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	<title>Newsletter Archivi - libdem europei</title>
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	<title>Newsletter Archivi - libdem europei</title>
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		<title>Newsletter n. 58 &#8211; 27/04/2024</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Apr 2024 21:39:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In settimana la presentazione dei nostri candidati In settimana presenteremo i nostri candidati e avvieremo ufficialmente la campagna elettorale con i nostri compagni di viaggio. Fin d’ora ringraziamo tutti coloro che hanno manifestato la loro disponibilità a candidarsi per Libdem. Siete stati tantissimi e purtroppo non è stato possibile dare concreto riscontro a tutti. Ma&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-58-27-04-2024/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter n. 58 &#8211; 27/04/2024</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-58-27-04-2024/">Newsletter n. 58 &#8211; 27/04/2024</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>In settimana la presentazione dei nostri candidati </strong></p>
<p>In settimana presenteremo i nostri candidati e avvieremo ufficialmente la campagna elettorale con i nostri compagni di viaggio.</p>
<p>Fin d’ora ringraziamo tutti coloro che hanno manifestato la loro disponibilità a candidarsi per Libdem. Siete stati tantissimi e purtroppo non è stato possibile dare concreto riscontro a tutti.</p>
<p>Ma la nostra avventura è soltanto all’inizio. Ci saranno altre elezioni a cui partecipare. Molte altre!</p>
<p><strong>Se i manager pubblici scendono in campo</strong></p>
<p>Non siamo ingenui e non pretendiamo che, allo stato delle regole attuali, i manager delle partecipate pubbliche debbano professare laicità assoluta quando vengono nominati dalla politica.</p>
<p>Però &#8211; anche allo stato delle regole attuali &#8211; c’è qualcosa di orbaniano nel vedere il capo dell’agenzia per la cybersicurezza Bruno Frattasi e il presidente di Leonardo e ex Finmeccanica, Stefano Pontecorvo &#8211; manager pubblici &#8211; esibire la t-shirt di FdI a Pescara, dal palco della sala Vienna 1683, una delle tre aree di dibattito della conferenza programmatica del partito di Giorgia Meloni, durante il dibattito su una politica estera comune e “sulla difesa della libertà europea”, mentre sullo sfondo campeggia lo slogan della kermesse: “L’Italia cambia l’Europa”.</p>
<p>Come il magistrato, anche il manager pubblico dovrebbe non solo essere indipendente, ma apparire tale.</p>
<p>“Pubblico” e “politico” sono due modi di essere diversi. La sfera pubblica e la sfera politica attengono a piani diversi.</p>
<p><strong>Vannacci</strong></p>
<p>Su Vannacci e la sua candidatura vorremmo dire che … non ce ne frega nulla!</p>
<p>(Salvini, continua così, davvero!).</p>
<p><strong>Se Lega, FdI e M5S si astengono sul voto sulle ingerenze russe</strong></p>
<p>L’ennesima conferma di un quadro politico sottomesso in larga parte all’influenza di Mosca: le delegazioni di Fratelli d&#8217;Italia, Lega e Movimento 5 Stelle al Parlamento Ue si sono astenute sul voto relativo alla lotta alle interferenze russe nell&#8217;Ue. Tra gli italiani si sono invece schierati a favore gli eurodeputati di Forza Italia, Terzo Polo, Pd e Verdi.</p>
<p>Guardando il voto dei gruppi europei, Ppe, Socialisti, Renew Europe, Verdi e The Left (con qualche distinguo) hanno votato il testo.</p>
<p>I conservatori di Ecr si sono schierati in gran parte a favore, tranne la delegazione italiana e parte degli spagnoli di Vox. Nel gruppo Id, oltre alla Lega si sono astenuti i lepenisti. Contrari al testo i tedeschi di AfD.</p>
<p>Il testo &#8211; comunque votato a stragrande maggioranza &#8211; invita l&#8217;Ue e gli Stati membri a contrastare &#8220;con urgenza&#8221; i tentativi di ingerenza russa, anche in vista delle prossime elezioni europee.</p>
<p>Il testo approvato dichiara anche la gravità delle accuse, ritenute &#8220;credibili&#8221;, secondo cui alcuni eurodeputati sarebbero stati pagati per diffondere la propaganda russa e molti avrebbero partecipato alle attività del media filorusso &#8220;Voice of Europe&#8221;, nel contesto della guerra contro l&#8217;Ucraina.</p>
<p>Riferendosi a casi sospetti di ingerenza russa provenienti da tutta Europa, tra cui Bulgaria, Germania e Slovacchia, i deputati si sono dichiarati molto preoccupati per il recente interrogatorio del deputato leader dell&#8217;AfD Maximilian Krah da parte del Federal Bureau of Investigation (Fbi) degli Stati Uniti, sospettato di aver ricevuto denaro da agenti del Cremlino, e per l&#8217;arresto in Germania, il 23 aprile 2024, di un suo assistente parlamentare con l&#8217;accusa di essere una spia cinese.</p>
<p>Il Parlamento ha inoltre invitato l&#8217;AfD a dichiarare al più presto le sue relazioni finanziarie, in particolare con il Cremlino, e a divulgare pubblicamente lo scopo e l&#8217;importo esatto di tutti i pagamenti provenienti da fonti collegate al Cremlino.</p>
<p><strong>Due visioni opposte dell’Europa: Macron v. Orban</strong></p>
<p>In settimana sia Macron che Orban hanno tenuto due discorsi pubblici che delineano la netta differenza che esite fra due visioni opposte d’Europa: quella sovranista e nazionalista di Orban e quella europeista di Macron.</p>
<p>No ai migranti, no alla gender parity, no alla guerra: è questo il manifesto di Fidesz che Orban ha presentato in Ungheria in occasione del lancio ufficiale della campagna elettorale.</p>
<p>Il capo del governo di Budapest ha quindi inviato un messaggio a Bruxelles, affermando che i leader europei sarebbero impantanati in una guerra che combattono come se fosse la loro.</p>
<p>&#8220;Ricordiamoci. Prima si trattava solo di mandare caschi. Poi le sanzioni, ma non sull&#8217;energia, ovviamente. Poi, sì, anche su quella. Poi sono arrivati i trasferimenti di armamenti: prima armi da fuoco, poi carri armati, poi aerei. Poi gli aiuti finanziari: decine di miliardi inizialmente. Ora siamo intorno ai 100 miliardi di euro. E la situazione non migliora, anzi peggiora. Siamo a un passo dall&#8217;invio di truppe occidentali in Ucraina: è un vortice di guerra. Bruxelles sta giocando col fuoco&#8221;.</p>
<p>&#8220;I governi favorevoli alla guerra, i burocrati di Bruxelles, la rete di George Soros stanno inviando milioni di dollari a Budapest alla sinistra favorevole alla guerra. Che non fanno mistero di volere un cambio di governo che si adatti ai loro clienti. Un governo a favore della guerra invece di un governo a favore della pace, un governo fantoccio subordinato a Bruxelles e Washington invece di un governo nazionale&#8221;, ha aggiunto.</p>
<p>Pressoché in contemporanea, Macron, dalla Sorbona, ha tenuto un discorso di grande impatto europeista</p>
<p>&#8220;Dobbiamo essere lucidi sul fatto che la nostra Europa oggi è vulnerabile. Può morire. Può morire e questo dipende solo dalle nostre scelte, ma queste scelte devono essere fatte ora&#8221; ha affermato ai presenti, tra cui esponenti del suo governo e ambasciatori di altri Stati membri.</p>
<p>&#8220;Sono finiti i giorni in cui l&#8217;Europa acquistava energia e fertilizzanti dalla Russia, esternalizzava la produzione in Cina e delegava la sicurezza agli Stati Uniti d&#8217;America&#8221; ha aggiunto.</p>
<p>Indicando la Russia come la principale minaccia del blocco, Macron ha chiesto di iniziare a lavorare su una &#8220;iniziativa di difesa europea&#8221; entro pochi mesi, prima come un &#8220;concetto strategico&#8221; da cui poi saranno messe in atto le &#8220;capacità pertinenti&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Ue dovrebbe anche essere più incisiva sul fronte diplomatico, ha affermato Macron, stringendo più &#8220;partenariati reciproci&#8221; con Paesi terzi &#8220;per dimostrare che non è mai vassalla degli Stati Uniti e che sa anche parlare a tutte le regioni del mondo: ai Paesi emergenti, all&#8217;Africa, all&#8217;America Latina&#8221;.</p>
<p>L&#8217;Europa, ha aggiunto, dovrebbe anche puntare a diventare leader mondiale in cinque settori chiave: l&#8217;intelligenza artificiale, lo spazio, le biotecnologie, le energie rinnovabili e il nucleare.</p>
<p>Per raggiungere questi obiettivi, l&#8217;Unione avrà bisogno di un &#8220;grande piano di investimenti collettivi&#8221;. Si è detto favorevole all&#8217;aggiunta di un obiettivo di crescita, nonché all&#8217;aumento delle entrate derivanti da imposte a livello europeo.</p>
<p>L&#8217;ultima parte del suo discorso è stata dedicata alla difesa dei valori europei.</p>
<p>“Non dobbiamo mai dimenticare che noi (europei) non siamo come gli altri per il nostro attaccamento alla libertà, alla democrazia, allo Stato di diritto e all&#8217;uguaglianza. Ma questi valori sono sempre più minacciati dalla disinformazione e dalla propaganda e vanno difesi a tutti i costi”, ha concluso Macron.</p>
<p><strong>25 aprile: non siamo solo antifascisti</strong></p>
<p>Noi non siamo antifascisti, siamo prima di tutto “non fascisti”.</p>
<p>C’è una notevole differenza. Quello antifascista non è necessariamente un metodo democratico. Il metodo “non fascista”, invece, lo è.</p>
<p>La guerra contro il totalitarismo nazi-fascista non è stata condotta e vinta da un fronte democratico.</p>
<p>Il fascismo è stato sconfitto da una coalizione antifascista, nella quale vi erano forze democratiche e forze che si ispiravano a principi totalitari (come l’Urss e i partiti comunisti nazionali).</p>
<p>La natura totalitaria del regime comunista, là dove si è realizzato, non è stata diversa dalla natura totalitaria del regime fascista o nazista, realizzatisi in Italia e in Germania.</p>
<p>Distinguere i due regimi (fascista e comunista) sul piano delle intenzioni di chi li aveva promossi (la superiorità razziale nel primo caso, l’eguaglianza di classe nel secondo caso) è politicamente ingiustificabile.</p>
<p>In entrambi i casi, si è trattato di totalitarismi basati sulla negazione dei diritti individuali, sull’affermazione di uno stato organico incompatibile con il pluralismo sociale ed economico, sull’uso sistematico della violenza per disciplinare il modo di pensare dei cittadini.</p>
<p>Prima che antifascisti, noi siamo “non fascisti”.</p>
<p><strong>Il libro della settimana</strong></p>
<p><a href="https://www.amazon.it/dp/8823839734/ref=sspa_dk_detail_0?psc=1&amp;pd_rd_i=8823839734&amp;pd_rd_w=EMFYW&amp;content-id=amzn1.sym.7ef04998-a968-4397-9cab-635d55e2c83b&amp;pf_rd_p=7ef04998-a968-4397-9cab-635d55e2c83b&amp;pf_rd_r=FTXVXQ8WQ4Q9Q64G36KE&amp;pd_rd_wg=25IPU&amp;pd_rd_r=d437abf1-ec89-4c6a-9048-2dba47364f46&amp;s=books&amp;sp_csd=d2lkZ2V0TmFtZT1zcF9kZXRhaWw">Stati Uniti d&#8217;Europa. Un&#8217;epopea a dodici stelle</a>, di Gianluca Passarelli.</p>
<p>L’Unione europea è un progetto, un ideale; per qualcuno un sogno, per altri una speranza, per taluni un pericolo; sicuramente una costruzione e una sfida. Ma soprattutto è un caso unico nella storia: Stati che decidono – liberamente – di concedere sovranità a un soggetto politico e condividere materie di governo per secoli appannaggio nazionale.</p>
<p>Passarelli ne ricostruisce le accidentate vicende con un approccio insieme storico, culturale e politologico, coniugando grandi doti divulgative e la capacità di riconnettere le questioni più attuali a radici che affondano nel passato.</p>
<p>Categorie interpretative anche complesse (modello funzionalista/federalista, Stati nazione e Stati membri, politiche intergovernative e sovranazionali) si trasformano nelle sue pagine in concetti accessibili con cui far luce su molti dei temi al centro del dibattito politico e degli equilibri internazionali.</p>
<p>Senza apologia né retorica, il libro analizza i problemi, le prospettive e le azioni da intraprendere per giungere agli Stati Uniti d’Europa.</p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-58-27-04-2024/">Newsletter n. 58 &#8211; 27/04/2024</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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		<title>Newsletter n. 57 &#8211; 20/04/2024</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-n-57-20-04-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2024 21:47:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Oggi alle 11:00 la conferenza stampa per gli Stati Uniti d’Europa Non perdetevi oggi alle 11:00 la conferenza stampa di presentazione della lista Stati Uniti d’Europa. La trasmetteremo in diretta da tutti i profili social dei movimenti che vi aderiscono (noi, Italia Viva, Più Europa, Radicali, Italia c’è e PSI). La campagna che ci aspetta&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-57-20-04-2024/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter n. 57 &#8211; 20/04/2024</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-57-20-04-2024/">Newsletter n. 57 &#8211; 20/04/2024</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Oggi alle 11:00 la conferenza stampa per gli Stati Uniti d’Europa</strong></p>
<p>Non perdetevi oggi alle 11:00 la conferenza stampa di presentazione della lista Stati Uniti d’Europa. La trasmetteremo in diretta da tutti i profili social dei movimenti che vi aderiscono (noi, Italia Viva, Più Europa, Radicali, Italia c’è e PSI).</p>
<p><strong>La campagna che ci aspetta</strong></p>
<p>Ci aspetta una campagna forse diversa da quella che avremmo voluto. Dovremo concentrare in poco tempo un lavoro enorme. Ma per noi si tratta di un’opportunità che non era affatto scontata.</p>
<p>Lavoriamo per il miglior risultato possibile, lavoriamo per gli Stati Uniti d’Europa e per conquistarci, noi Libdem, la legittimità politica per tornare a promuovere, dopo le elezioni, la nascita di un grande partito liberaldemocratico.</p>
<p>Che secondo noi dovrebbe chiamarsi semplicemente “Libdem” ed essere rappresentato dal nostro <em>bird of freedom</em>. <img src="https://s.w.org/images/core/emoji/15.0.3/72x72/1f60a.png" alt="😊" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" /></p>
<p>Invitiamo tutti a dare il loro piccolo contributo. Si tratta di una campagna importante. C’è da creare la base di consenso per mandare Draghi in Europa (per noi come Presidente del Consiglio europeo, più che come Presidente della Commissione).</p>
<p>C’è da mantenere la maggioranza politica su cui l’Unione si è fondata finora (socialisti, liberali e popolari), evitando sbandate a destra che potrebbero indebolire l’architettura europea in un momento in cui, al contrario, ci sarebbe bisogno di grande forza, e pure sbandate troppo a sinistra, che potrebbero imporre politiche idealmente molto nobili, ma che potrebbero avere l’effetto paradossale di avvantaggiare la Cina o che sarebbero molto difficili da mettere in pratica se non con sacrifici che ai cittadini non si possono chiedere oggi.</p>
<p>Per chi volesse partecipare attivamente ci sono diversi modi:</p>
<ul>
<li>iscrivendosi o rinnovando la propria tessera per il 2024 <a href="https://portale.libdemeuropei.it/associati/">qui</a>;</li>
<li>contattando un referente regionale agli indirizzi che trovate in fondo <a href="https://libdemeuropei.it/chi-siamo/">qui</a>;</li>
<li>scrivendoci a <a href="mailto:segreteria@libdemeuropei.it">segreteria@libdemeuropei.it</a> lasciandoci i vostri dati di contatto e comunicandoci le vostre disponibilità per organizzare eventi o tenere banchetti elettorali;</li>
<li>contattando i referenti locali di Italia Viva, Più Europa, Radicali, Italia c’è per partecipare con loro ad eventi e banchetti elettorali.</li>
</ul>
<p>Il materiale elettorale è in corso di preparazione.</p>
<p><strong>Il discorso di Draghi di questa settimana per una sovranità europea</strong></p>
<p>Intervenendo alla Conferenza europea sui diritti sociali, Draghi ha rimesso al centro della scena i temi della competitività che la Commissione von der Leyen gli ha chiesto di esplorare.</p>
<p>“Nella Ue c&#8217;è bisogno di un cambiamento radicale – ha detto – Le nostre regole per gli investimenti sono costruite su un mondo che non c&#8217;è più, il mondo pre-Covid, pre-guerra in Ucraina, pre-crisi in Medio Oriente. E ci troviamo in un mondo in cui è tornata la rivalità tra le grandi potenze”.</p>
<p>Un mondo nel quale “siamo stati colti di sorpresa” e in cui “altri Paesi non seguono le regole”.</p>
<p>Parole pronunciate proprio mentre il leader tedesco Scholz si trovava in Cina con il pesante braccio di ferro sulle pratiche commerciali aggressive di Pechino a fare da sfondo al viaggio.</p>
<p>Draghi ha parlato della urgente necessità di accelerare sull’integrazione, come puntualmente sottolineato in diversi suoi interventi pubblici, provocando su una Unione rafforzata “Se non a 27, tra chi la vuole fare”, facendo così riferimento alla via della cooperazione rafforzata tra un ristretto numero di Paesi per concludere l’Unione del mercato dei capitali.</p>
<p>“Nonostante le iniziative positive in corso, manca ancora una strategia globale su come rispondere in molteplici settori&#8221;, ha detto Draghi.</p>
<p>&#8220;Abbiamo confidato nella parità di condizioni a livello globale e nell&#8217;ordine internazionale basato su regole, aspettandoci che altri facessero lo stesso. Ma ora il mondo sta cambiando rapidamente, ci ha colto di sorpresa&#8221; e altri &#8220;non rispettano più le regole ed elaborano politiche per rafforzare la loro posizione&#8221;, ha evidenziato.</p>
