese.

Vediamoci a Bologna per dare, tutti assieme, una nuova occasione al liberalismo politico in Italia.

 

Avremo un nuovo simbolo

Per marcare il nuovo passo che connoterà la nostra azione politica dopo Bologna, nel corso dell’assemblea presenteremo anche il nostro nuovo simbolo.

Un rinnovato simbolo di libertà.

 

La nostra missione

All’incontro tenutosi ieri a Pordenone, un signore dal pubblico ci ha rivolto una puntuale domanda su quelli che negli ultimi mesi sono stati (e che auspichiamo possano continuare ad essere) i nostri interlocutori naturali: Renzi e Calenda.

“Vengono da sinistra, sono di sinistra”, ha detto il nostro amico, “io sono liberale dagli anni ’60, perché dovrei stare al traino di altri?”.

Capiamo l’obiezione.

La nostra risposta ha un orizzonte europeo, per due ragioni: perché vorremmo un’Europa federale e crediamo alle organizzazioni internazionali e sovranazionali come argine ai soprusi degli stati nazione e perché vorremmo delle liste transnazionali per il Parlamento europeo.

Su questo orizzonte, i liberali non possono che guardare a Renew Europe, il gruppo parlamentare che raggruppa liberali classici (a loro volta raggruppati nell’Alde, a cui sono affiliati Più Europa e i Radicali Italiani) e i liberali più progressisti (a loro volta raggruppati nel PDE, a cui sono affiliati Azione e Italia Viva).

Si tratta di un orizzonte allargato rispetto ad altri orizzonti maggiormente identitari, è vero. Ma è necessario avere numeri più ampi se non ci si vuole ridurre a essere un semplice gruppo di pressione su singoli temi.

Se ci si candida ad offrire una visione della società alternativa a quella offerta da questa destra e da questa sinistra, servono orizzonti più ampi.

Ci sono naturalmente dei limiti. Ciò che sta a sinistra (socialisti e forze di sinistra più o meno massimaliste) e a destra (popolari, conservatori e sovranisti) di Renew Europe non fa per noi.

Come diciamo da sempre, le federazioni e i cartelli elettorali estemporanei sono per noi una seconda scelta (e a tendere non dovranno più rappresentare un’opzione), per cui l’unione delle forze liberaldemocratiche attorno a Renew Europe alle prossime elezioni europee dovrà rappresentare il primo passo verso la costruzione di un nuovo grande movimento unitario, capace di contendere il campo alle prossime elezioni politiche a questa destra e a questa sinistra.

 

L’Europa di domani

Tra un anno sapremo se l’Europa avrà una nuova maggioranza di centro-destra dove il Ppe, la più grande famiglia politica europea, deciderà – risultati alla mano – se spostarsi verso destra lasciando perdere dopo decenni la coalizione formata con il Pse e la sinistra.

Si tratta di un’operazione che vede come protagonisti Giorgia Meloni, unico leader di destra dell’unico paese fondatore della Ue oltre che presidente del partito europeo dei Conservatori, Manfred Weber, leader del Ppe in questi giorni a Roma per una due giorni proprio sul futuro politico dell’Europa e anche Matteo Salvini, in rincorsa, perché i rapporti con Meloni sono ridotti al lumicino e perché Weber avrebbe messo in chiaro che il Ppe non potrà mai allearsi con gli estremisti, a destra e a sinistra (a Strasburgo Salvini sta nel gruppo di Le Pen, Identità e Democrazia).

In questo scenario, l’Italia non può permettersi di non eleggere deputati nel gruppo di Renew Europe, che deve rappresentare l’ago della bilancia.

Per questo è necessario che si corra tutti uniti alle prossime elezioni europee.

 

Il Mes uno stigma?

Dalla masseria di Bruno Vespa (no comment) Giorgia Meloni afferma che il Mes sarebbe «uno stigma che rischia di tenere bloccare delle risorse in un momento in cui invece stiamo tutti cercando risorse: poi non verrebbe utilizzato da nessuno».

Una affermazione che non ha senso. Il Mes potrà essere uno stigma se vi si ricorre, non certo se si ratifica il regolamento che ne prevede il funzionamento. Il Mes è in realtà uno strumento utile, un ulteriore (e rinnovato) paracadute per le finanze pubbliche di tutti gli Stati membri.

L’Italia è l’unico Paese dell’area euro a non averlo ratificato, l’unico.

Questo è il vero stigma.

