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NEWSLETTER LDE N. 8 – 6/5/2023

Libdem: un nuovo nome, per una nuova missione

LDE era nata come associazione dei liberali democratici europei per aggiungere all’appello di Azione e Italia Viva una più ampia rappresentanza di associazioni ed elettori liberaldemocratici, chiamati a raccolta dalle due forze politiche nell’atto di far evolvere la propria federazione in un solo partito.

LDE ha sempre mirato e continua a mirare alla più ampia convergenza possibile dei liberaldemocratici in chiave nettamente alternativa ai due schieramenti in campo: quello di destra, oggi al governo, e quello di sinistra allargato al Movimento Cinque Stelle.

Quanto avvenuto tra Azione e Italia Viva non ci fa deviare dal nostro intento. Questo processo non può fermarsi: lo spazio politico cui volge lo sguardo esiste a prescindere dai suoi intrepreti.

Lo dicono i sondaggi, lo dicono gli astenuti e i tanti elettori che non si riconoscono nell’attuale offerta politica e che in questi mesi ci stanno chiedendo con insistenza di unire le forze, di parlare di ciò che ci accomuna, prima di ciò che ci divide, e di fare tutto il possibile affinché, fin dalle prossime elezioni europee, compaia sulla scheda una scelta alternativa a questa destra e questa sinistra, che portano insieme la responsabilità di decenni di declino dell’Italia.

Una alternativa che sappia parlare agli elettori in maniera univoca e con un simbolo nuovo, che non rappresenti una estemporanea unione elettorale di altri simboli, ma che ne accomuni durevolmente culture, anime e intenti in una sola grande sfida comune. Per le prossime elezioni europee e poi per quelle politiche.

E pluribus unum.

Un simbolo nuovo per un nuovo e grande movimento politico liberale e democratico, che costituisca in Italia la proiezione di Renew Europe, il gruppo che al Parlamento europeo raccoglie i deputati eletti nei partiti aderenti all’Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l’Europa (ALDE), al Partito Democratico Europeo (PDE) e in altre nuove forze politiche.

Esattamente come quattro mesi fa, non vogliamo dar vita da soli ad un altro piccolo partito: vogliamo contribuire con altri alla nascita di un nuovo grande movimento, liberale e riformatore.

Per il nostro Paese, per le sue future generazioni, per l’Europa, per la democrazia, per la libertà, per l’Occidente.

Forti del riconoscimento di equilibrio, indipendenza, autorevolezza e moderazione che il mondo liberaldemocratico tributa ai nostri fondatori e garanti, da oggi la nostra sfida diventa promuovere con ogni forza la ripresa del processo costituente.

Vogliamo incisive riforme strutturali che liberino le energie dell’Italia e rimedino ai suoi drammatici gap economici, territoriali, generazionali e sociali. Vogliamo un’Italia che, forte di queste riforme, sia protagonista e non freno dell’integrazione europea. Vogliamo un’Italia atlantica impegnata con l’intero Occidente nel contrasto alle autocrazie che mirano, come la Russia di Putin, ad abbattere indipendenza, sovranità e intangibilità delle libere scelte degli Stati piegandoli con armi, repressioni ed eccidi.

Incomprensioni, incidenti, divergenze e ritardi non devono impedire il processo costituente verso un movimento nuovo, alieno agli attuali schieramenti. È tempo di promuovere una nuova iniziativa, radicalmente alternativa nelle idee al bipolarismo populista e sovranista.

In palio ci sono il mondo di domani e l’Europa del futuro, che vanno salvaguardati compiendo scelte che non sono né quelle perseguite dai sovranisti illiberali di destra, né quelle stataliste e dirigiste del movimentismo protosocialista che ha imboccato la sinistra.

Non vogliamo e non possiamo consegnare l’Unione europea a chi vorrebbe ridurla a una piccola confederazione di Stati divisi, né a chi la vorrebbe come Super Cassa del Mezzogiorno sempre pronta a offrire risorse a chi non mette ordine nella propria finanza pubblica e avversa il mercato e la concorrenza.

La nostra nuova missione oggi è catalizzante.

Siamo i Libdem.

La settimana

Unità nazionale contro l’”offesa” francese all’Italia? Come dice l’amico Carmelo Palma: ma per favore.