<p>Le politiche di potenze come Pechino e Washington &#8220;sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre o, nel caso peggiore, sono progettate per renderci permanentemente dipendenti da loro&#8221;, ha evidenziando Draghi, citando l&#8217;esempio di Pechino sulle tecnologie verdi e la politica industriale &#8220;su larga scala&#8221; degli Stati Uniti &#8220;per attrarre capacità manifatturiere nazionali di alto valore all&#8217;interno dei propri confini, compresa quella delle aziende europee&#8221;, dispiegando &#8220;il proprio potere geopolitico per riorientare e proteggere le catene di approvvigionamento&#8221;.</p>
<p>&#8220;Ci manca una strategia su come proteggere le nostre industrie tradizionali dal terreno di gioco globale ineguale&#8221;, ha sottolineato l&#8217;ex premier.</p>
<p>&#8220;Data l&#8217;urgenza delle sfide che affrontiamo, non abbiamo il lusso di ritardare le risposte fino alla prossima modifica dei Trattati&#8221;, ha detto Draghi &#8220;Per assicurare coerenza tra i diversi strumenti politici, dobbiamo essere in grado di sviluppare un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche. E se arriviamo alla conclusione che non è fattibile, in alcuni casi specifici dovremmo essere pronti a considerare di andare avanti con un sottogruppo di Stati, ad esempio per andare avanti sull&#8217;Unione dei mercati capitali per mobilitare investimenti&#8221;, ha spiegato l&#8217;ex premier, precisando tuttavia che &#8220;come regola&#8221; l&#8217;Ue è chiamata ad &#8220;agire insieme&#8221;.</p>
<p>&#8220;Il punto chiave è che&#8221; finora &#8220;l&#8217;Europa si è focalizzata sulle cose sbagliate. Ci siamo rivolti verso l&#8217;interno, vedendo in noi stessi i nostri concorrenti, anche in settori, come la difesa e l&#8217;energia, nei quali abbiamo profondi interessi comuni. Allo stesso tempo, non abbiamo guardato al di fuori&#8221; con sufficiente attenzione, ha spiegato Draghi.</p>
<p>Davanti a potenze come Stati Uniti e Cina, ha osservato, la risposta dell&#8217;Europa &#8220;è stata limitata perché la nostra organizzazione, il processo decisionale e i finanziamenti sono progettati per un mondo prima della guerra in Ucraina, prima del Covid, prima della conflagrazione del Medio Oriente&#8221;.</p>
<p>&#8220;Dovremo realizzare una trasformazione dell&#8217;intera economia europea &#8211; ha aggiunto l&#8217;ex premier -. Dobbiamo poter contare su sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti e su un sistema di difesa Ue integrato, sulla produzione domestica nei settori più innovativi e in rapida crescita, e su una posizione di leadership nel deep-tech e nell&#8217;innovazione digitale&#8221;.</p>
<p>Il discorso integrale lo trovate <a href="https://tg.la7.it/politica/disorso-integrale-mario-draghi-17-04-2024-211024">qui</a>.</p>
<p><a href="https://tg24.sky.it/economia/2024/04/17/draghi-unione-europea">Qui</a>, invece, trovate il discorso tradotto in 8 grafici fondamentali.</p>
<p><strong>Mattarella sulla Nato</strong></p>
<p>Parlando alla Conferenza per i 75 anni dell’Alleanza atlantica il Presidente Mattarella ha usato parole nette, chiare e coraggiose. “L’Alleanza atlantica ha contribuito all’identità politica dell’Italia repubblicana. La scelta di allora di De Gasperi e Sforza ha contribuito alla pace e alla libertà. L’Italia è riconoscente”.</p>
<p>Nel suo discorso Mattarella è riuscito a fare chiarezza su qualche balbettamento da parte delle forze di maggioranza e opposizione tanto sulla Nato che sui due conflitti. E ha provato a restituire il ruolo necessario ad un’Europa spesso spettatrice e non protagonista in questi scenari di crisi: “La funzione deterrente dell’Alleanza Atlantica è stato elemento di garanzia della pace in Europa”.</p>
<p>Ottimo intervento, grazie Presidente.</p>
<p><strong>Debito pubblico</strong></p>
<p>Il debito pubblico italiano è troppo alto e preoccupa il Fondo Monetario Internazionale (FMI) che avverte: “È necessario un aggiustamento verso il basso”, ha sostenuto il direttore del Fiscal Monitor dell’FMI Victor Gaspardetto, ma intanto le emissioni di debito pubblico sui mercati si susseguono a getto continuo e sia gli operatori (nazionali e internazionali) sia i consumatori italiani (vedi le ultime emissioni di BTp) ne fanno incetta.</p>
<p>La domanda sorge allora spontanea: perché i mercati si fidano dell’Italia nonostante il debito così alto? “L’Italia è un’economia avanzata con un debito elevato – è stato spiegato – un Paese in cui tradizionalmente c’è preoccupazione per il mercato obbligazionario e lo spread”.</p>
<p>Eppure la preoccupazione non frena gli acquisti e non frena la corsa del debito che, secondo i dati della Banca d’Italia, il debito pubblico italiano a febbraio è aumentato di 22,9 miliardi di euro, raggiungendo la cifra astronomica di 2.872,4 miliardi con una vita media residua del debito stabile a 7,9 anni, indicando una certa stabilità nel panorama finanziario italiano.</p>
<p>Nel 2024 verranno emessi titoli di debito pubblico per oltre 415 miliardi. E il motivo dell’appeal, come spiegano gli operatori, sta negli alti rendimenti abbinati a un rischio contenuto. Secondo il Centro Studi di Unimpresa, il report pubblicato ad agosto 2023, le banche italiane e la Banca d’Italia posseggono insieme più della metà del debito pubblico, con un totale di 1.415 miliardi di euro su complessivi 2.815 miliardi. La quota delle banche è così passata dal 47,8% alla fine del 2021 al 50,3% attuale.</p>
<p>La strategia del governo, come è noto, è di riportare quanto più possibile il debito nella detenzione di cittadini, imprese e istituzioni italiane.</p>
<p>Il che, se da una parte riduce l’influenza rispetto alle speculazioni internazionali, dall’altra rende i detentori italiani ricattabili. L’abbiamo già detto: la detenzione da parte di investitori stranieri è anche un garanzia per i cittadini contro politiche di bilancio scellerate.</p>
<p><strong>La situazione in Medio Oriente</strong></p>
<p>Guardatevi <a href="https://fb.watch/rz9XpdpOKX/">qui</a> il webinar che abbiamo tenuto questa settimana con gli amici del Centro Studi Italia Atlantica Bepi Pezzulli e Paolo Chirafisi sulla situazione in Medio Oriente.</p>
<p>Abbiamo svolto un’analisi niente affatto scontata e molto approfondita sulle linee di faglia che caratterizzano oggi il Medio Oriente e le divisioni fra il fronte sunnita e quello sciita. 45 minuti, ma molto intensi.</p>
<p><strong>Il libro della settimana</strong></p>
<p>Proprio alla fine del webinar sul Medio Oriente avevamo promesso che avremmo suggerito un altro libro sulla c.d. cancel culture.</p>
<p>Mesi fa avevamo suggerito “La correzione del Mondo” di Davide Piacenza.</p>
<p>Oggi vi suggeriamo quello di Federico Rampini: “<a href="https://www.amazon.it/suicidio-occidentale/dp/8804738324/ref=sr_1_1?crid=214WTCAU4RMK5&amp;dib=eyJ2IjoiMSJ9._VM0CYFijpF_z-AAXySYTImQsbdxhM3QiBYijqkYHw9DypgJ6AXmO94Y0Rr9_9nv9EgOCugxqzxv3xHMfEj5f8yZG9iAcJ1dMLdUURn4sJJSuvcLeZH9ckfJhZE6j-kmbfTjhiAfLyt_g847QrFf78b0oh_5x-E6g_6Vn8yna5hT9qoL7EP6LmVO4dyiFdVK.9RQcHgj9YdlCdKT2sTj1HNSGbqau7gvWLdI-Sdd9KlU&amp;dib_tag=se&amp;keywords=federico+rampini+suicidio+occidentale&amp;qid=1713598293&amp;sprefix=federico+rampini+occidentale+suicidio%2Caps%2C130&amp;sr=8-1">Suicidio occidentale. Perché è sbagliato processare la nostra storia e cancellare i nostri valori</a>”.</p>
<p>Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione.</p>
<p>Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci.</p>
<p>Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. L’aggressione di Putin all’Ucraina, spalleggiato da Xi Jinping, è anche la conseguenza di questo: gli autocrati delle nuove potenze imperiali sanno che ci sabotiamo da soli.</p>
<p>Sta già accadendo in America, culla di un esperimento estremo. Questo pamphlet è una guida per esplorare il disastro in corso; è un avvertimento e un allarme. Gli europei stentano ancora a capire tutti gli eccessi degli Stati Uniti, eppure il contagio del Vecchio continente è già cominciato.</p>
<p>Nelle università domina una censura feroce contro chi non aderisce al pensiero politically correct, si allunga la lista di personalità silenziate, cacciate, licenziate. Solo le minoranze etniche e sessuali hanno diritti da far valere; e nessun dovere. L’ambientalismo estremo, religione neopagana del nostro tempo, demonizza il progresso economico e predica un futuro di sacrifici dolorosi oppure l’Apocalisse imminente.</p>
<p>I giovani schiavizzati dai social sono manipolati dai miliardari del capitalismo digitale. L’establishment radical chic si purifica con la catarsi del politicamente corretto. È il modo per cancellare le proprie responsabilità: quell’alleanza fra il capitalismo finanziario e Big Tech pianificò una globalizzazione che ha sventrato la classe operaia e impoverito il ceto medio, creando eserciti di decaduti. Ora quel mondo impunito si allea con le élite intellettuali abbracciando la crociata per le minoranze e per l’ambiente. La questione sociale viene cancellata.</p>
<p>Non ci sono più ingiustizie di massa nell’accesso alla ricchezza. C’è solo «un pianeta da salvare», e un mosaico di identità etniche o sessuali da eccitare perché rivendichino risarcimenti. In America questo è il Vangelo delle multinazionali, a Hollywood e tra le celebrity milionarie dello sport.</p>
<p>In Europa il conformismo ha il volto seducente di Greta Thunberg e Carola Rackete. Le frange radicali non hanno bisogno di un consenso di massa; hanno imparato a sedurre l’establishment, a fare incetta di cattedre universitarie, a occupare i media. Possono imporre dall’alto un nuovo sistema di valori. La maggioranza di noi subisce quel che sta accadendo: non abbiamo acconsentito al suicidio.</p>
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		<title>Newsletter n. 56 &#8211; 13/04/2024</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-n-56-13-04-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Apr 2024 21:53:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Libdem per gli Stati Uniti d’Europa Non siamo mai voluti entrare in polemiche che di politico hanno poco e non vogliamo iniziare a farlo oggi. Già in autunno evidenziavamo che una delle ragioni per cui sarebbe stato assurdo correre separati era il rischio di “fuoco amico”. Il rischio di perdersi in polemiche che allontanano l’elettore.&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-56-13-04-2024/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter n. 56 &#8211; 13/04/2024</span></a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Libdem per gli Stati Uniti d’Europa</strong></p>
<p>Non siamo mai voluti entrare in polemiche che di politico hanno poco e non vogliamo iniziare a farlo oggi. Già in autunno evidenziavamo che una delle ragioni per cui sarebbe stato assurdo correre separati era il rischio di “fuoco amico”.</p>
<p>Il rischio di perdersi in polemiche che allontanano l’elettore.</p>
<p>A nostro avviso, il risultato di queste polemiche è che fra i diversi litiganti ne stia beneficiando Forza Italia, che, come fotografano i sondaggi, sta catturando i voti dei c.d. moderati (cioè di chi non vuole votare né questa destra, né questa sinistra) senza fare nulla.</p>
<p>Dal canto nostro, parteciperemo a questa competizione elettorale continuando a fare politica e perorando le nostre idee e le nostre buone ragioni, a cominciare dalla causa per gli Stati Uniti d’Europa.</p>
<p>Chiaritesi in settimana anche le questioni interne che riguardavano Più Europa, il Direttivo sarà finalmente nella condizione di delineare, lunedì prossimo, le linee guida della nostra campagna.</p>
<p>Una cosa ci teniamo a sottolinearla a tutti gli amici iscritti ad Azione che ci leggono: per quanto ci riguarda, le nostre strade dovranno per forza incontrarsi. Abbiamo sempre lavorato per l’unità di questa area di voto e continueremo a farlo.</p>
<p><strong>Cosa sono gli Stati Uniti d’Europa</strong></p>
<p>Ne abbiamo parlato in settimana con la Segretaria nazionale del <a href="https://www.mfe.it/port/">Movimento Federalista Europeo</a> (sì, il movimento fondato da Spinelli e Rossi!). Potete rivedere il video del webinar <a href="https://fb.watch/rpVV-RIlFV/">qui</a>.</p>
<p>Ne terremo molti altri.</p>
<p><strong>Le elezioni europee e l’agenda della politica italiana</strong></p>
<p>L’ha detto bene in settimana Mario Adinolfi: la politica italiana è tutta concentrata su questioni interne di poco conto, mentre i gradi temi europei non vengono toccati. Si tratta di una politica, di nuovo, non all’altezza delle sfide che ci aspettano</p>
<p>Difficile dire, in questo quadro, cosa sia l’Europa per l’elettore italiano e per cosa voterà, a giugno.</p>
<p>Per il sostegno all’Ucraina e un esercito europeo? Per nuove politiche di bilancio e un’intesa sul debito comune? Per un rinnovato impulso in tema di green economy? Per sostenere o per respingere l’accordo raggiunto sulle politiche di accoglienza?</p>
<p>Di qui all’appuntamento elettorale mancano ancora un paio di mesi, ma che l’agenda della politica italiana si sposti su queste tematiche è improbabile. Nonostante siano, con tutta evidenza, cruciali per le nostre vite e per il nostro futuro.</p>
<p>Nel centrosinistra, tutto gira in queste settimane intorno alla sempiterna questione morale. È la questione morale che definisce, agli occhi dell’opinione pubblica, l’identità dei partiti, non le posizioni assunte in politica estera, oppure il giudizio dato sul nuovo patto in materia di asilo e migrazione.</p>
<p>Il centrodestra starebbe messo meglio, in realtà. Ma lì pesa il fattore Orban, inteso come il termine di paragone che misura la maggiore o minore distanza da Bruxelles e dalle prospettive di stare dentro un accordo di governo nel prossimo Parlamento europeo.</p>
<p>Sull’Ucraina non si può stare con il premier magiaro, che costringe l’Unione a sfiancanti trattative ogniqualvolta c’è da votare un pacchetto di aiuti a Kiev, ma se si tratta invece delle politiche green, oppure della risoluzione sul diritto all’aborto da inserire nei trattati, l’Italia di Meloni e Salvini si ritrova in un battibaleno a fianco dell’Ungheria (senza che si registrino significativi distinguo neppure in Forza Italia, questa volta).</p>
<p>Ma se il discorso cade invece sul futuro presidente della Commissione, le strade tornano a divergere: Tajani e Meloni sono pronti a lavorare a un’intesa fra i rispettivi gruppi (popolari e conservatori), mentre Salvini si chiama fuori da ogni possibile “inciucio”.</p>
<p>Ma, al di là delle specifiche posizioni su questa o quella partita che si gioca a Bruxelles, nessuno sembra disposto a costruire un pezzo della propria identità politica sul progetto europeo, né tantomeno ad appassionarsi e ad appassionare gli elettori sui temi della difesa europea, del bilancio europeo, dell’agenda digitale comune, delle politiche energetiche: vuoi metterle a confronto con i nuovi assetti in Rai o con la prossima tornata di elezioni locali, con le disavventure giudiziarie o con il fascismo e l’antifascismo?</p>
<p><strong>Il nuovo Patto sui migranti</strong></p>
<p>Il Parlamento europeo ha approvato in settimana il nuovo Patto su migrazione e asilo, che dovrebbe permettere di superare le regole di Dublino, introdurre più solidarietà e responsabilità, rafforzare il controllo delle frontiere e dotare l’Ue di una politica per le crisi come quella del 2015-16.</p>
<p>I gruppi della “maggioranza Ursula” – popolari, socialisti e liberali – hanno votato a favore del compromesso, in nome del pragmatismo di un’Ue che offre soluzioni alle preoccupazioni dei cittadini.</p>
<p>I risultati del voto – 322 a favore, 266 contro sul regolamento più controverso del pacchetto – mostrano, però, una certa mancanza di entusiasmo.</p>
<p>Una parte della sinistra – compresa la delegazione italiana del Pd – ha rigettato il compromesso, pesantemente criticato anche dalle Ong.</p>
<p>Dal canto loro, anche i partiti della destra sovranista e dell’estrema destra europea – gli italiani della Lega, i francesi del Rassemblement national, i polacchi del PiS, gli ungheresi di Fidesz – hanno votato contro, denunciando fantasiose “politiche immigrazioniste europee”.</p>
<p>L’eccezione è FdI, che ha votato in modo confuso: “Sì”, “no” e astensione a seconda del regolamento, anche se il governo Meloni aveva sostenuto tutto il pacchetto.</p>
<p>Ora la parola passa al Consiglio: il via libera è atteso entro la fine del mese.</p>
<p>L’obiettivo del nuovo accordo è superare l’approccio nazionale e stabilire regole e procedure uguali in tutti gli Stati membri dell’Ue. Il sistema prevede identificazioni e rimpatri più veloci, e una maggiore solidarietà nei confronti degli Stati di primo arrivo.</p>
<p>Le soluzioni approvate dall’Eurocamera non modificano, nella sostanza, il principio alla base del regolamento di Dublino, in base al quale la richiesta di asilo va presentata al paese Ue di primo approdo. A questo è ancora richiesto di raccogliere la domanda di asilo, gestire la persona e la pratica in tempi rapidi, ma può contare sull’aiuto degli altri, o in termini ricollocamenti o contributi finanziari.</p>
<p>La grande novità è rappresentata dall’introduzione di una quota standard di 30mila ricollocamenti l’anno.</p>