 

Il rischio di svilimento del Made in Italy

È semplicemente ridicolo e grottesco questo continuo ricorso al marchio “Made in Italy” per qualificare ciò che viene fatto nel nostro Paese. Il liceo del Made in Italy, la Serie A Made in Italy (attenzione che si parla di una sponsorizzazione di 10 MILIONI di euro alla lega di Seria A, una follia), la giornata “nazionale” del Made in Italy, l’albo dei ristoranti Made in Italy nel mondo, il fondo “sovrano” del Made in Italy con dotazione di un MILIARDO.

C’è tutto questo e di più nel disegno di legge approvato dal Governo nella seduta del 31 maggio.

Viva il Made in Italy e sempre viva le nostre imprese, naturalmente. Ma questa fissazione suona molto come un tentativo di allargare la sfera di influenza statale sull’economia.

Attenzione a non svilire un marchio che dovrebbe rimanere sinonimo di eccellenza.

 

I nodi al pettine dei sovranisti

In settimana abbiamo avuto la conferma empirica di ciò che da sempre sappiamo: i sovranisti non possono – per definizione – stringere alleanze in grado di tenere nel tempo.

Per quanto riguarda l’Italia, in particolare, il sovranismo è una risposta sbagliata se non altro perché il nostro Paese necessita di ampia solidarietà (sui conti pubblici e sul tema di migranti, in particolare) da parte degli altri Paesi membri.

Anche Giorgia Meloni l’ha capito in settimana, quando ha dovuto rompere, proprio sul tema dei migranti, con i suoi alleati di Visegrad (Polonia e Ungheria su tutti).

 

Il reato di tortura

L’incriminazione e l’introduzione di nuove fattispecie di reato non sarà mai, per noi, la soluzione. Il panpenalismo non è solo una risposta sbagliata, è una non risposta.

Rispetto al reato di tortura, però, pur consapevoli dei difetti delle norme adottate nel 2017, ci inquieta la voglia di abrogazione (non di correzione) di Fratelli d’Italia, che ha già presentato delle proposte di legge in tal senso.

Gli indegni fatti di Verona dimostrano che non considerare come reato specifico condotte così brutalizzanti farebbe venire meno un argine (uno degli argini, certo, non l’argine) contro i soprusi del potere e dell’autorità.

 

Trump

La frase della settimana è di Mike Pence, che, lanciando la sua candidatura, ha detto: “Il 6 gennaio dovetti scegliere fra il Presidente Trump e la Costituzione e scelsi quest’ultima”.

Bentornato GOP (speriamo).

 

Adolescenti e social network

È vero che ai più giovani gli smart phone e i social network fanno male. Gli psicologi sono concordi su questo.

Ma la risposta può essere il proibizionismo? Dove stanno le famiglie in tutto questo?

A parte la facilità di aggirare un divieto d’uso dei social, non vorremmo che il divieto finisse per costituire un modo di deresponsabilizzare i veri responsabili, ossia coloro che esercitano per legge la potestà genitoriale.

Ce la prendiamo tanto con la scuola e le sue disfunzioni. Ma le famiglie dove stanno?

Se un giovanissimo usa uno smart phone al ristorante anziché leggere un fumetto, di chi è la colpa?

La proibizione è risposta facile.

Ma la sfida rimane, anche qui, culturale e il divieto, storicamente, non ha mai fatto cultura.

 

Il libro della settimana

Manuale di autodifesa europeista. Come rispondere alla sfida del sovranismo. Di Sergio Fabbrini.

Contestata, messa in discussione, attaccata dall’esterno da quanti desiderano dividerla e, dall’interno, da coloro che la vorrebbero più debole, mai prima di oggi l’Unione europea aveva affrontato una minaccia tanto grave alla sua stessa sopravvivenza.

Se solo pochi anni fa entrare a far parte dell’UE era un’ambizione e un punto di arrivo per gli Stati che ne erano fuori, oggi le forze centrifughe – già vittoriose nel caso emblematico della Brexit – sembrano guadagnare sempre più credito popolare. Come si è arrivati a questa situazione? Come hanno fatto gli antieuropeisti a raggiungere un tale picco di consensi?

In questo volume, che raccoglie e rielabora gli scritti pensati “in presa diretta”, Sergio Fabbrini ripercorre gli ultimi, convulsi anni alla ricerca delle cause, e spesso degli errori, che hanno portato alla situazione attuale, ma anche della possibile ricetta attuando la quale l’Unione europea può recuperare e irrobustire quegli anticorpi riformisti che ne possono garantire la sopravvivenza e lo sviluppo.

 

Prossimi eventi

16-17 giugno: Bologna: assemblea degli iscritti di LDE aperta a tutti, inclusi i non iscritti. Trovate qui tutti i dettagli. Iscriveteci utilizzando l’apposito form

 

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