Comincia con l’ennesimo incidente diplomatico tra Italia e Francia quella che si annuncia come una lunga campagna per le prossime elezioni europee. Una scadenza cruciale, in cui si deciderà il nuovo assetto che guiderà l’Europa nei prossimi anni.

Che è accaduto? Il ministro degli interni francese Gèrald Darmanin, in polemica con il presidente del partito di Marine Le Pen, che lo accusava di non contenere l’”invasione” di migranti sul confine italiano, ha scaricato la colpa sul governo di Roma, accusandolo di incapacità nella gestione del fenomeno.

Uno scarico di responsabilità usato sul fronte interno, non un attacco sul piano delle relazioni internazionali e diplomatiche. Non si fa? Ma per favore.

Tenete presente che solo il giorno prima il Presidente della Regione Liguria, Toti, esponente della maggioranza di destra, aveva accusato Macron di “brutalità” per i respingimenti dei migranti irregolari alla frontiera francese insinuando che si trattasse di un espediente strumentale.

Nessuno, a Parigi, per questo aveva protestato.

Invece il Governo italiano ha deciso di sfruttare l’occasione, trasformandola in incidente diplomatico. Per questo Tajani ha annullato la sua prima visita a Parigi.

Ha sbagliato. Dovrebbe andarci, invece. Col sorriso e a testa alta, se ritiene di poter difendere la posizione italiana.

Posizione italiana che, però, appare poco difendibile se pensiamo che il decreto legge sui migranti, appena approvato alla Camera, elimina la protezione speciale, uno strumento che aveva permesso a tante persone di sanare la propria posizione e uscire dalla clandestinità.

La verità è che oltre la propaganda politica ci sono le storie concrete di chi chiede protezione e ci sono quelle di chi concede la protezione speciale, per motivi che nulla hanno a che fare con i cavalli di battaglia della destra.

Il punto è che finché non si sarà in grado di arrestare i flussi, non ha senso mettere la testa sotto la sabbia o girarsi dall’altra parte adottando misure di legge che non contrastano gli arrivi (abbiamo grossi dubbi che le nuove condanne per gli scafisti possano risultare un deterrente efficace), ma che lasciano nella clandestinità chi arriva.

In ogni caso, la linea rossa che divide Roma e Parigi corre lungo la Tunisia ma anche nel deserto libico. E non è un caso che alla vigilia dello scontro con Parigi, Giorgia Meloni abbia incontrato a Roma il generale libico Khalifa Haftar, anche se nella lotta tra i due ‘uomini forti’ della Libia l’Italia sostiene il primo ministro Abdul Hamid Mohammed Dabaiba.

Un pensiero ai cittadini dell’Emilia Romagna, travolti in settimana da precipitazioni estreme.

Sono decenni (tanti decenni) che i rapporti scientifici mondiali mettono in guardia contro simili eventi, che non possono più cogliere di sorpresa. Non è possibile.

A tal proposito, c’era una volta un piano per il dissesto idrogeologico, approvato per importanti stralci: aveva collegato un fondo nazionale di 8,5 miliardi ed era stato affidato a una struttura centralizzata a Palazzo Chigi chiamata «Italia sicura» che è stata la sola a mettere un po’ di ordine nel grande caos della difesa del suolo in Italia.

A guidarla tecnici del calibro di Erasmo D’Angelis e Mauro Grassi.

Era stata creata dal governo Renzi ed è stata poi liquidata da un giorno all’altro dal governo gialloverde Conte 1 nel 2018. Lo stesso che se non ha direttamente varato la sanatoria edilizia a Ischia, ha approvato norme per accelerarne le pratiche.

All’Onu, Cina e India hanno votato sì, nel complesso, alla risoluzione dal titolo “Cooperazione tra le Nazioni Unite e regionali e altre organizzazioni: cooperazione tra Nazioni Unite e Consiglio d’Europa”, ma si sono astenute sul passaggio più delicato, in cui si fa riferimento “all’aggressione da parte della Federazione Russa contro l’Ucraina”, e “contro la Georgia prima di quella”.