<p>Ma gli Stati membri potranno contribuire con misure finanziarie (20mila euro a migrante; l’importo viene determinato sulla base di due variabili: popolazione e prodotto interno lordo) o altre misure, come la presa in carico del rimpatrio di un migrante. In caso di crisi si prevede una possibile deroga temporanea alle procedure standard di asilo e la Commissione potrà intervenire per far sì che i Paesi in questione siano ulteriormente sostenuti.</p>
<p>Sul piatto 600 milioni di finanziamenti all’anno, di cui possono beneficiare gli stati soggetti a maggiore pressione migratoria.</p>
<p>Non sono, però, previste sanzioni per gli Stati che non accettino il ricollocamento. Esiste, come per qualsiasi legislazione europea, la procedura di infrazione, che include anche sanzioni nel caso di inadempienza, mancata ricezione o violazione.</p>
<p>Come sempre, saranno i tribunali, nazionali e europei, che dovranno fare applicare le nuove leggi.</p>
<p><strong>Debito pubblico</strong></p>
<p>l debito pubblico dell&#8217;Italia romperà la soglia psicologica dei 3.000 miliardi di euro a partire dall&#8217;anno prossimo.</p>
<p>È quanto prevedono le tabelle del Def 2024, secondo cui dai 2.981 miliardi di euro attesi per quest&#8217;anno il passivo totale della Pa salirebbe a 3.110 miliardi nel 2025, a 3.224 miliardi nel 2026 e a 3.306 miliardi nel 2027, anno in cui inizierebbe una traiettoria discendente del rapporto debito/Pil.</p>
<p>Non se ne sta parlando a sufficienza.</p>
<p><strong>Il libro della settimana</strong></p>
<p>Nazione Europa: Perché la ricetta sovranista è destinata alla sconfitta. Di Claudio Tito, con prefazione di Paolo Gentiloni e Maurizio Molinari.</p>
<p>«L&#8217;Europa sarà forgiata nelle crisi», diceva Jean Monnet, e in effetti le ultime crisi sembrano aver dato una svolta decisiva all&#8217;Unione, che per affrontare la pandemia, le gravi difficoltà economiche e poi la guerra in Ucraina ha rovesciato alcuni dei dogmi che la frenavano da decenni. L&#8217;UE, forse più per necessità che per scelta, ha accettato la formazione di debito comune con il Recovery fund, ha agito coesa in ambito sanitario con gli acquisti collettivi dei vaccini, ha inserito elementi sovranazionali di organizzazione della Difesa soprattutto con la condivisione degli aiuti militari all&#8217;Ucraina. Questi sviluppi segnano una strada senza ritorno.</p>
<p>I burrascosi anni del Covid hanno piantato nella terra del Vecchio Continente il seme della sovranità europea, della Nazione Europa. Un seme che ha ora bisogno di crescere e diventare un albero robusto, per un&#8217;Unione che abbandoni progressivamente gli accordi e i veti tra gli stati trasferendo poteri verso le istituzioni condivise; e che ripensi la governance della moneta unica dotandosi di un bilancio comune.</p>
<p>Il rischio di un ritorno agli steccati nazionali è ancora forte, anche in vista delle Elezioni europee di giugno 2024. Ma se da un lato la retorica sovranista è un efficace strumento di propaganda per le destre, dall&#8217;altro le sue ricette si rivelano impraticabili al governo. Perché alla fine tutti devono fare i conti con l&#8217;irreversibilità del processo comunitario.</p>
<p>Claudio Tito svela i processi politici, i retroscena e le poste in gioco di tre anni che hanno cambiato radicalmente l&#8217;Europa. E mostra come l&#8217;obiettivo finale di una Federazione politica non sia più soltanto un&#8217;idea utopistica, ma un progetto politico ragionevole, una necessità ineludibile per 450 milioni di europei.</p>
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		<title>Newsletter n. 55 &#8211; 06/04/2024</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-n-55-06-04-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 06 Apr 2024 21:57:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Libdem per gli Stati Uniti d&#8217;Europa Ecco i termini della nostra partecipazione alla lista Stati Uniti d’Europa, come discussi e concordati con le parti che partecipano al tavolo: impronta programmatica che tragga spunti dal Manifesto elettorale di Alde e dai valori sostenuti da Renew Europe; impronta identitaria di tipo federalista (Stati Uniti d’Europa come federazione,&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-55-06-04-2024/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter n. 55 &#8211; 06/04/2024</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Libdem per gli Stati Uniti d&#8217;Europa</strong></p>
<p>Ecco i termini della nostra partecipazione alla lista Stati Uniti d’Europa, come discussi e concordati con le parti che partecipano al tavolo:</p>
<ul>
<li>impronta programmatica che tragga spunti dal <a href="https://www.aldeparty.eu/the_manifesto">Manifesto elettorale di Alde</a> e dai <a href="https://www.reneweuropegroup.eu/what-we-stand-for">valori sostenuti da Renew Europe</a>;</li>
<li>impronta identitaria di tipo federalista (Stati Uniti d’Europa come federazione, in opposizione alla visione confederale dei gruppi di destra Riformisti e Conservatori e Identità e Democrazia);</li>
<li>lista inclusiva su tali presupposti, ma incentrata sui movimenti aderenti a Renew Europe e, in particolare, su Italia Viva e Più Europa, che sono i due movimenti più grandi;</li>
<li>simboli dei partiti e movimenti partecipanti di pari dimensioni e visibilità;</li>
<li>un capolista riservato a Libdem in una delle circoscrizioni dell’Italia del nord o in quella dell’Italia centrale;</li>
<li>presenza per Libdem di Graham Watson in più circoscrizioni, in posizione diversa da quella di capolista;</li>
<li>scambio d’intenti con Italia Viva per una costituente liberaldemocratica dopo le elezioni.</li>
</ul>
<p>Cari amici, non possiamo escludere la presenza nella lista anche del PSI e di Volt, che non farebbero parte del gruppo di Renew Europe, ma che hanno partecipato ad alcuni tavoli invitati fin dall’inizio da Più Europa. Questi movimenti non hanno, però, ancora assunto una decisione definitiva.</p>
<p>Molto state leggendo sui giornali della presenza anche della Democrazia Cristiana di Totò Cuffaro e pure di Francesca Donato.</p>
<p>Oggi questa presenza ci è stata esclusa.</p>
<p>Giusto dirvi che, comunque, nessuno di loro si è mai seduto al tavolo.</p>
<p>Su Totò Cuffaro, in particolare, non vorremmo esprimerci con gli argomenti giustizialisti che stiamo sentendo, perché non è da noi e perché ha pagato il suo debito con la giustizia.</p>
<p>Politicamente, invece, non abbiamo mai mancato di marcare la grande differenza politica che corre fra noi e la DC, così come abbiamo fatto per il PSI e, seppur in minor misura, per Volt.</p>
<p>Su Francesa Donato, invece, abbiamo posto una pregiudiziale: il suo passato sovranista e euroscettico e le sue strizzate d’occhio al regime russo non la rendono in alcun modo, in alcuna misura, compatibile.</p>
<p>Come detto, però, oggi ci è stata esclusa la presenza di Cuffaro, di Donato e della DC nella lista.</p>
<p>Pur con alcune riserve, riteniamo questo risultato soddisfacente e in linea con il mandato conferito dall’Assemblea il 24/2.</p>
<p>Non si tratta della nostra prima scelta (lista unitaria di tutte le forze dell’area Renew Europe e solo di queste), ma, comunque, a poco più di un anno dalla nostra nascita, si tratta di una grande opportunità che potremmo condividere con due dei tre partiti italiani dell’area Renew Europe e che potrebbe consentire al nostro movimento di partecipare ad una campagna che &#8211; considerando il momento storico e ciò che accade alle nostre porte in Ucraina &#8211; diventa cruciale per il futuro dell’Europa.</p>
<p>Un nostro capolista e la presenza dell’amico Graham Watson ci consentirebbe di affrontare la campagna rivendicando in maniera diretta la nostra identità liberaldemocratica, il nostro simbolo acquisirebbe una visibilità che forse un anno fa non era pensabile e, per il futuro, gli intenti scambiati con la dirigenza di Italia Viva fanno ben sperare per la ripresa del percorso di costruzione di un più ampio partito liberaldemocratico o che si è interrotto bruscamente l’anno scorso.</p>
<p>Una cosa che vorremmo aggiungere noi: per noi questo deve essere un trampolino, non un punto di arrivo.</p>
<p>Come avete capito, la dirigenza propone l’adesione alla lista Stati Uniti d’Europa promossa da Emma Bonino nel corso della convention tenutasi a Roma il 24/2/2024.</p>
<p>Considerato lo scenario politico complessivo, gli scopi per cui siamo nati e la scelta della maggioranza della base degli iscritti di non starsene fuori da questa tornata elettorale, per la dirigenza si tratta della proposta politica più coerente.</p>
<p>Noi siamo nati per unire e non per dividere, per cui per noi la porta rimarrà sempre aperta ad Azione e ad altre forze politiche dell’area liberaldemocratica.</p>
<p>Sui territori lavoriamo con gli amici di Azione e Italia Viva e in molti comuni ci presenteremo assieme a entrambe per appoggiare candidati terzi rispetto ai tradizionali schieramenti.</p>
<p>Questo per dire che per noi l’obiettivo di creare un più grande partito liberaldemocratico cercando di coinvolgere tutte le forze dell’area rimane tutto: bisogna riportare sulla scheda elettorale quell’offerta politica che nel settembre 2022, in così poco tempo, intercettò l’8% dell’elettorato.</p>
<p>Noi avremmo voluto arrivare alle elezioni europee esattamente con questa offerta politica, con un nuovo partito unitario. Non è stato possibile. Ne abbiamo preso atto, non abbiamo cercato colpevoli e abbiamo iniziato a lavorare per indirizzare comunque il percorso verso quella meta.</p>
<p>Su queste premesse, la dirigenza ha ritenuto di non poter stringere accordi con chi (a torto o a ragione non importa) ha posto veti non supportati da motivazioni politiche. Si sarebbe trattato di una soluzione escludente, che è esattamente il contrario di ciò per cui siamo nati.</p>
<p>Nulla di personale (per noi non è mai personale), ma solo politica.</p>
<p>L’adesione all’invito di Emma Bonino e Più Europa (che è iscritta ad Alde come noi) è pertanto risultata la soluzione politicamente più naturale e più coerente con gli scopi per cui siamo nati e la scelta della maggioranza della base degli iscritti di non starsene fuori da questa tornata elettorale.</p>
<p>Avrete visto che la stampa già parla abbondantemente di questa lista e che il nostro nome è pure comparso nel corso del sondaggio presentato da Bruno Vespa a Porta a Porta, <a href="https://www.ilriformista.it/stati-uniti-deuropa-primo-sondaggio-lista-italia-viva-piu-europa-47-azione-stabile-4-415122/">sondaggio che attribuisce alla lista un 4,7%</a>.</p>
<p>Ciò, nonostante gli accordi non siano ancora chiusi e né la dirigenza di Libdem, né quella di Più Europa abbiano ancora ratificato la scelta all’interno dei propri movimenti.</p>
<p>Ma, come sapete, i tempi della politica sono velocissimi.</p>
<p>Ciò non significa che chi ha lavorato per arrivare sin qui (con “qui” che oggi significa il nostro movimento aderente ad Alde e menzionato dai sondaggi a poco più di un anno dalla sua nascita) dia tutto per scontato.</p>
<p>La dirigenza scelse a dicembre di riservare la decisione finale agli iscritti e per questo la prossima settimana la parola passerà a voi.</p>
<p>I lavori per la lista dovrebbero ultimarsi nella giornata di martedì prossimo, nel corso di una lunga riunione che vedrà tutti gli attori attorno a tavolo.</p>
<p>La Presidenza e la Segreteria faranno tutto il possibile per trasmettere agli iscritti dettagli maggiori prima della consultazione del prossimo week-end.</p>
<p>Un’ultima cosa. Molti iscritti hanno evidenziato con una certa sofferenza la presenza attorno al tavolo di forze politiche che non sono iscritte a Renew Europe. Parliamo del PSI e di Volt (perché noi la DC non l’abbiamo mai vista ai tavoli; se ci fosse stata non ci saremmo mai seduti).</p>
<p>Capiamo l’obiezione. Però <a href="https://volteuropa.org/">Volt</a>, per quanto ci riguarda, pur essendo un partito progressista, non stonerebbe all’interno della famiglia di Renew Europe, che vede anche l’adesione di molti movimenti europei di stampo più progressista (per dire, c’è una distanza di un certo rilievo fra i tedeschi di FDP e gli olandesi di D66).</p>
<p>Per il PSI, è vero, il discorso è diverso, perché si tratta di un partito che si ascrive ad un gruppo politico diverso, quello dei S&amp;D. Noi abbiamo sottolineato in più occasioni tale incoerenza al tavolo e non crediamo che eventuali eletti del PSI si iscriverebbero a Renew Europe invece che a S&amp;D.</p>
<p>Arrivati sin qui, questa stonatura politica, tuttavia, non ci è parsa ragione sufficiente per abbandonare il tavolo.</p>
<p>Non è detto che il PSI sciolga la riserva sulla sua adesione entro il nostro voto del prossimo week-end. Per cui è giusto che sappiate che la proposta politica su cui sarete chiamati ad esprimervi contemplerà, verosimilmente, l’adesione alla lista SUE di Libdem, Italia Viva, Più Europa, Volt e PSI, salve defezioni successive. Defezioni che non dovrebbero certo riguardare Italia Viva e Più Europa.</p>
<p>&#8212;- &#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212; &#8212;&#8212;&#8212;</p>
<table width="100%">
<tbody>
<tr>
<td>Cari iscritti,<br />
cari amici tutti,</p>
<p>nella consultazione tenutasi questa mattina 6/4/2024, in seconda convocazione, ha votato il 44,39% degli aventi diritto.</p>
<p>Di questi, il 37,19% si è espresso a favore della <a href="https://9nur7.r.sp1-brevo.net/mk/cl/f/sh/SMK1E8tHeFuBnCuJkpSXal9s9i3J/Lb_dKdrliWr8">relazione</a> della Presidenza e della Segreteria, il 5,09% contro e il 2,11% si è astenuto.</p>
<p>Rispetto ai votanti, la percentuali dei favorevoli è dell&#8217;83,79%, quella dei contrari dell&#8217;11,46% e quella degli astenuti del 4,74%.</p>
<p>La proposta di partecipazione di Libdem alla lista Stati Uniti d&#8217;Europa è quindi approvata.</p>
<p>a Presidenza e la Segreteria, anche a nome dei garanti e fondatori, ringraziano tutti gli iscritti per la partecipazione.</p>
<p>La dirigenza intende tenere ben presente il dato politico che emerge dai voti contrari e dalle astensioni, ripromettendosi di dare il meglio e fare tutto il possibile affinché la proposta politica che in concreto emergerà dalla lista Stati Uniti d&#8217;Europa si mantenga coerente con gli obiettivi e i valori da cui prende le mosse la nostra azione.</p>
<p>Il Direttivo verrà convocato presto per discutere e definire i termini della nostra campagna elettorale.</p>
<p>Chi non avesse ancora rinnovato la sua tessera per l&#8217;anno 2024 può farlo al link sottostante.</p>
<p>Ci aspetta un duro lavoro ed una campagna importante.</p>
<p>Salvini e i sovranisti stanno organizzando la loro partecipazione al Congresso repubblicano che incoronerà Trump. I conservatori vogliono ridurre l&#8217;Europa a una conferderazione di Stati indipendenti. Putin prepara l&#8217;offensiva di primavera. L&#8217;Iran attaccherà probabilmente Israele. La Cina non rinuncia alle mire su Taiwan. Il terrorismo islamico si riaffacia in Europa.</p>
<p>La paura e l&#8217;incertezza sono le nostre peggiori nemiche. Il coraggio è ciò che guiderà la nostra azione politica.</p>
<p>L&#8217;Europa di domani e la sua capacità di resistenza dipendono dalle scelte e dal lavoro che sapremo fare oggi.</p>
<p>C&#8217;è bisogno di tutti, c&#8217;è bisogno che chiamiamo a raccolta tutti i liberaldemocratici. Non è il tempo delle divisioni, è il tempo dell&#8217;unità.</p>
<p>Ancora grazie.</td>
</tr>
<tr>
<td>
<table width="290">
<tbody>
<tr>
<td><a href="#top">Tesseramento 2024 aperto!</a></td>
</tr>
</tbody>
</table>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
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		<title>Newsletter n. 54 &#8211; 30/03/2024</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-n-54-30-03-2024/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 29 Mar 2024 23:03:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Riconvocazione della consultazione degli iscritti Giovedì abbiamo inoltrato a tutti gli iscritti aventi diritto al voto la riconvocazione della consultazione che avevamo inizialmente indetto per il 19/3/2024. La trovate pubblicata anche qui. L’odg è: “Proposta della Presidenza e della Segreteria di partecipazione alle prossime elezioni europee aderendo alla lista Stati Uniti d’Europa promossa da Emma&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-n-54-30-03-2024/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter n. 54 &#8211; 30/03/2024</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riconvocazione della consultazione degli iscritti</strong></p>
<p>Giovedì abbiamo inoltrato a tutti gli iscritti aventi diritto al voto la riconvocazione della consultazione che avevamo inizialmente indetto per il 19/3/2024.</p>
<p>La trovate pubblicata anche <a href="https://libdemeuropei.it/2289-2/">qui</a>.</p>
<p>L’odg è: “<em>Proposta della Presidenza e della Segreteria di partecipazione alle prossime elezioni europee aderendo alla lista Stati Uniti d’Europa promossa da Emma Bonino</em>”.</p>
<p>Vi sarà una sessione di “prima convocazione” che rimarrà aperta nel corso del pomeriggio del 5/4/2024 dalle ore 15:00 alle ore 19:00.</p>
<p>Nel caso in cui, in questa prima sessione, non si raggiungesse il quorum costituivo della maggioranza degli aventi diritto al voto (cioè, nel caso in cui partecipasse al voto meno della metà+1 degli aventi diritto al voto), si aprirà la sessione in “seconda convocazione”, nella quale, da Statuto, non è previsto alcun quorum costitutivo.</p>
<p>La sessione di “seconda convocazione” si aprirà nella giornata del 6/4/2024 dalle ore 09:00 alle ore 13:00.</p>
<p>All’apertura delle sessioni ciascun iscritto riceverà un’email di invito al voto dalla piattaforma VotaFacile.it (indirizzo noreply@votafacile.it) all’indirizzo comunicato all’atto della iscrizione.</p>
<p>Se non si raggiungesse il quorum in prima convocazione, ciascun iscritto verrà avvisato per tempo della apertura della seconda convocazione.</p>
<p>La dirigenza comunicherà i dettagli della proposta politica mediante comunicazione a tutti gli iscritti in tempo utile prima del voto.</p>
<p><strong> </strong><strong>Libdem per gli Stati Uniti d’Europa</strong></p>
<p>Come avete capito, la dirigenza propone l’adesione alla lista Stati Uniti d’Europa promossa da Emma Bonino nel corso della convention tenutasi a Roma il 24/2/2024.</p>
<p>Considerato lo scenario politico complessivo, gli scopi per cui siamo nati e la scelta della maggioranza della base degli iscritti di non starsene fuori da questa tornata elettorale, per la dirigenza si tratta della proposta politica più coerente.</p>
<p>Noi siamo nati per unire e non per dividere, per cui per noi la porta rimarrà sempre aperta ad Azione e ad altre forze politiche dell’area liberaldemocratica.</p>
<p>Sui territori lavoriamo con gli amici di Azione e Italia Viva e in molti comuni ci presenteremo assieme a entrambe per appoggiare candidati terzi rispetto ai tradizionali schieramenti.</p>
<p>Questo per dire che per noi l’obiettivo di creare un più grande partito liberaldemocratico cercando di coinvolgere tutte le forze dell’area rimane tutto: bisogna riportare sulla scheda elettorale quell’offerta politica che nel settembre 2022, in così poco tempo, intercettò l’8% dell’elettorato.</p>
<p>Noi avremmo voluto arrivare alle elezioni europee esattamente con questa offerta politica, con un nuovo partito unitario. Non è stato possibile. Ne abbiamo preso atto, non abbiamo cercato colpevoli e abbiamo iniziato a lavorare per indirizzare comunque il percorso verso quella meta.</p>
<p>Su queste premesse, la dirigenza ha ritenuto di non poter stringere accordi con chi (a torto o a ragione non importa) ha posto veti non supportati da motivazioni politiche. Si sarebbe trattato di una soluzione escludente, che è esattamente il contrario di ciò per cui siamo nati.</p>
<p>Nulla di personale (per noi non è mai personale), ma solo politica.</p>
<p>L’adesione all’invito di Emma Bonino e Più Europa (che è iscritta ad Alde come noi) è pertanto risultata la soluzione politicamente più naturale e più coerente con gli scopi per cui siamo nati e la scelta della maggioranza della base degli iscritti di non starsene fuori da questa tornata elettorale.</p>
<p>Avrete visto che la stampa già parla abbondantemente di questa lista e che il nostro nome è pure comparso nel corso del sondaggio presentato da Bruno Vespa a Porta a Porta, <a href="https://www.ilriformista.it/stati-uniti-deuropa-primo-sondaggio-lista-italia-viva-piu-europa-47-azione-stabile-4-415122/">sondaggio che attribuisce alla lista un 4,7%</a>.</p>
<p>Ciò, nonostante gli accordi non siano ancora chiusi e né la dirigenza di Libdem, né quella di Più Europa abbiano ancora ratificato la scelta all’interno dei propri movimenti.</p>
<p>Ma, come sapete, i tempi della politica sono velocissimi.</p>
<p>Ciò non significa che chi ha lavorato per arrivare sin qui (con “qui” che oggi significa il nostro movimento aderente ad Alde e menzionato dai sondaggi a poco più di un anno dalla sua nascita) dia tutto per scontato.</p>
<p>La dirigenza scelse a dicembre di riservare la decisione finale agli iscritti e per questo la prossima settimana la parola passerà a voi.</p>
<p>I lavori per la lista dovrebbero ultimarsi nella giornata di martedì prossimo, nel corso di una lunga riunione che vedrà tutti gli attori attorno a tavolo.</p>
<p>La Presidenza e la Segreteria faranno tutto il possibile per trasmettere agli iscritti dettagli maggiori prima della consultazione del prossimo week-end.</p>
<p>Un’ultima cosa. Molti iscritti hanno evidenziato con una certa sofferenza la presenza attorno al tavolo di forze politiche che non sono iscritte a Renew Europe. Parliamo del PSI e di Volt (perché noi la DC non l’abbiamo mai vista ai tavoli; se ci fosse stata non ci saremmo mai seduti).</p>
<p>Capiamo l’obiezione. Però <a href="https://volteuropa.org/">Volt</a>, per quanto ci riguarda, pur essendo un partito progressista, non stonerebbe all’interno della famiglia di Renew Europe, che vede anche l’adesione di molti movimenti europei di stampo più progressista (per dire, c’è una distanza di un certo rilievo fra i tedeschi di FDP e gli olandesi di D66).</p>
<p>Per il PSI, è vero, il discorso è diverso, perché si tratta di un partito che si ascrive ad un gruppo politico diverso, quello dei S&amp;D. Noi abbiamo sottolineato in più occasioni tale incoerenza al tavolo e non crediamo che eventuali eletti del PSI si iscriverebbero a Renew Europe invece che a S&amp;D.</p>
<p>Arrivati sin qui, questa stonatura politica, tuttavia, non ci è parsa ragione sufficiente per abbandonare il tavolo.</p>
<p>Non è detto che il PSI sciolga la riserva sulla sua adesione entro il nostro voto del prossimo week-end. Per cui è giusto che sappiate che la proposta politica su cui sarete chiamati ad esprimervi contemplerà, verosimilmente, l’adesione alla lista SUE di Libdem, Italia Viva, Più Europa, Volt e PSI, salve defezioni successive. Defezioni che non dovrebbero certo riguardare Italia Viva e Più Europa.</p>
<p><strong>Un ricordo di Luigi Einaudi di Andrea Bitetto comparso su </strong><a href="https://www.stradeonline.it/diritto-e-liberta/4875-l-impero-della-legge-e-l-anarchia-degli-spiriti-il-liberismo-morale-di-luigi-einaudi"><strong>Strade</strong></a></p>
<p>Più che celebrare è opportuno ricordare Luigi Einaudi a 150 anni esatti dalla sua nascita. Qualsiasi celebrazione, infatti, corre il rischio di virare verso la retorica, retorica che per indole e per carattere erano quanto di più lontano dalla personalità Einaudi.</p>
<p>Le molte vite di Einaudi si sono intrecciate sino alla sua morte: continuò ad esser un professore sia quando ebbe la guida del Ministero del Bilancio, sia quando divenne Governatore della Banca d’Italia e, infine, quando divenne, lui monarchico, Presidente della neonata Repubblica.</p>
<p>In ciascuna di queste attività, così come prima nell’insegnamento e nella continua opera di divulgazione che condusse da pubblicista, mantenne sempre fede al suo orientamento liberale in politica e liberista in economia.</p>
<p>Ed è proprio il suo liberismo che vorrei proporre in questo abbozzo di ricordo.</p>
<p>Certo, Einaudi era un accademico, un professore, come si è detto, che però volle sempre contribuire a chiarire, a spiegare, a render comprensibili anche le leggi dell’economia all’opinione pubblica più vasta, evitando il linguaggio iniziatico proprio dei mandarini, grazie anche ad una prosa mai paludata, sempre fresca e tersa.</p>
<p>Einaudi non fu un economista sistematico: resterà sempre troppo forte in lui, anglofilo dichiarato come lo fu prima di lui il Conte di Cavour, l’ascendente esercitato dall’empirismo inglese e scozzese, e quindi la continua attenzione agli insegnamenti che venivano impartiti, prima di tutto a lui ed al suo pensiero, da quella che Bobbio descrisse come la “lezione dei fatti” (1).</p>
<p>Einaudi partiva sempre da un esempio concreto, prendeva a proprio riferimento non l’astratto – e quindi: inesistente – homo oeconomicus, ma l’imprenditore, l’agricoltore, lo speculatore, l’operaio, per esporre il problema concreto e fornire a questo una risposta altrettanto concreta.</p>
<p>Se Einaudi non fu sistematico, il concretismo, l’empirismo lo vaccinarono dall’ideologismo, ovvero, e nonostante le semplificazioni, rifiutò sempre di esser dipinto come un liberista tetragono, pronto ad applicare sempre e solo la ricetta liberistica a qualsiasi problema fosse chiamato ad affrontare.</p>
<p>Quell’immagine liberista fu, non a caso, definita dallo stesso Einaudi, in una risposta al deputato socialista Calosso, un “fantoccio mai esistito e perciò comodo a buttare a terra” (2), respingendo, assieme al fantoccio, la stessa tesi, summa liberistica, secondo cui i singoli uomini urtandosi l’un l’altro finirebbero per fare l’interesse proprio e quello generale, definendo tale summa come una autentica “invenzione degli anti liberisti, si chiamassero o si chiamino essi protezionisti o socialisti o pianificatori”.</p>
<p>Perché, per Einaudi, nessuno che abbia mai letto il libro classico di colui che è considerato per antonomasia il prototipo dei liberisti, Adam Smith, potrebbe mai ammettere che si possa applicare tale fantoccio liberista allo stesso Smith. Nella Ricchezza delle nazioni, infatti, lo scozzese iniziatore della stessa scienza economica, scrisse chiaramente che “la difesa è più importante della ricchezza” assoggettando quindi i cittadini ad imposte per perseguire il bene comune, per poi scrivere parole di fuoco contro i proprietari terrieri assenteisti.</p>
<p>Allontanato da sé il fantoccio liberista, Einaudi chiarirà a più riprese l’essenza della sua posizione economica. Troppo spazio richiederebbe qui l’affrontare la querelle che vide contrapposto lo stesso Einaudi all’altro grande pensatore liberale, Benedetto Croce, sul tema dei rapporti tra il liberalismo politico ed il liberalismo economico. Sia detto di passata: querelle che in realtà fu per molti aspetti più apparente che reale.</p>
<p>Dicevo: non a caso Einaudi, nello scansare il fantoccio costruito dai suoi avversari, si richiama ad Adam Smith.</p>
<p>Dallo scozzese, infatti, Einaudi non ereditò solo il chiaro empirismo, ma ancora prima il fondamento morale, prima che economico, della sua impostazione anche economica.</p>
<p>Tanto Smith quanto Einaudi, infatti, furono, prima che economisti, dei moralisti, ovvero degli studiosi della morale umana. Sarebbe impossibile pienamente comprendere La Ricchezza delle Nazioni senza aver letta e metabolizzata la Teoria dei Sentimenti Morali dello scozzese, così come è riduttivo tentare di qualificare il pensiero economico einaudiano senza partire dal fondamento morale della sua personale interpretazione del liberalismo tout court e del liberalismo economico.</p>
<p>Già nel corso del primo dopoguerra, e siamo nel 1920, Einaudi si premurerà di respingere le invocazioni di coloro i quali, dopo il flagello del conflitto mondiale e i timori del biennio rosso, anelavano “l’uniformità, il comando, l’idea unica a cui tutti obbediscano, il Napoleone”(3), in conformità ad un apparente bisogno dell’animo umano, il quale “rifugge dai contrasti, dalle lotte di uomini, di partiti, di idee, e desidera la tranquillità, la concordia, la unità degli spiriti, anche se ottenuta col ferro e col sangue”(4).</p>
<p>A tali invocazioni Einaudi rispondeva fermamente, tanto da voler abbozzare un “inno, irruente ed avvincente … alla discordia, alla lotta, alla disunione degli spiriti”. Perché, si chiede Einaudi, si dovrebbe mai volere che lo stato abbia un proprio ideale di vita a cui “debba napoleonicamente costringere gli uomini ad uniformarsi… perché una sola religione e non molte, perché una sola opinione politica o sociale o spirituale e non infinite opinioni?”.</p>
<p>Nel rispondere a queste domande retoriche Einaudi fa ricorso al tema classico del conflittualismo liberale, il tema che sessant’anni prima era stato magnificamente esposto nel volume On Liberty di John Stuart Mill. Ed anche qui il richiamo non è affatto casuale: nel 1925, e siamo nel pieno della temperie fascista, Einaudi scriverà una breve ma intensa prefazione alla edizione di On Liberty edita da Piero Gobetti, descrivendo il libro del filosofo ed economista inglese come “il libro di testo di una verità fondamentale: l’importanza suprema per l’uomo e per la società di una grande varietà di tipi e di caratteri e di una piena libertà data alla natura umana di espandersi in innumerevoli e contrastanti direzioni”.</p>
<p>Questa sintesi einaudiana fa il paio con il principio milliano (5) “la verità può diventare norma di azione solo quando ad ognuno sia lasciata amplissima libertà di contraddirla e di confutarla. È doveroso non costringere un’opinione al silenzio, perché questa opinione potrebbe essere vera. Le opinioni erronee contengono sovente un germe di verità. Le verità non contraddette finiscono per essere ricevute dalla comune degli uomini come articoli di fede (…) la verità, divenuta dogma, non esercita più efficacia miglioratrice sul carattere e sulla condotta degli uomini”.</p>
<p>Violando queste massime liberali perché protettive del conflitto di idee e di opinioni, prevale l’aspirazione all’unità, all’impero di uno solo: vana chimera, per dirla con Einaudi, l’aspirazione di chi abbia “un’idea, di chi persegue un ideale di vita e vorrebbe che gli altri, che tutti avessero la stessa idea ed anelassero verso il medesimo ideale” (6).</p>
<p>Così, però, ammonisce l’economista piemontese, non deve essere: “il bello, il perfetto non è l’uniformità, non è l’unità, ma la varietà ed il contrasto”. Da queste premesse, che sono come si è visto premesse di indole etica e morale, deriva la vera obiezione di Einaudi contro i sostenitori dei regimi collettivisti, o pianificatori, o protezionisti.</p>
<p>Al liberalismo, infatti, ripugna un assetto collettivista in quanto in un simile assetto, affinché possa funzionare, non può esistere libertà dello spirito, libertà del pensiero, in quanto quei regimi economici – se si escludono i modelli comunitari volontari tipici, ad esempio, dei vecchi conventi, o dei tentativi degli Owen, dei Cabet, dei Fourier di creare società comunistiche – devono necessariamente fare affidamento ad una struttura gerarchica della società, in cui il rapporto tra uomo e uomo non può essere rapporto improntato al principio di libertà bensì al suo opposto, al principio di dipendenza.</p>
<p>Ed allora, ecco che il parallelo di Einaudi, che poi è l’alternativa tra i due modelli, è rappresentato dalla necessaria ed intima relazione intercorrente tra le istituzioni sociali ed economiche rispetto all’ambizione dell’uomo.</p>
<p>L’uomo moralmente libero, e così la società composta da uomini siffatti e che condividano il sentimento di profonda dignità della persona, non potrà che creare, o tentare di creare, istituzioni economiche simili a sé stesso (7).</p>
<p>In una società dove tutto è dello stato, dove non esiste proprietà privata salvo quella di pochi beni personali, dove la produzione sia organizzata collettivamente, per mezzo di piani programmati centralmente, quali individui avranno maggior facilità di emergere? Non saranno certo i migliori, ammonisce Einaudi, bensì i “procaccianti”, coloro i quali fanno premiare l’intrigo al posto dell’emulazione.</p>
<p>E sarà sempre su queste basi morali ed etiche che Einaudi rifiuterà la nuova economia di Walter Rathenau, ritenendo il tipo di economia proposto dal tedesco come assolutamente inconciliabile con l’idea di stato liberale (8).</p>
<p>Il vero contrasto, infatti, non è tra anarchia ed organizzazione, niente affatto. Il vero discrimine corre tra l’obbligo di adottare un dato metodo di organizzazione, da un lato, e la libertà di scegliere tra parecchi metodi concorrenti, di sostituire l’uno all’altro, di usarne contemporaneamente parecchi o molti.</p>
<p>Il primo metodo è proprio di coloro i quali abbian saggiato il frutto dell’autorità, del comando, mentre il secondo metodo è quello delle persone cui la scienza e l’esperienza abbiano fatto persuase che l’unica, “la vera garanzia della verità è la possibiltà della sua contraddizione, che la principale molla di progresso sociale e materiale è la possibilità di cercare di adottare nuove vie senza il consenso dei dottori dell’università di Salamanca, senza attendere le direttive delle ‘superiori autorità’” (9).</p>
<p>La storia dell’uomo aveva quindi dimostrato la lotta, ed alla fine: la supremazia, di quell’ideale di stato il quale si vuole astenere dall’imporre “agli uomini una foggia di vita. Con le guerre di religione, gli uomini vollero che non ci fosse una unità religiosa imposta dallo stato. Con le guerre di Luigi XIV, di Napoleone, e con quella ora terminata [la Prima Guerra Mondiale, N.dA.] gli uomini combatterono contro l’idea dello stato il quale impone una forma di vita politica, di vita economica, di vita intellettuale. Vinse, e non a caso, quella aggregazione di forze militari, presso cui lo stato è concepito come l’ente il quale assicura l’impero della legge (…) all’ombra del quale gli uomini possono sviluppare le loro qualità più diverse, possono lottare fra di loro, per il trionfo degli ideali più diversi. Lo stato limite, lo stato il quale impone limiti alla violenza fisica, al predominio di un uomo sugli altri, di una classe sulle altre, il quale cerca di dare agli uomini le opportunità più uniformemente distribuite per partire verso mete diversissime o lontanissime le une dalle altre. L’impero della legge come condizione per l’anarchia degli spiriti”(10).</p>