Il paragrafo che ha generato incomprensioni è il numero 9, a pagina 2, dove si afferma “riconoscendo anche che le sfide senza precedenti che l’Europa si trova ad affrontare a seguito dell’aggressione da parte della Federazione Russa contro l’Ucraina, e contro la Georgia prima di quella, e la cessazione come membro della Federazione Russa nel Consiglio d’Europa, chiede un rafforzamento della cooperazione tra Nazioni Unite e Consiglio d’Europa, in particolare in modo da ripristinare prontamente e mantenere pace e sicurezza basate su rispetto della sovranità, integrità territoriale e indipendenza politica di ogni Stato, assicura il rispetto dei diritti umani e della legge internazionale umanitaria durante le ostilità, provvede risarcimenti alle vittime e consegna alla giustizia tutti coloro responsabili di violazione alla legge internazionale”.

Questo paragrafo ha ottenuto 81 sì, 10 no e 48 astenuti, tra cui Cina, India e Brasile. La Russia ha votato no, così come Bielorussia, Iran, Siria, Sudan, Cuba e Corea del Nord. L’Italia, come Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Ungheria e, naturalmente, Ucraina, è tra gli 81 Paesi che hanno votato sì.

Insomma, c’è stato un errore di comunicazione nel dire che Cina e India stessero votando contro la Russia.

Frattanto speriamo che la Wagner lasci davvero Bakhmut il 10 maggio e che questa ritirata possa costituire il primo atto verso un negoziato capace di assicurare per l’Ucraina una cessazione delle ostilità e una “pace” giusta. Perché una pace senza giustizia lascia germi che col tempo portano a nuovi conflitti.

Sul fronte interno, in questa settimana che ha celebrato la festa del lavoro, facciamo nostre le parole di Oscar: “non è affatto vero che invecchiare sia un disastro. Per come la penso io, è cosa naturale. La cosa più dura è invece invecchiare in un Paese che invecchia drammaticamente – in senso demografico – e che continua a far riferimento sempre a idee stravecchie – nel dibattito pubblico”. Qui il pezzo integrale.

Sul debito pubblico leggete Alessandro De Nicola qui: l’era dei tassi bassi e della tolleranza è finita e sui mercati torna a crescere la percezione del rischio-Italia. Ma mentre la Spagna centra in anticipo i target, da noi si considera prudente un Def che lima di pochi punti le cifre fuori controllo.

Chiudiamo citando Francesco Cundari: la democrazia è in affanno, ma regge meglio degli altri sistemi. Se ne stanno accorgendo in Russia, in Iran e in Cina. Chissà che nel 2023 la notizia non arrivi perfino negli studi tv italiani.

Il libro della settimana

Il furto del millennio. Come la Cina ha turlupinato e depredato l’Occidente. Di Fabio Scacciavillani e Michele Mengoli. Cosa c’è dietro la crescita vertiginosa della superpotenza cinese? Per gli autori, negli ultimi trent’anni la Cina ha commesso un furto epocale a danno dell’Occidente, sedotto, derubato e non abbandonato, ma sfruttato con lungimirante e criminale determinazione. I metodi utilizzati sono molteplici: frodi, truffe, spionaggio, hacking, appropriazione indebita, trasferimenti coatti di tecnologia, furti di know-how, dumping, ricatti, estorsioni, guerra ibrida, disprezzo per le regole commerciali e la tutela dei brevetti, violazioni dei trattati, contraffazioni su vasta scala. Una serie di colpi sempre più audaci – messi a segno in pieno giorno, sotto gli occhi distratti o appannati delle vittime e con la complicità di potentati occidentali – che trasformano l’analisi economica e geopolitica degli ultimi anni in una spy story dai mille colpi di scena. “Il furto del millennio” racconta con dovizia di particolari e documentazione i comportamenti sleali del regime comunista di Pechino.

Prossimi eventi

19 maggio, ore 18:00 sul sito libdemeuropei.it: La meritocrazia è sopravvalutata? Il caso italiano, webinar con Guido Gentili, Alessandro Scarpa, Marianna Vintiadis e Giampaolo Galli. Modera Alessandro De Nicola.

16-17 giugno: Bologna: assemblea degli iscritti di LDE aperta a tutti, inclusi i non iscritti (iscrizioni aperte dalla prossima settimana)

 

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