<p>Einaudi, si è detto, non fu un sistematico, non fu un dottrinario. Ma fu coerente. La sua coerenza vedeva perfettamente che per assicurare il pieno sviluppo della personalità umana l’intervento dello stato era non solo opportuno ma necessario. Se infatti lo stabilire i fini e gli obiettivi di una società è opera che spetta ai politici o ai filosofi, il ruolo degli economisti diviene quello di indicare via via i mezzi migliori per il raggiungimento di tali obiettivi. Ma in questo il liberismo non opera come un principio economico, non è qualcosa che si contrapponga al liberalismo etico (11): è una soluzione concreta che gli economisti daranno a quel problema loro affidato per meglio comprendere quale sia lo strumento più perfetto per raggiungere quel fine stabilito dal politico o dal filosofo.</p>
<p>E questi strumenti saranno quelli idonei a condurre la “lotta a fondo contro tutti coloro che nelle industrie, nei commerci, nelle banche, nel possesso terriero hanno chiesto i mezzi del successo ai privilegi, ai monopoli naturali ed artificiali, alla protezione doganale, ai divieti di impianti di nuovi stabilimenti concorrenti, ai brevetti a catena micidiali per gli inventori veri, ai prezzi alti garantiti dallo stato” (12). Ed ancora, saranno necessarie, sempre, le leggi di protezione dei più deboli come le leggi di protezione ed assistenza degli invalidi al lavoro, degli anziani, il divieto di lavoro minorile, l’accesso alla istruzione scolastica per i capaci e meritevoli privi di mezzi, il riconoscimento non solo della libertà sindacale ma della pluralità dei sindacati e del loro ruolo nel pareggiare la forza contrattuale degli imprenditori, ovvero quella stessa libertà (liberale) che aveva fatto alzare la testa agli operai del biellese che Einaudi aveva seguiti e di cui raccontò, ammirato, la dignità delle loro conquiste, elogiando non il socialismo autoritario bensì il socialismo sentimento.</p>
<p>Insomma, per il liberale, e in questo senso: per il liberista, l’intervento dello stato – l’impero della legge – sempre sarà necessario ogni qualvolta non si riesca diversamente a garantire l’uguaglianza dei punti di partenza, senza privilegi di nascita, nella corsa della vita. La corsa, ed il suo esito, dipenderà poi dai talenti di ciascuno – l’anarchia degli spiriti.</p>
<p>Ed all’economista, in ogni caso, spetterà sempre l’ingrato compito di ricordare al politico che vicino alle Oche del Campidoglio, simbolo del successo e della popolarità, si trova la Rupe Tarpea, dove si rischia di finire se non si rispettano le regole ed i principi della buona economia. Perché, dopo tutto, gli economisti piuttosto che esser divisi in fantocci dovrebbero esser divisi, come ricordava Maffeo Pantaleoni, in sole due schiere: da una parte coloro i quali conoscono la scienza economica e, dall’altra parte, coloro i quali non la conoscono.</p>
<p>(1) N. Bobbio, Profilo ideologico del novecento, Milano, 1990, 105.</p>
<p>(2) L. Einaudi, Corriere della Sera, 22 agosto 1948, ora ne Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Torino, 1956, 7-11.</p>
<p>(3) L. Einaudi, Verso la città divina, in Rivista di Milano, 20 aprile 1920. 285-287, ora in L. Einaudi, Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Bari 1954, 32-36.</p>
<p>(4) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</p>
<p>(5) J.S. Mill, La libertà (1860), ed. Piero Gobetti, 1925, 3-6.</p>
<p>(6) L. Einaudi, Verso la città divina, op. loc. cit.</p>
<p>(7) L. Einaudi, Il nuovo liberalismo, in La Città Libera, 15 febbraio 1945, 3-6.</p>
<p>(8) L. Einaudi, in La Riforma Sociale, sett.-ott. 1918, 453-458 e passim.</p>
<p>(9) L. Einaudi, ult. loc. cit.</p>
<p>(10) L. Einaudi, Verso la città divina, op. cit.</p>
<p>(11) L. Einaudi, Liberismo e liberalismo, in La Riforma Sociale, marzo-aprile 1931.</p>
<p>(12) L. Einaudi, Lineamenti di una politica economica liberale, Roma, Partito liberale italiano, 1943.</p>
<p><strong>Il libro della settimana</strong></p>
<p><a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2972073/a-che-ci-serve-l-europa">A che ci serve l’Europa</a>. Di Emma Bonino e Pier Virgilio Dastoli</p>
<p>Appena uscito, l’ultimo libro di Emma Bonino ci accompagna in un viaggio dentro l’idea di Europa.</p>
<p>Ci serve davvero l’Europa? Non staremo perdendo tempo ed energie dietro a un’idea? Quella di oggi è la terra dei diritti immaginata a Ventotene?</p>
<p>Mentre l’Unione è sotto attacco da più parti, accusata di essere una matrigna distante dai problemi reali dei cittadini, Emma Bonino e Pier Virgilio Dastoli, protagonisti indiscussi del progetto europeista, scelgono di intraprendere un viaggio nella memoria personale e collettiva che ci riguarda tutti da vicino. Ripercorrono lotte e progressi, sconfitte e conquiste, recuperano le tracce delle esistenze e delle aspirazioni di tante donne e tanti uomini che si sono battuti per costruire e difendere questo ideale, e invitano a prendere coscienza di quanto ancora resta da fare, senza però commettere l’errore di dimenticare, o peggio di gettare via, l’enorme lavoro svolto finora.</p>
<p>Il risultato è un dialogo serrato e coinvolgente, stimolato dalle ricostruzioni del documentarista Luca Cambi, in cui si dà conto delle innumerevoli tappe di questo processo, si ravviva il dibattito sulle nuove sfide che ci attendono, e si offre il ritratto appassionato e avvincente di Altiero Spinelli, vero padre fondatore capace di intuire e ispirare con lungimiranza, in un continente lacerato dalla guerra, quei principi di fratellanza, pace e libertà a cui ancora oggi dobbiamo tendere.</p>
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		<title>Newsletter Libdem n. 32 &#8211; 21/10/2023</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-32-21-10-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Oct 2023 20:31:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://libdemeuropei.it/?p=2002</guid>

					<description><![CDATA[<p>Vediamoci a fine novembre Stiamo organizzando un incontro aperto a tutti gli iscritti per confrontarci tutti assieme sulle sfide che ci aspettano, sulle prossime elezioni europee, sul nostro futuro. Si terrà a Milano, di sabato, a fine novembre. Ciascuno potrà parlare e dire la sua. La prossima settimana vi riveleremo tutti i dettagli e vi&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-32-21-10-2023/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter Libdem n. 32 &#8211; 21/10/2023</span></a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Vediamoci a fine novembre</strong></p>
<p>Stiamo organizzando un <strong>incontro aperto a tutti gli iscritti </strong>per confrontarci tutti assieme sulle sfide che ci aspettano, sulle prossime elezioni europee, sul nostro futuro.</p>
<p>Si terrà a Milano, di sabato, a fine novembre.</p>
<p>Ciascuno potrà parlare e dire la sua. La prossima settimana vi riveleremo tutti i dettagli e vi manderemo il link per iscriversi.</p>
<p><strong>Joe Biden: perché gli USA e l’Occidente devono difendere l’Ucraina e Israele &#8211; la voglia di riscatto dell&#8217;internazionalismo liberale</strong></p>
<p>Joe Biden ha parlato alla nazione pronunciando <a href="https://www.linkiesta.it/2023/10/america-joe-biden-israele-ucraina-discorso/">un discorso molto significativo</a>, che segna la voglia di riscatto dell&#8217;internazionalismo liberale.</p>
<p>«Il gruppo terroristico Hamas ha scatenato il male puro e semplice nel mondo. Ma purtroppo il popolo ebraico sa, forse meglio di chiunque altro, che non c’è limite alla depravazione delle persone quando si vuole infliggere dolore agli altri.</p>
<p>In Israele ho visto un popolo forte, determinato, resistente, ma anche arrabbiato, sotto shock e profondamente addolorato.</p>
<p>(…)</p>
<p>L’attacco ad Israele fa eco a quasi 20 mesi di guerra, tragedie e brutalità inflitte al popolo ucraino — popolo che è stato gravemente ferito da quando Putin ha lanciato la sua invasione su larga scala.</p>
<p>(…)</p>
<p>Non abbiamo dimenticato le fosse comuni, i corpi ritrovati con segni di tortura, gli stupri usati come arma di guerra dai russi e le migliaia e migliaia di bambini ucraini portati con la forza in Russia, sottratti ai loro genitori. È tutto disgustoso.</p>
<p>(…)</p>
<p>Hamas e Putin rappresentano minacce diverse, ma hanno questo in comune: entrambi vogliono annientare completamente una democrazia vicina — annientarla completamente.</p>
<p>Hamas ha come suo scopo dichiarato di esistere la distruzione dello Stato di Israele e l’uccisione del popolo ebraico.</p>
<p>Hamas non rappresenta il popolo palestinese. Hamas usa i civili palestinesi come scudi umani e le famiglie palestinesi innocenti soffrono molto a causa loro.</p>
<p>Nel frattempo, Putin nega che l’Ucraina sia o sia mai stata un vero Stato. Sostiene che l’Unione Sovietica ha creato l’Ucraina.</p>
<p>E solo due settimane fa ha detto al mondo che se gli Stati Uniti e i nostri alleati ritirassero — e se gli Stati Uniti lo facessero, lo farebbero anche i nostri alleati — il proprio sostegno militare all’Ucraina, a Kyiv rimarrebbe, cito, “una settimana di vita”. Ma non ci stiamo ritirando.</p>
<p>Permettetemi quindi di spiegarvi perché assicurarsi che Israele e l’Ucraina abbiano successo è vitale per la sicurezza nazionale americana.</p>
<p>La storia ci ha insegnato che quando i terroristi non pagano un prezzo per il loro terrore, quando i dittatori non pagano un prezzo per la loro aggressione, causeranno ancora più caos, morte e distruzione.</p>
<p>Continueranno ad andare avanti, ed il costo e le minacce per l’America e per il mondo continueranno ad aumentare nel tempo.</p>
<p>Quindi, se non fermiamo l’appetito di Putin per il potere e il controllo in Ucraina, non si limiterà solo all’Ucraina. Putin ha già minacciato di “ricordare”, cito, “ricordare” alla Polonia che il loro territorio occidentale è stato un dono della Russia.</p>
<p>(…)</p>
<p>Di là dell’Europa, sappiamo che i nostri alleati e, forse soprattutto, i nostri avversari e concorrenti ci osservano. Stanno osservando anche la nostra risposta in Ucraina.</p>
<p>Se ci allontaniamo e lasciamo che Putin cancelli l’indipendenza dell’Ucraina, i potenziali aggressori in tutto il mondo saranno incoraggiati a fare lo stesso.</p>
<p>Il rischio di conflitti e caos potrebbe diffondersi in altre parti del mondo, nell’Indo-Pacifico ed in Medio Oriente, anzi soprattutto in Medio Oriente.</p>
<p>L’Iran sostiene la Russia in Ucraina e sostiene Hamas ed altri gruppi terroristici nella regione. E continueremo a ritenerli responsabili di questo, aggiungerei.</p>
<p>Gli Stati Uniti e i nostri partner in tutta la regione stanno lavorando per costruire un futuro migliore per il Medio Oriente, un futuro in cui il Medio Oriente sia più stabile, meglio collegato ai suoi vicini.</p>
<p>Mercati più prevedibili, più occupazione, meno rabbia, meno lamentele, meno guerre se connessi. Ne beneficia la gente comune, ne beneficia la gente del Medio Oriente e ne beneficiamo noi.</p>
<p>La leadership americana è ciò che tiene insieme il mondo. Le alleanze americane sono ciò che mantiene noi, l’America, al sicuro. I valori americani ci rendono un partner con cui le altre nazioni vogliono lavorare.</p>
<p>Mettere a rischio tutto questo se ci allontaniamo dall’Ucraina, se voltiamo le spalle a Israele, non ne vale la pena.</p>
<p>Ecco perché domani invierò al Congresso una richiesta di bilancio urgente per finanziare le esigenze di sicurezza nazionale dell’America, e per sostenere i nostri partner più critici, compresi Israele e l’Ucraina».</p>
<p><strong>Ricostruire una forte deterrenza contri i paesi arabi ostili </strong></p>
<p>In settimana, su Il Foglio, David Carretta ha riportato le parole l&#8217;ambasciatore di Israele presso l&#8217;Unione europea, Haim Regev: “il 7 ottobre 2023 è stato il giorno più nero nella storia ebraica dall&#8217;Olocausto&#8221;, l&#8217;attacco di Hamas “non fa parte di un conflitto politico. Sono venuti solo per uccidere ebrei in un&#8217;operazione di assassinio di massa. Dobbiamo fare in modo che non accada più&#8221;.</p>
<p>Sradicare Hamas sarà &#8220;una missione molto complicata&#8221;, ha riconosciuto l’ambasciatore, aggiungendo che &#8220;Nel 1945 l&#8217;unico modo per eliminare i nazisti fu andare fino a Berlino&#8221;.</p>
<p>L&#8217;espressione &#8220;andare fino a Berlino&#8221; mostra fino a che punto il 7 ottobre ha cambiato l&#8217;approccio strategico di Israele degli ultimi anni. Non può più trattarsi di “contenimento”.</p>
<p>La minaccia ha cambiato totalmente dimensione. Il patto fondante dello stato ebraico, la promessa di Israele quale luogo sicuro per tutti gli ebrei del mondo, è stato rotto.</p>
<p>La capacità di deterrenza nei confronti dei paesi e degli attori ostili che lo circondano è andata in frantumi e va ricostruita.</p>
<p><strong>Cosa vuole Hamas: Palestina senza Israele</strong></p>
<p>Mentre la guerra a Gaza andava intensificandosi, l&#8217;Autorità Palestinese è stata piuttosto silenziosa.</p>
<p>Dalla sua istituzione nel 1993, e in particolare dalla Seconda Intifada, all&#8217;inizio degli anni 2000, l&#8217;Autorità palestinese ha perso credibilità non solo a livello diplomatico, ma anche tra il popolo palestinese.</p>
<p>Hamas si è precipitata a riempire il conseguente vuoto di idee, politica e sicurezza e oggi il popolo palestinese ne sta pagando il prezzo.</p>
<p>Qualsiasi accordo politico raggiunto dopo la guerra a Gaza deve concentrarsi non solo sul futuro della striscia costiera, ma anche sulla riabilitazione dell&#8217;Autorità palestinese.</p>
<p>Dalla firma degli accordi di Oslo nel 1993, al popolo palestinese sono state presentate due visioni del loro futuro, in competizione tra loro e inconciliabili.</p>
<p>Una, proposta dall&#8217;Organizzazione per la Liberazione della Palestina &#8211; un gruppo laico, anche se per nulla democratico, e genitore dell&#8217;Autorità Palestinese &#8211; prevedeva un processo diplomatico che portasse a uno Stato palestinese fianco a fianco con Israele.</p>
<p>L&#8217;altro, promosso da Hamas, un gruppo terroristico designato e membro della più ampia rete dei Fratelli Musulmani, chiedeva la creazione di uno Stato palestinese dal fiume Giordano al Mediterraneo &#8211; in altre parole, la distruzione di Israele &#8211; da raggiungere con la violenza.</p>
<p>Diplomazia, terrore, governance, associazioni di beneficenza, organizzazione politica, messaggistica: gli oppositori hanno usato tutti gli strumenti a loro disposizione per portare avanti i loro obiettivi sia sul terreno che nei cuori e nelle menti dei palestinesi.</p>
<p><strong>Gli aiuti alla Palestina negli anni</strong></p>
<p>Era il 1993, il prato quello della Casa Bianca, la stretta di mano storica: quella tra il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il leader palestinese Yasser Arafat “benedetta” da Bill Clinton.</p>
<p>Nacque allora l’Autorità Nazionale Palestinese con l’obiettivo di creare un organismo politico capace di amministrare temporaneamente i territori di Gaza e della Cisgiordania e collaborare alla lotta al terrorismo al fine di creare le condizioni favorevoli alla nascita di uno Stato palestinese indipendente.</p>
<p>Secondo i dati dell’Ocse, gli aiuti ai palestinesi ammontano a 40 miliardi di dollari erogati nel periodo che va tra il 1994 al 2020. Soldi per infrastrutture, sicurezza idrica, istruzione, sanità.</p>
<p>La maggior parte degli aiuti, quasi il 72%, proviene da dieci donatori. In testa c’è l’Unione Europea che ha contribuito per il 18,9% sul totale dei fondi erogati, seguita dagli Stati Uniti.</p>
<p>Questi soldi hanno anche finanziato Hamas?</p>
<p>La questione, tornata a ribollire in questi giorni, è stata più volte oggetto di inchieste da parte della Commissione Europea che, tuttavia, non ha mai appurato con certezza se una parte dei fondi finisse nelle mani dei terroristi.</p>
<p>Quello che è sicuro, invece, è che una parte dei fondi veniva “sprecata, sperperata o persa nella corruzione” come afferma un rapporto della Corte dei Conti Europea del 2013.</p>
<p><strong>La lettera di un lettore a L’Unità</strong></p>
<p>Al direttore, per Israele il garantismo non vale. L’Unità ieri ha titolato in prima pagina: “Israele rade al suolo un ospedale: centinaia di morti”. Nella serata di martedì, Hamas annunciava che un ospedale era stato colpito, forniva immediatamente la cifra di 500 morti e incolpava Israele.</p>
<p>L’Unità ha evidentemente preso per buona questa comunicazione e l’ha sparata in prima pagina. Peccato che, nella stessa serata, il portavoce dell’esercito israeliano rendesse noto che l’ospedale non fosse un obiettivo militare per Israele e che l’esercito con la stella di Davide non lo avesse colpito.</p>
<p>Col passare del tempo emergevano filmati che fornivano elementi importanti per mettere in dubbio la versione di Hamas.</p>
<p>Uno di questi era preso addirittura da Al Jazeera, l’emittente televisiva del Qatar, paese finanziatore di Hamas, non certo una fonte vicina a Israele. Politici israeliani di destra e di sinistra hanno tutti respinto l’accusa, persino il presidente di Israele, Isaac Herzog, solitamente silenzioso, ha detto in modo inequivocabile che tale esplosione non fosse attribuibile a Gerusalemme.</p>
<p>Come hanno potuto sostenere questa tesi con così grande fermezza? Periti israeliani hanno valutato i video, verificato le attività militari nella zona e cercato di ricostruire la vicenda e sostengono che un missile difettoso della Jihad islamica abbia colpito l’edificio.</p>
<p>Giornalisti anche italiani, inviati di guerra con grande esperienza al fronte, hanno detto apertamente sui social che il suono fosse chiaramente quello di un missile (palestinese) e non quello di una bomba (israeliana).</p>
<p>Ma, si chiederanno i lettori, i palestinesi si sparano da soli? Ebbene, le statistiche dicono che fino a un quinto dei missili lanciati dalla Jihad finisca per errore dentro Gaza.</p>
<p>Ieri mattina è poi emerso un audio captato tra le cellule della Jihad dove si dice chiaramente di un missile difettoso, sparato da un cimitero, che avrebbe colpito l’ospedale.</p>
<p>Tutta questa ricostruzione era forse sfuggita ai redattori dell’Unità? Quali riflessi consentono di ritenere credibile la versione di un regime di fondamentalisti e nulla quella fornita da un paese democratico? Quale danno viene inferto allo Stato ebraico, quanto odio viene sollecitato verso Israele attribuendole tali nefandezze?</p>
<p><strong>Elezioni in Polonia</strong></p>
<p>&#8220;Le elezioni sono state competitive ma un uso improprio delle risorse pubbliche e la copertura distorta e apertamente schierata da parte dell&#8217;emittente pubblica ha fornito un chiaro vantaggio al partito al potere&#8221;. È quanto dichiarano gli osservatori internazionali inviati in Polonia per monitorare il voto dello scorso week end.</p>
<p>La missione comprendeva 154 osservatori provenienti da 44 paesi, di cui 33 esperti e osservatori a lungo termine inviati dall&#8217;Odihr, 94 parlamentari e personale dell&#8217;assemblea parlamentare dell&#8217;Osce e 27 dell&#8217;assemblea parlamentare del Consiglio d&#8217;Europa.</p>
<p>&#8220;Sebbene le libertà di associazione e di riunione siano state rispettate in una campagna pluralistica, essa è stata inficiata dall&#8217;uso improprio delle risorse statali&#8221;, dicono gli osservatori.</p>
<p>&#8220;La sovrapposizione tra i messaggi della campagna elettorale del partito al potere e le campagne di informazione del governo, nonché delle aziende controllate dallo Stato e delle loro fondazioni, anche per quanto riguarda il referendum, ha dato un ulteriore vantaggio significativo al partito al potere&#8221;, hanno specificato.</p>
<p>La Polonia ha evitato il rischio di trasformarsi in una autocrazia perché non aveva ancora superato il punto di non ritorno. Ma chi era andata vicina.</p>
<p>Superato il punto di non ritorno, il ripristino può avvenire solo con una violenta rottura dell’ordine costituito.</p>
<p>Mai abbassare la guardia in democrazia.</p>
<p><strong>Il documento programmatico di bilancio</strong></p>
<p>Mentre <a href="https://www.ilsole24ore.com/art/sp-conferma-rating-bbb-italia-outlook-stabile-AFCGNNKB">S&amp;P conferma l’outlook stabile per l’Italia</a>, secondo l’<a href="https://osservatoriocpi.unicatt.it/ocpi-pubblicazioni-osservazioni-sul-documento-programmatico-di-bilancio-2024">analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani</a>, il Documento programmatico di bilancio (DPB) conferma le scelte della Nadef riguardo alla dinamica del debito pubblico che rimane sostanzialmente invariato in rapporto al Pil e che salirebbe se vi fossero previsioni più realistiche, in particolare riguardo alla crescita del Pil e alle privatizzazioni.</p>
<p>Il DPB è carente perché non dice nulla su quasi 9 miliardi di coperture nel 2024, è estremamente vago su voci importanti come la riforma delle pensioni, conferma che molte misure (cuneo contributivo, riforma Irpef, sostegni alle imprese) sono finanziate solo per un anno.</p>
<p>Ciò lascia un’eredità negativa agli anni prossimi e rischia di creare incertezza e di ridurre notevolmente l’efficacia delle misure sulla spesa di famiglie e imprese e dunque sull’economia.</p>
<p>Sostanzialmente si è rinunciato a un progetto di aggiustamento dei conti volto a imprimere un profilo discendente al rapporto debito/Pil:</p>
<p>&#8211;  la riduzione del rapporto debito/Pil è modestissima (-0,8 punti di Pil, dal 140,2 per cento del 2023 al 139,6 nel 2026);</p>
<p>&#8211; la riduzione si realizzerebbe quasi tutta nel 2026 (-0,5 punti). Nel 2024, questa è solo di 0,1 punti percentuali (dal 140,2 a 140,1). Il rinvio della riduzione del debito rende poco credibile l’intero impianto del bilancio;</p>
<p>&#8211; le riduzioni del debito si realizzano per effetto di alcune ipotesi che appaiono piuttosto dubbie;</p>
<p>&#8211; la crescita del Pil 2024-2026 (1,3 per cento in media) è data in misura più alta di quella prevista dalla maggior parte degli analisti.</p>
<p><strong>Salvini alla guerra contro il terrorismo</strong></p>
<p>Come ha notato Claudia Fusani ieri su Il Riformista, Matteo Salvini ha deciso di fare campagna elettorale sulla guerra scatenata da Hamas in Medioriente.</p>
<p>Nonostante gli allarmi bomba e la psicosi da terrore ha invitato i sui follower a scendere in piazza “contro il terrorismo islamico”, in nome “della libertà e della sicurezza”.</p>
<p>Da un punto di vista grammaticale non fa una piega: siamo tutti a favore della libertà e della sicurezza e contro il terrorismo islamico. Quindi, l’iniziativa avrà sicuramente seguito e otterrà consenso.</p>
<p>Politicamente, però, è come lanciare un fiammifero su una tanica di benzina: una manifestazione del genere, con precise insegne politiche, ha un alto tasso di strumentalizzazione e può diventare facilmente obiettivo di malintenzionati.</p>
<p>Per Salvini invece è la cosa giusta da fare: “Ti aspetto sabato 4 novembre a Largo Cairoli a Milano, ore 15. La Lega c’è, tacere è una colpa” è il messaggio inviato a militanti e sostenitori.</p>
<p>Il punto è che il resto della maggioranza non ci sta, non aderisce, anzi tace imbarazzata a cominciare dal presidente Meloni che entra ed esce da riunioni con l’intelligence e i ministri dell’Interno e della Giustizia per aggiornare lo stato di allerta e valutare nuove misure per mettere in sicurezza obbiettivi e l’infinità gamma di soft target che la jihad islamica, negli ultimi vent’anni, ha dimostrato di saper conoscere e sfruttare assai bene quando vuole colpire.</p>
<p>Specie se ha deciso di affidare la propria guerra alle azioni improvvise, estemporanee ed imprevedibili dei lupi solitari sparsi in Occidente e in Europa. Il professore accoltellato ad Arras, in Francia, e i due tifosi svedesi uccisi l’altra sera a Bruxelles ne sono la drammatica conferma.</p>
<p>Cavalcando in modo irresponsabile la solita vecchia e semplicistica equazione: immigrazione = insicurezza = terrorismo.</p>
<p>“Lampedusa porta dei terroristi” sono gli slogan rilanciati sui social e da alcuni talk show che mettono in fila gli stranieri arrivati a Lampedusa e che poi, anni dopo, sono stati protagonisti di attentati, da Nizza a Berlino per finire a Bruxelles l’altro giorno.</p>
<p>Sono sette dal 2016 a oggi, sette storie diverse, gente arrivata qua in cerca di benessere, non lo ha trovato e si è radicalizzata.</p>
<p><strong>Cosa sta succedendo alla democrazia?</strong></p>
<p>Massimo Gaggi, su Il Corriere della Sera, ha spiegato che per il 38% dei repubblicani è lecito opporsi con la violenza agli eccessi dei loro oppositori politici: i democratici, visti come estremisti radicali.</p>
<p>Da quando, dopo il voto del 2020, Donald Trump ha cominciato a parlare di elezioni rubate, per molti suoi supporter la violenza è diventata strumento politico legittimo.</p>
<p>La novità, oltre alla crescita dei fan della rivolta, sta nel fatto che anche i democratici sono pronti a ribellarsi, e in misura ancora maggiore (41%) agli eccessi di un regime conservatore estremista (cioè a una nuova vittoria di Trump che si è già detto deciso ad estendere i suoi poteri comprimendo l&#8217;autonomia delle istituzioni indipendenti).</p>
<p>Cosa sta succedendo alla democrazia? Senza una forza libdem di interposizione è destinata a degenerare.</p>
<p><strong>Il libro della settimana (perché noi i libri li leggiamo, Ministro</strong></p>
<p><a href="https://www.leonardolibri.com/libro-5978-giovanni-spadolini-la-questione-ebraica-e-lo-stato-disraele.html">Giovanni Spadolini: la questione ebraica e lo stato d’Israele</a>. Di Valentino Baldacci.</p>
<p>“Il rapporto fra le forze politiche italiane e la causa di Israele non è mai stato semplice, specie negli anni successivi alla vittoriosa guerra dei Sei Giorni (1967).</p>
<p>Antichi pregiudizi e più pragmatici calcoli d’interesse hanno reso questa relazione estremamente difficoltosa, a maggior ragione quando la questione palestinese si è palesata come una fondamentale pedina del gioco di scacchi fra superpotenze.</p>
<p>Nella diffidenza verso Israele e nella simpatia acritica verso il panarabismo, prima, e il movimento palestinese di Arafat, poi, confluirono sentimenti e stati d’animo dalle differenti radici: tutti più o meno riconducibili a un certo anti-americanismo terzomondista che vedeva proprio nel nodo irrisolto del Medio Oriente un terreno di confronto a portata di mano.</p>
<p>E solo in parte questa rotta stata corretta con l’ascesa del fondamentalismo. In tale quadro la posizione coerentemente filo-ebraica è stata prerogativa per decenni di un esiguo segmento politico e culturale nel nostro Paese.</p>
<p>I partiti laici, in primo luogo, e fra questi il partito repubblicano di Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini, i radicali di Pannella, i liberali. Pochi democristiani, per la verità, e poi alcuni settori, anch’essi gravemente minoritari, della sinistra: Pietro Nenni, storicamente, e fra i comunisti Terracini, in tempi recenti Piero Fassino e non molti altri.</p>
<p>Per gli amici di Israele si trattava di affermare una visione politica, certo, ma soprattutto culturale: nel senso di rintracciare nel sionismo una grande causa di libertà e di emancipazione.</p>
<p>Nel solco della nostra vicenda risorgimentale che fu – a partire dalle Interdizioni Israelitiche di Cattaneo – il modello di riferimento per il riscatto nazionale dell’ebraismo. È stato proprio Spadolini, uno dei maggiori interpreti della linea di amicizia verso Israele, a sottolineare nei suoi studi la particolare ispirazione che Teodoro Herzl trasse dagli insegnamenti di Mazzini.</p>
<p>Oggi questo aspetto è messo bene in luce dal saggio che Valentino Baldacci dedica allo statista e storico fiorentino nel suo lungo nesso con la questione ebraica e lo Stato d’Israele.</p>
<p>Il percorso spadoliniano coincide, come si è detto, con una scelta culturale prima che politica, ma diventa presto un cammino a ostacoli tutto politico nel rifiuto di ogni opportunismo. Lo si vedrà nel caso dell’Achille Lauro e non solo. Senza Spadolini, con la sua ferma condanna delle suggestioni terroristiche assai prima dell’11 settembre, la voce dell’Italia nel Mediterraneo sarebbe stata più flebile e conformista.</p>
<p>II lavoro di Baldacci si vale della prefazione di Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche; di una premessa di Cosimo Ceccuti, presidente della Fondazione Spadolini Nuova Antologia; e di un ricordo di Amedeo Mortara, cui il libro è dedicato, scritto dalla figlia Raffaella”.</p>
<p>(Recensione di Stefano Folli, il Sole 24 Ore Domenica, 25 agosto 2013)</p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-32-21-10-2023/">Newsletter Libdem n. 32 &#8211; 21/10/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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		<title>Newsletter Libdem n. 31 &#8211; 14/10/2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Oct 2023 08:30:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Palestinesi intrappolati dagli arabi Dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi lasciarono il mandato sulla Palestina, travolti dalle rivolte arabe, dagli scontri continui e dai tentativi di immigrazione disperata degli ebrei sopravvissuti alle camere a gas. Demandarono quindi la questione alle neonate Nazioni Unite, che il 29 novembre 1947 approvarono la risoluzione 181 che divideva&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-31-14-10-2023/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter Libdem n. 31 &#8211; 14/10/2023</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-31-14-10-2023/">Newsletter Libdem n. 31 &#8211; 14/10/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><strong>Palestinesi intrappolati dagli arabi</strong></p>
<p>Dopo la seconda guerra mondiale gli inglesi lasciarono il mandato sulla Palestina, travolti dalle rivolte arabe, dagli scontri continui e dai tentativi di immigrazione disperata degli ebrei sopravvissuti alle camere a gas.</p>
<p>Demandarono quindi la questione alle neonate Nazioni Unite, che il 29 novembre 1947 approvarono la risoluzione 181 che divideva la Palestina storica in tre parti: lo Stato ebraico, quello palestinese e una zona ad amministrazione internazionale posta fra Gerusalemme e Betlemme.</p>
<p>Quella risoluzione, anziché sancire la pace, costituì la premessa della guerra.</p>
<p>Quando, in forza della risoluzione, Israele si proclamò come stato indipendente, gli eserciti arabi invasero la Palestina storica da ogni lato, accerchiando la nuova entità ebraica. La guerra così innescata terminò solo il 25 gennaio 1949, con una chiara vittoria di Israele, che si ritrovò con una maggiore quantità di territori rispetto a quelli previsti dalla stessa risoluzione 181.</p>
<p>I palestinesi intrappolati, così, dagli stessi arabi.</p>
<p>Nel 1967 il presidente egiziano Nasser decise di accerchiare Israele rimilitarizzando la penisola del Sinai. Altri paesi arabi fecero convergere le proprie truppe ai confini con Israele, ma l’allora comandante Yitzhak Rabin decise di attaccare per primo di sorpresa, annientando l’aviazione egiziana prima ancora che potesse spiccare il volo.</p>
<p>In sei giorni le truppe israeliane conquistarono la penisola del Sinai, la Striscia di Gaza, la Cisgiordania, la parte orientale di Gerusalemme e le alture del Golan.</p>
<p>Di nuovo, i palestinesi incastrati dalla volontà degli arabi di annientare lo stato ebraico.</p>
<p>Poche settimane dopo la conclusione della guerra dei sei giorni, il governo israeliano elaborò un piano di pace che puntava a mantenere confini difendibili, soddisfacendo, compatibilmente con questi obiettivi, le aspirazioni dei palestinesi.</p>
<p>Successivamente alla guerra dei sei giorni l’ONU adottò anche la risoluzione 242/1967, con la quale si sancì il principio “territori in cambio di pace”. Dove per “pace” si intendeva il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere da parte di tutti gli stati arabi confinanti.</p>
<p>Riconoscimento che non arrivò mai. Ed infatti, nel 1973 gli eserciti arabi tentarono senza successo l’ultimo grande attacco. Israele si difese e vinse pure la c.d. guerra del Kippur.</p>
<p>Lo scoppio della prima Intifada nel 1987, la svolta di Arafat in favore di una soluzione pacifica e la sconfitta di Sadam Hussein nella prima guerra de Golfo resero più facile il percorso verso la pace all’inizio degli anni ’90.</p>
<p>Il processo di pace sembrò avere una svolta nel 1999, con la vittoria del laburista Barak. Nel 2000 le parti ci andarono vicinissime a Camp David, sotto l’egida dell’amministrazione di Bill Clinton.</p>
<p>Lo scoppio della seconda intifada arrestò il processo, che avrebbe preso una piega diversa con il ritiro unilaterale di Israele da Gaza nel 2005 e la vittoria di Hamas alle elezioni nel 2006.</p>
<p>Israele ha sempre vissuto circondata da nemici che vogliono annientarla. Quello che è stata costretta ad imparare è stato costruire bunker, difendersi e tenere lontano il conflitto con l’edificazione di muri e l’allargamento del proprio territorio.</p>
<p>Troppi attori del mondo arabo circostante non hanno mai voluto due stati ed hanno sfruttato la questione palestinese per tenere acceso un fronte verso l’Occidente.</p>
<p>Hamas (e i suoi alleati e sostenitori palesi e occulti) non mirano alla creazione di uno Stato palestinese, ma alla distruzione dello Stato ebraico.</p>
<p>Il superamento del limite compiuto da Hamas rivela l’intenzione di immolarsi (e far immolare la popolazione civile) pur di distruggere lo stato israeliano.</p>
<p>La causa palestinese è entrata in coma il 7 ottobre 2023. Le colpe sono molteplici. L’amministrazione Nethaniau non ne va esente.</p>
<p>Ma con chi dovrebbe parlare di pace oggi, Israele?</p>
<p><strong>Diciotto (più uno) motivi per stare con Israele</strong></p>
<p>Ieri, in un articolo leggibile per tutti, <a href="https://www.huffingtonpost.it/esteri/2023/10/13/news/diciotto_piu_uno_argomenti_per_stare_con_israele-13640564/?ref=HHTP-BR-I13647978-P2-S1-T1">Pierluigi Battista su Huffington Post</a> ci ha ricordato quali sono le ragioni per cui dobbiamo stare con Israele.</p>
<p>1) La soluzione “due popoli, due Stati” era esattamente quella proposta e prevista nel piano di spartizione sancito da un voto delle Nazioni Unite nel 1947, che tracciava i confini dei rispettivi Stati: quello di Israele (ancora sotto mandato britannico) e quello palestinese, che pure non era mai esistito come entità statale autonoma all’interno dell’ex Impero ottomano.</p>
<p>2) Gli israeliani accettarono il piano, i Paesi arabi no, e infatti nel ’48 scatenarono la guerra contro l’“entità sionista” e convinsero i palestinesi ad abbandonare i loro villaggi, certi che sarebbero rientrati in poco tempo con la sicura scomparsa dello Stato d’Israele.</p>
<p>3) Gli ebrei non avevano dimenticato che negli anni della Shoah il Gran Muftì di Gerusalemme propose un’alleanza con Adolf Hitler per mettere una volta per tutte fine alla presenza ebraica (pre-statuale) in terra musulmana.</p>
<p>4) Israele vinse la guerra contro gli Stati arabi, ma dal ’48 al ’67 gli Stati arabi non aiutarono la nascita di un nuovo Stato palestinese nei territori assegnati dall’Onu, lasciarono la popolazione evacuata nei campi profughi, e li trattarono addirittura come presenze moleste.</p>
<p>5) Durante la guerra che in Israele chiamano legittimamente “guerra d’indipendenza” il nuovo esercito israeliano, formato da chi aveva vissuto i pogrom antiebraici negli anni Trenta promossi dagli arabi e dai sopravvissuti della Shoah come lo scrittore Aharon Appelfeld, non sempre ebbe una condotta ispirata ai princìpi dell’umanità, a cominciare dalla strage del villaggio di Deir Yassin in cui morirono circa 250 civili palestinesi.</p>
<p>6) La storia dei crimini compiuti dagli israeliani nella guerra del ’48 è trattata nei libri di storia che occupano gli scaffali nelle librerie di Tel Aviv e di Gerusalemme, dove è ospitato ogni genere di testi, anche quelli più veementemente critici contro il sionismo. Nelle librerie palestinesi, invece, non si trova niente e anche in quelle dei Paesi islamici non si trova niente, perché lì la libera storiografia non esiste. Perché lì la libertà non esiste proprio.</p>
<p>7) Nello Stato di Israele si riconoscono gli errori, sottoposti a un duro esame nell’opinione pubblica. Dopo il massacro dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982 compiuto dai cristiani maroniti libanesi sotto gli occhi delle truppe israeliane di Ariel Sharon, le piazze di Tel Aviv e di Gerusalemme si riempirono di grandi manifestazioni. Fu istituita una commissione d’inchiesta che stabilì in modo circostanziato colpe e omissioni di Sharon. Il quale fu costretto a dimettersi insieme ai vertici dell’esercito di cui fu appurata la responsabilità.</p>
<p>8) Niente del genere accadde in Siria, complice nel 1976 della strage nel campo palestinese di Tel al-Zaatar, quando i criminali di Damasco rimasero impuniti. Anche nella Giordania hashemita nel 1970 le forze armate di re Hussein (appena sfuggito a un attentato) scatenarono un’offensiva armata nei campi profughi provocando la morte di migliaia e migliaia di civili palestinesi, donne e bambini. Era il famoso “Settembre nero”. Nessuno pagò per quel crimine.</p>
<p>9) La rivendicazione armata di uno Stato palestinese si rinfocolò nel ‘67, quando gli israeliani vinsero la guerra dei Sei giorni scatenata e persa dai Paesi arabi, con l’ingresso in primo piano dell’Olp di Yasser Arafat nel cui statuto era espressamente indicata la cancellazione di Israele dalle carte geografiche. Si invocava la liberazione dei territori occupati da Israele, che però non erano riusciti a formarsi come Stato palestinese dal ’48 al ’67, quando non erano “occupati”. Come mai?</p>
<p>10) Circa 700.000 palestinesi furono scacciati dalla loro terra nel ’48. Storia nota. Storia molto meno nota: oltre 600.000 ebrei furono costretti a fuggire dai Paesi arabi e a rifugiarsi in Israele, cacciati dal Marocco, dall’Algeria, dalla Tunisia, dalla Libia, dall’Egitto, dall’Iraq, dalla Siria, dallo Yemen, senza contare i quasi 100 mila ebrei falasha in fuga dall’Etiopia negli anni Ottanta.</p>
<p>11) Israele non è “guerrafondaio”. Fa la pace con chi vuole fare pace con Israele. Non fa la pace con chi programmaticamente vuole distruggerlo e cancellarlo, negando il suo stesso diritto di formarsi come Stato. Per onorare gli accordi di pace con l’Egitto, nel 1982 il governo israeliano evacuò con la forza e tra le drammatiche proteste 18 insediamenti ebraici nella penisola del Sinai occupata durante la guerra del 1967.</p>
<p>12) Nel 2005 il governo di Sharon smantellò a Gaza 21 insediamenti ebraici tra pianti, sommosse, resistenza passiva dei civili che si barricavano in casa e indossavano platealmente la stella gialla della persecuzione. Furono giorni durissimi per Israele, ma dal 2005 tecnicamente Gaza non è più “territorio occupato”, etnicamente ripulito di qualsivoglia presenza ebraica. Questo per chi aspira a comunità statali multietniche e multiculturali.</p>
<p>13) Dal 2005 Gaza è diventata una grande prigione a cielo aperto. In tutto questo tempo la dirigenza di Hamas non ha speso un soldo per il benessere e lo sviluppo civile ed economico della popolazione palestinese, ma ha dirottato ogni risorsa per le armi con cui distruggere lo Stato di Israele.</p>
<p>14) Hamas ha instaurato a Gaza uno spaventoso regime di terrore e di oppressione. La popolazione ridotta alla fame. I dissidenti assassinati. Le donne schiacciate e umiliate. Gli omosessuali costretti a fuggire nell’odiata Israele per non farsi malmenare e uccidere dagli aguzzini.</p>
<p>15) A Gaza Hamas ha vietato la pubblicazione di brani tratti dal Diario di Anna Frank per non diffondere “l’infezione della menzogna sionista”. In tv vanno in onda prediche così: “Il mio spirito si elevò quando un giovane mi disse: ‘Oh sheikh, ho quattordici anni, ancora quattro anni e poi mi farò saltare tra gli ebrei!’. Gli dissi: ‘Oh ragazzo, che Allah ti faccia meritare il martirio”.</p>
<p>16) A proposito. Nel 1985 i dirottatori palestinesi dell’Achille Lauro spararono in testa a un signore sulla sedia a rotelle che si chiamava Leon Klinghoffer e lo gettarono in mare: era ebreo. Nel 2022 in Pakistan i rapitori di Daniel Pearl, prima della rituale decapitazione, gli fecero dire in un video: “Mio padre è ebreo; mia madre è ebrea, io sono ebreo. Provengo da una famiglia di sionisti”. Non si vede il nesso con la questione palestinese. Si vede il nesso con l’odio antiebraico.</p>
<p>17) Dicono che gli arabi israeliani vivano in una condizione di apartheid, potenziali vittime addirittura di un “genocidio”. Ma i loro rappresentanti siedono nel Parlamento di Israele e a un certo punto gli arabi hanno partecipato a un governo nazionale. Apartheid? Genocidio?</p>
<p>18) Israele fa la pace con chi vuole fare pace con Israele. I negoziati di Camp David del 2000 erano arrivati a un passo da una pace storica tra Israele e i palestinesi di Arafat (“due popoli, due Stati”). Nel pacchetto che doveva essere approvato Israele avrebbe dovuto ritirarsi in modo definitivo dall’85 per cento della Cisgiordania (e poi addirittura dal 95) e dal 100 per cento della Striscia di Gaza. Si prevedeva l’abbandono degli insediamenti ebraici della discordia. Si affrontava persino la questione di Gerusalemme e si rendeva possibile un ritorno limitato e contingentato dei profughi palestinesi o, in alternativa, un risarcimento. Mancava pochissimo. Un soffio. Ma Arafat all’ultimo gettò tutto in aria. La pace venne sepolta. Cominciò l’“intifada dei martiri” che fece migliaia e migliaia di vittime.</p>
<p>19) Poi, di nuovo l’abisso.</p>
<p><strong>Le colpe dell’Occidente</strong></p>
<p>Magistrale, in settimana, <a href="https://www.ilfoglio.it/esteri/2023/10/10/news/finche-i-khamenei-saranno-al-potere-speranza-non-c-e-si-sappia-5763310/">Giuliano Ferrara su Il Foglio</a>.</p>
<p>“Negli ultimi due decenni è diventato di moda prendersela con l’egemonia americana, parlare derisoriamente dell’eccezionalismo americano, ridicolizzare la funzione autoproclamata dall’America di ‘polizia mondiale’ e aspirare a un mondo multipolare. Bene, congratulazioni: ora quel mondo ce l’abbiamo. Dite voi se è migliore dell’altro”.</p>
<p>Sono parole di Noah Smith, da un testo di Substack, citate finalmente anche sul New York Times da un analista, David Leonhardt, di parte liberal.</p>
<p>Quello che Ferrara chiama Demente Collettivo, è convinto che la colpa sia degli americani, dei neoliberisti, del capitalismo, della globalizzazione dei mercati, del passato coloniale europeo, dell’imperialismo americano (mai esistito), della guerra in Iraq o in Afghanistan, della risposta all’11 settembre che ora torna in forme nuove, e naturalmente del sionismo, dei governi israeliani, dell’occupazione e dell’estremismo parolaio dei sostenitori della colonizzazione in Cisgiordania, la colpa è di tutto e di tutti tranne che dell’Occidente, che ha rinunciato all’unica logica possibile, quella di riscrivere nel segno della democrazia e della libertà, del nation building contro il dilagare degli stati canaglia, la mappa mondiale.</p>
<p><strong>Israele e Ucraina ultimi argini della democrazia occidentale</strong></p>
<p>Come ha scritto in settimana su L’Opinione Valter Vecellio, in queste ore drammatiche è necessario ricordare che Israele si è completamente disimpegnata da Gaza nel 2005; che, da giorni, affronta una offensiva senza precedenti: i terroristi di Hamas stanno sparando migliaia di razzi e missili mortali contro la popolazione israeliana; come i nazisti hanno ucciso e uccidono ebrei solo e unicamente perché tali; non si può e non si deve chiedere a Israele di assistere inerme e inerte al massacro dei suoi figli.</p>
<p>Per questo Israele si deve difendere e va difesa.</p>
<p>Si tratta del baluardo dei nostri valori: democrazia, diritto, libertà.</p>
<p>“La libertà dell’Occidente si difende sotto le mura di Gerusalemme”, così diceva Ugo La Malfa.</p>
<p>Israele e Ucraina sono i fronti ove è in gioco la democrazia dell’Occidente tutto.</p>
<p><strong>È giusto vietare le manifestazioni pro Palestina?</strong></p>
<p>In paesi come la Francia, oggi, manifestazioni del genere, creerebbero anzitutto dei problemi di ordine pubblico. È terribile da dire, ma è un fatto. Un fatto che impone forse di ripensare anche l’atteggiamento dell’Occidente verso il supporto che le teocrazie del Golfo assicurano alle comunità islamiche in Europa.</p>
<p>Troppi soldi dal Qatar affluiscono in Occidente per finanziare moschee ove molti predicatori sono tutt’altro che benevoli verso le comunità che stanno loro intorno.</p>
<p>La democrazia è un regime, né più, né meno. E come tutti i regimi deve garantirsi la sopravvivenza, non potendo tollerare chi si adoperi per la sua distruzione o il suo superamento.</p>
<p>Con un aiuto da Popper e le sue riflessioni sulla società aperta per evitare il paradosso della libertà e quello della tolleranza: intolleranti con gli intolleranti.</p>
<p><strong>Un intervento del nostro vicesegretario Bepi Pezzuli</strong></p>
<p>Le immagini strazianti di civili inermi assassinati, bambini neonati decapitati, uomini e donne bruciati vivi, cadaveri dissacrati dovevano rimanere una testimonianza della Shoah, foto ingiallite di eventi occorsi in Europa 80 anni fa e che non si sarebbero dovuti verificare mai più. Mai più.</p>
<p>Invece, l’odio antisemita è esploso di nuovo, in Israele in questi giorni, in queste ore. Barbarie e atrocità indicibili perpetrate non dai nazisti tedeschi, ma dai terroristi palestinesi di Hamas. Quanto sta accadendo infligge un duro colpo al sogno Sionista, esibendo in diretta planetaria il fallimento dello Stato ebraico nel compiere il suo dovere più sacro, la ragione per la sua esistenza: proteggere gli ebrei, affinché il genocidio non potesse essere compiuto mai più. Mai più.</p>
<p>Amir Levy ha spiegato con parole toccanti l’eccezionalismo israeliano. &#8220;Sopravvissuti all&#8217;olocausto nazista in Europa, così come ebrei provenienti da altre parti del mondo, continuarono a migrare in Israele, nonostante le difficoltà, le restrizioni e i pericoli, e non smisero mai di affermare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella loro patria nazionale&#8221;.</p>
<p>Queste parole, tratte dalla Dichiarazione di Indipendenza di Israele, sono un ricordo vitale che la premessa fondamentale dello Stato ebraico, specialmente in seguito all&#8217;Olocausto, non era necessariamente la democrazia, il liberalismo, l&#8217;uguaglianza o persino la libertà &#8211; tutti valori importanti, il cui mantenimento ha, negli ultimi sei mesi, lacerato la società israeliana dall&#8217;interno.</p>
<p>Piuttosto, lo Stato ebraico era stato fondato innanzitutto per garantire la vita degli ebrei; solo dopo aver garantito questo, poteva essere intrapreso lo sviluppo più ampio e la coltivazione delle varie norme, ideali e istituzioni che danno scopo e significato alla vita. Questo è il significato dell’eccezionalismo ebraico.</p>
<p>Le Forze di Difesa di Israele (IDF) sono da sempre il cardine della società israeliana. I leader politici di Israele hanno indossato l’uniforme, pagando il servizio militare col sangue. Come Netanyahu stesso, che ha perso il fratello Yoni a Entebbe.</p>
<p>Le IDF sono sempre state il potere; sia militarmente, combattendo e difendendo Israele e i suoi cittadini; che simbolicamente, rappresentando la nuova forza ebraica (ad esempio, durante il sorvolo dei caccia israeliani sopra Auschwitz-Birkenau nel 2003). Questa legittimazione deriva dalla promessa che ogni soldato israeliano presta al suo popolo: gli ebrei non saranno aggrediti mai più. Mai più.</p>
<p>Finita la guerra, gli ebrei chiederanno conto al Primo Ministro Benjamin Netanyahu e al suo governo intossicato dai Kahanisti perché abbiano miseramente fallito nel compiere il loro dovere più fondamentale: proteggere gli ebrei. Ma ora occorre serrare i ranghi: Israele appare sull&#8217;orlo di una guerra regionale inevitabile. Non solo con Hamas a Gaza, ma anche con Hitzbullah in Libano e forse, in uno scontro frontale con il regime degli Ayatollah in Iran.</p>
<p>L’attacco mortale di Hamas da Gaza di sabato scorso è stato variamente definito l’&#8221;11 settembre&#8221; di Israele, la &#8220;Pearl Harbor&#8221; ebraica. Ma questo, purtroppo, è qualcosa che sconvolge la psicologia ebraica: la sensazione di poter essere aggrediti anche nella propria terra. Da sabato, è calata la notte sul porto sicuro.</p>
<p><strong>La tremenda domanda che non vogliamo farci</strong></p>
<p>Non possiamo dire di non sentire vicinanza con le parole di Emma Bonino: la popolazione civile di Gaza non è tutta fatta di terroristi e fiancheggiatori e togliere luce e acqua è tremendo e probabilmente ai confini del diritto internazionale.</p>
<p>Non siamo guerrafondai e vorremmo la pace più di chiunque altro. Non riconosciamo la legittimità di sentimenti di vendetta e non abbiamo mai fatto il tifo per l’amministrazione Nethaniau.</p>
<p>Abbiamo, anzi, avversato apertamente il suo tentativo di indebolire lo stato di diritto con la riforma della giustizia che vorrebbe scavalcare la Corte suprema. E ci disgustano certi estremisti al governo come Ben-Gvir.</p>
<p>La domanda delle domande oggi però è solo una. Una domanda che nessuno di noi vorrebbe farsi. Se Hamas continuerà a lanciare missili da Gaza, come altrimenti dovrebbe difendersi Israele?</p>
<p><strong>Il libro della settimana (perché noi i libri li leggiamo, Ministro)</strong></p>
<p><a href="https://www.amazon.it/gp/product/8867087541/ref=ox_sc_act_title_1?smid=A11IL2PNWYJU7H&amp;psc=1" target="_blank" rel="noopener">Il sabba intorno a Israele</a>. Fenomenologia di una demonizzazione. Di Niriam Ferretti</p>
<p>Nessuno stato moderno ha subito per cinquant’anni un ininterrotto processo nei suoi confronti come Israele. In seguito alla Guerra dei Sei Giorni del 1967, e alla clamorosa vittoria israeliana contro gli eserciti guidati da Nasser, Israele ha iniziato a essere presentato all’opinione pubblica mondiale come uno stato canaglia, responsabile di misfatti e abusi ai danni degli arabi palestinesi assurti al ruolo di vittime e di «resistenti».</p>
<p>Questa narrativa fondata su menzogne, distorsioni e omissioni è servita a costruire un vero e proprio romanzo criminale in cui è confluito inesorabilmente tutto il materiale nero sugli ebrei formatosi nell’arco di millenni.</p>
<p>In tal modo, la micidiale macchina del fango messa in moto alla fine degli anni ’60 dagli stati arabi perdenti con la complicità dell’Unione Sovietica ha risarcito i vinti sul campo di battaglia, concedendo loro uno straordinario successo sul piano della propaganda.</p>
<p>La marchiatura a fuoco di Israele, la sua demonizzazione attraverso l’uso di parole stigmatizzanti come «colonialista», «razzista», «genocida», «nazista», è oggi diventata una terribile banalità. Quella stessa banalità semantica dileggiante e patibolare che negli anni ’30 e poi ’40 veniva adoperata in Europa prima che si passasse allo sterminio organizzato.</p>
<p>Oggi, l’antisemitismo si ricicla con la maschera presentabile dell’antisionismo, in voga tanto nelle manifestazioni di piazza dove si inneggia alla distruzione di Israele, quanto nei salotti «colti» e in ambito accademico e mediatico.</p>
<p>Si tratta di degradare in effigie ciò che non si può distruggere materialmente, vera e propria propedeutica per l’omicidio che si spera di tornare un giorno a commettere mentre il mondo assiste indifferente.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-31-14-10-2023/">Newsletter Libdem n. 31 &#8211; 14/10/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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		<title>Newsletter Libdem n. 30 &#8211; 7/10/2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Oct 2023 14:49:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Due cose su di noi Non siamo inermi, non ci stiamo relegando al ruolo di spettatori passivi rispetto alle elezioni europee, alle connesse questioni di posizionamento e alle liti dentro il fronte liberaldemocratico. Ve lo assicuriamo e vi chiediamo ancora di prestare fiducia. Siamo in una fase di valutazione ed elaborazione su tutti i fronti.&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-30-7-10-2023/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter Libdem n. 30 &#8211; 7/10/2023</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-30-7-10-2023/">Newsletter Libdem n. 30 &#8211; 7/10/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Due cose su di noi</strong></p>
<p>Non siamo inermi, non ci stiamo relegando al ruolo di spettatori passivi rispetto alle elezioni europee, alle connesse questioni di posizionamento e alle liti dentro il fronte liberaldemocratico.</p>
<p>Ve lo assicuriamo e vi chiediamo ancora di prestare fiducia.</p>
<p>Siamo in una fase di valutazione ed elaborazione su tutti i fronti.</p>
<p>E presto chiederemo anche la vostra opinione sul da farsi. Entro la fine del mese di novembre indiremo un incontro aperto a tutti gli iscritti, nel corso del quale vorremmo dare la parola a voi e dibattere tutti assieme liberamente.</p>
<p>Keep the faith. La missione di dare una rappresentanza liberale all’Italia è sempre più urgente e importante.</p>
<p><strong>L’indipendenza è anche una questione di apparenza</strong></p>
<p>No, non ci è certamente piaciuta la pubblicazione da parte di Salvini del video della manifestazione del 2018 in cui compare la giudice di Catania Iolanda Apostolico. Niente di ciò che fa Salvini ci piace.</p>
<p>Ma non ci piace nemmeno vedere un giudice ad una manifestazione politica. Esattamente come non ci piace (anche se non ci stupisce) vedere Conte e Schlein ad un congresso di una corrente della magistratura (e pure l’esistenza di correnti politicamente orientate della magistratura non ci piace, ecco).</p>
<p>L’indipendenza è anche una questione di manifestazioni esterne. E di percezione.</p>
<p>Non pensiamo certo che il magistrato debba vivere isolato e indifferente rispetto alla realtà, chiuso nella torre d’avorio del suo tecnicismo.</p>
<p>Il magistrato è un cittadino. Ma non un cittadino qualsiasi. Ci sono professioni che impongono delle limitazioni, dei sacrifici, non c’è nulla di strano.</p>
<p>Facciamo nostre le parole della Corte costituzionale: “Ai magistrati è affidata in ultima istanza la tutela dei diritti di ogni consociato, e per tale ragione sono tenuti &#8211; più di ogni altra categoria di funzionari pubblici &#8211; non solo a conformare oggettivamente la propria condotta ai più rigorosi standard di imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo ed equilibrio nell&#8217;esercizio delle funzioni, secondo quanto prescritto dall&#8217;art. 1 del d.lgs. n. 109 del 2006, ma anche ad apparire indipendenti e imparziali agli occhi della collettività, evitando di esporsi a qualsiasi sospetto di perseguire interessi di parte nell&#8217;adempimento delle proprie funzioni. E ciò per evitare di minare, con la propria condotta, la fiducia dei consociati nel sistema giudiziario, che è valore essenziale per il funzionamento dello Stato di diritto” (Corte cost., 12/11/2018, sent. n. 197).</p>
<p>La giudice Apostolico non avrà commesso alcun illecito disciplinare nel partecipare a quella manifestazione e sarà stata sicuramente in buona fede.</p>
<p>Il caso scoppiato dimostra però che quantomeno una questione di opportunità dovrebbe imporre di astenersi dal prendere parte attiva e manifesta a simili eventi. Così come dovrebbe imporre di non palesare alcuna opinione politica sui social network (il che è stato attribuito senza smentite alla stessa giudice).</p>
<p>L’indipedenza agli occhi della collettività è anche – e forse soprattutto – una questione di apparenza.</p>
<p><strong>Nemmeno Meloni si salva</strong></p>
<p>Di Salvini inutile parlare, ma nemmeno Giorgia Meloni si salva.</p>
<p>Sulla sentenza della giudice Apostolico, che ha disapplicato alcune parti del c.d. decreto Cutro ritenendole in violazione della normativa europea, Giorgia ha sostanzialmente tacciato il tribunale di insubordinazione, mettendola &#8211; secondo un copione ormai stantio &#8211; sull’interesse nazionale.</p>
<p>Di più, definendo la sentenza un attacco al «governo democraticamente eletto», ossia, nella sostanza, accusando la magistratura di sovversione della sovranità popolare.</p>
<p>Ma come si fa?</p>
<p>Alla fine anche Giorgia Meloni tradisce la sua vena populista.</p>
<p><strong>In Italia la disinformazione è da primato</strong></p>
<p>È un record tutto italiano: nei primi sei mesi dell&#8217;anno sono stati rimossi da Facebook oltre 45 mila contenuti perché &#8220;violavano le politiche di disinformazione dannosa per la salute o di interferenza con gli elettori nei Paesi degli stati membri dell&#8217;Ue&#8221;. È quanto emerge dal rapporto della Commissione europea sull&#8217;attuazione del Codice di condotta da parte delle piattaforme social.</p>
<p>Il secondo Paese per contenuti rimossi dal social di Meta è la Germania con però meno della metà rispetto all&#8217;Italia, 22 mila contenuti. Seguono la Spagna (16 mila); i Paesi Bassi (13 mila) e la Francia (12 mila).</p>
<p>L&#8217;Italia è dunque il Paese europeo in cui si fa più disinformazione.</p>
<p>Qualche idea sul perché ce l’abbiamo.</p>
<p>In Italia la quota di cittadini in possesso almeno di un titolo di studio di scuola superiore è pari a 62,9%, un valore decisamente inferiore a quello medio europeo (79,0% nell’Ue27) e a quello di alcuni tra i più grandi paesi dell’Unione. Inoltre, in Italia solo il 20,1% della popolazione (di 25-64 anni) possiede una laurea contro il 32,8% nell&#8217;Ue.</p>
<p>Sipario.</p>
<p><strong>Gli amici di Giorgia meloni in Europa continuano a voltare le spalle all’Italia</strong></p>
<p>Al centro del Consiglio europeo informale che si è concluso ieri a Granada c&#8217;è stata anzitutto l&#8217;immigrazione</p>
<p>Il tema migranti richiede decisioni a breve, si tratta di “una crisi europea, etica e umanitaria, con bande criminali che sfruttano e traggono profitto dalla miseria dei più vulnerabili” si legge nella lettera congiunta tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il premier britannico Sunak diffusa al termine di un vertice convocato a sorpresa dai due.</p>
<p>Il Consiglio odierno si è concluso con una dichiarazione di 27 Paesi approvata all&#8217;unanimità in tutte le sue parti tranne che in quella relativa ai migranti a causa del veto di Polonia e Ungheria.</p>
<p>È stata sostituita da una dichiarazione “separata” del presidente del Consiglio Ue Charles Michel: “La migrazione è una sfida europea che richiede una risposta europea. La migrazione irregolare deve essere affrontata immediatamente e in modo determinato. Non permetteremo ai trafficanti di decidere chi entra nella Ue”.</p>
<p>Le ragioni dello stop di Budapest e Varsavia sono effetto del regolamento sulle situazioni di crisi, per il quale si sarebbe dovuto procedere a maggioranza qualificata e non all&#8217;unanimità. Nonostante il tipo di voto sarebbe corretto dal punto di vista formale &#8211; giuridicamente non è necessario per le decisioni del Consiglio UE su questioni migratorie &#8211; Orban e Morawiecki contestano che nei precedenti vertici europei (dicembre 2016, giugno 2018 e giugno 2019) si sia parlato di ricerca del consenso e che quindi ricollocazione e il reinsediamento dovrebbero essere applicati su base volontaria.</p>
<p>Ciò che viene contestato da Polonia e Ungheria è che le questioni sulle migrazioni non possono essere approvate solo a maggioranza, in base alle conclusioni del vertice del giugno 2018, dove si parla di &#8216;consensus&#8217;, ovvero unanimità, per la riforma del Regolamento di Dublino.</p>
<p>&#8220;Se sei legalmente stuprato, costretto ad accettare qualcosa che non ti piace, come pensi di raggiungere un compromesso? È impossibile&#8221;, è stata la provocazione del premier ungherese Orban, escludendo ogni possibilità di accordo &#8220;non solo ora ma anche negli anni a venire&#8221;.</p>
<p>Gli ha fatto eco Morawiecki: &#8220;Sono il Primo Ministro della Repubblica di Polonia. Sono responsabile della sicurezza della Polonia e dei suoi cittadini. Pertanto, in qualità di politico responsabile, respingo ufficialmente l&#8217;intero paragrafo delle conclusioni del vertice sulla migrazione. La Polonia è e rimarrà sicura sotto il governo del PiS&#8221; ha postato su X.</p>
<p>E, a conclusione dei lavori, si è levata la voce del primo ministro ceco Fiala: &#8220;Respingiamo l&#8217;introduzione di una redistribuzione obbligatoria dei migranti tra gli Stati membri perché non è né giusta né praticabile&#8221;.  Al summit &#8220;è emerso un chiaro consenso sul fatto che la migrazione illegale debba essere affrontata attivamente insieme. Dal punto di vista ceco, è essenziale rafforzare la protezione e la gestione delle frontiere esterne, prevenire la migrazione illegale, combattere i contrabbandieri e rendere più efficace la politica di rimpatrio&#8221;.</p>
<p>Il no di Polonia e Ungheria &#8220;è una posizione che comprendo perfettamente” ha ovviamente detto Giorgia Meloni, secondo il copione standard per cui se un politico fa gli interessi “nazionali” non sbaglia mai.</p>
<p>Molto pragmatiche le dichiarazioni seguenti, invece: “L&#8217;Italia ha votato il Patto migrazione e asilo, perché le nuove regole sono per noi migliori delle precedenti. Ma io non ho portato questa come priorità. Finché continuiamo a parlare di come distribuiamo queste persone all&#8217;interno dell&#8217;Ue non solo produciamo un pull factor, cioè un richiamo, ma soprattutto nessuno può pensare di risolvere il problema in casa sua scaricandolo su un altro. (…) L&#8217;importante è riuscire, non importa quanto tempo servirà, preferisco trovare una soluzione strutturale a un fenomeno che altrimenti sarà sempre fuori controllo&#8221;.</p>
<p>Granada ha portato anche un “disgelo” tra Roma e Berlino. Dopo due settimane di tensione, è arrivata una “tregua” tra Giorgia Meloni e Olaf Scholz. La presidente del Consiglio e il cancelliere tedesco si sono incontrati a margine del Consiglio. Un incontro preparato dalle diplomazie, dopo i botta e risposta sui fondi concessi da Berlino a Ong impegnate nei salvataggi di migranti in Italia, poi dall&#8217;emendamento tedesco (successivamente ritirato) a favore delle stesse Ong presentato al Patto per le migrazioni e l&#8217;asilo.</p>
<p>Scholz, in conferenza stampa, ha confermato il riavvicinamento: &#8220;Con Meloni in modo molto pratico abbiamo concordato che non lavoriamo gli uni contro gli altri, ma gli uni con gli altri&#8221; ha detto, precisando che sui finanziamenti alle Ong non decide lui, ma il Bundestag (cioè il Parlamento).</p>
<p><strong>Le ambizioni di Giuseppe Conte </strong></p>
<p>Come svela <a href="https://www.ilriformista.it/bersaglio-schlein-conte-fa-concorrenza-al-pd-sognando-di-tornare-a-chigi-386253/">Il Riformista</a>, a spiegare candidamente le ambizioni di Giuseppe Conte è un parlamentare del M5s, al riparo da occhi indiscreti, in uno dei corridoi di Montecitorio. “L’unico leader in grado di battere questo centrodestra è Conte, d’altronde non sappiamo nemmeno se l’anno prossimo Schlein sarà ancora la segretaria del Pd”, spiega il deputato a taccuini chiusi.</p>
<p>Gli eletti del M5s, che prima se la prendevano con il “partito personale di Conte”, adesso pensano che questa deriva personalistica sia l’unica carta nel mazzo dei pentastellati per la sopravvivenza del Movimento fondato da Beppe Grillo.</p>
<p>Un’altra forza politica basata sul consenso del leader, dunque. Altro che l’uno vale uno dei pionieri del grillismo. Nella testa di Conte, è proprio questa non scalabilità dei Cinque Stelle, accoppiata a una cronaca mancanza di leader all’interno del Pd, a fornirgli una possibilità per realizzare il suo sogno.</p>
<p>In bocca al lupo, Italia.</p>
<p>Iscrivetevi a Libdem se non l’avete ancora fatto.</p>
<p><strong>Putin si ricandida</strong></p>
<p>In Occidente e in Russia è tempo di campagne elettorali. E per Vladimir Putin l&#8217;occasione per gongolare.</p>
<p>La vittoria del populista Robert Fico in Slovacchia e il taglio degli aiuti a Kiev dal bilancio temporaneo approvato dal Congresso statunitense costituiscono un dolce antipasto di quello che spera possa accadere nei prossimi mesi: una vittoria dei disgreganti fronti nazionalisti.</p>
<p>Secondo fonti del Cremlino Putin annuncerà a novembre la sua candidatura per un quinto mandato da presidente della Russia.</p>
<p>Il lancio della campagna per le presidenziali del 17 marzo 2024 potrebbe avvenire in occasione di una visita di Putin all&#8217;Expo russa ma nei fatti è già iniziata, sia con dichiarazioni che con la campagna bellica e di propaganda.</p>
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<p><strong>Come sta davvero l’economia russa</strong></p>
<p>Sarà anche data in crescita grazie all’aumento dei prezzi di petrolio e gas, agli interscambi con i paesi del Sud del mondo e all’aggiramento delle sanzioni, ma l’economia russa oggi è soprattutto un’economia di guerra.</p>
<p>La carenza di manodopera e soprattutto di lavoratori qualificati, a causa del loro arruolamento per la guerra con l’Ucraina, i casi di nazionalizzazione (se ne conoscono una trentina) di grandi aziende, i gravi problemi sperimentati nei settori economici legati alla logistica per la necessità di riorientare le soluzioni logistiche da ovest a est, il deterioramento della qualità dei beni di consumo.</p>
<p>Come <a href="https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/leconomia-russa-e-sempre-piu-uneconomia-di-guerra-146648">riporta l’ISPI</a>, il governo russo ha dichiarato che, nel 2024, le spese per la difesa ammonteranno all’equivalente di 108 miliardi di dollari: il triplo del 2021, l’ultimo anno pre-invasione, e il 70% in più rispetto a quanto previsto per il 2023.</p>
<p>Per sostenere lo sforzo bellico in Ucraina, Mosca sembra disposta a utilizzare ogni risorsa disponibile, fra tasse straordinarie e “donazioni volontarie” imposte alle aziende occidentali che lasciano la Russia. Una pressione eccezionale sull’economia, che spiega in parte anche la crescita del PIL russo registrata nel breve termine, ma che comunque costringe il Cremlino a fare scelte molto difficili: cosa tagliare, tra sussidi e welfare.</p>
<p><strong>Machado</strong></p>
<p>La più popolare leader dell&#8217;opposizione venezuelana ha fatto attendere i suoi sostenitori per quattro ore giovedì, mentre superava il percorso a ostacoli predisposto per lei dal governo.</p>
<p>María Corina Machado ha avuto bisogno di tre auto diverse per superare i posti di blocco militari e i manifestanti pro-regime aizzati contro di lei dal governo che le sbarravano la strada verso Valencia, a circa 100 miglia a ovest della capitale, per tenere un comizio elettorale.</p>
<p>In Venezuela sta succedendo, sì. Una candidata di ispirazione liberale guida i sondaggi per le primarie d’opposizione e si appresta a sfidare Maduro alle prossime elezioni presidenziali.</p>
<p>E lo fa, attenzione, da dentro il sistema, rappresentando la parte migliore del sistema, quella che non si è data mai per vinta di fronte ai soprusi del regime.</p>
<p>Non si tratta di un’altra forma di populismo uguale e contraria a quella del chavismo che aizza le masse contro falsi nemici.</p>
<p>Machado fa politica da decenni e si candida con idee di grande concretezza per il futuro del Venezuela.</p>
<p>Machado definisce se stessa &#8211; e il suo partito, Vente Venezuela &#8211; come &#8220;liberale&#8221; sia politicamente che economicamente.</p>
<p>La sua visione politica ruota attorno alla riduzione delle dimensioni dello Stato come fornitore di politiche pubbliche, sostenendo l&#8217;imprenditorialità e promuovendo il libero mercato, come mezzo per creare ricchezza e posti di lavoro in un&#8217;economia devastata.</p>
<p>La sua idea del governo è simile a quella che avevano in mente Margaret Thatcher o Ronald Reagan e, stando al Sud America, l&#8217;ex presidente cileno Sebastián Piñera, di centro-destra, che assunse due mandati (2010-2014, 2018-2022).</p>
<p>&#8220;Margaret Thatcher ha avuto il coraggio di difendere i suoi valori per tutta la vita contro tutti quelli che le si opponevano&#8221;, twittò Machado nel 2013, forse alludendo a se stessa.</p>
<p>Dopo la morte della Thatcher trascorse un decennio a destreggiarsi tra il regime chavista &#8211; guidato da Nicolás Maduro dopo la morte del suo predecessore &#8211; e la stessa opposizione.</p>
<p>Solo ora si è guadagnata un grande seguito.</p>
<p>&#8220;Se sradicare la povertà come compito dell&#8217;intera società è un&#8217;idea di sinistra, allora sono di sinistra. Se credere nella libertà personale, negli investimenti, nella produttività è una posizione di destra, allora sono di destra&#8221;, disse nel 2012.</p>
<p>Influenzata da economisti come Ludwig Von Mises e Milton Friedman, Machado ha un&#8217;interpretazione della politica locale che si colloca a destra dei tradizionali partiti democratici venezuelani, che governavano il Paese da prima che Chávez prendesse il potere nel 1999.</p>
<p>La sua visione sulla distribuzione dei fondi sociali è più americana che europea, così come il suo discorso profondamente anticomunista.</p>
<p>Machado si sta muovendo con determinazione verso le urne.</p>
<p>È convinta che il governo le abbia fatto un favore annunciando &#8211; senza alcuna base legale &#8211; la sua squalifica dal processo elettorale.</p>
<p>Da allora ha rilanciato la sua candidatura &#8211; sia all&#8217;interno che all&#8217;esterno del Paese &#8211; per le primarie presidenziali del 22 ottobre. Anche se è stata squalificata dai tribunali controllati dai chavisti, la gente grida a María Corina nelle strade: &#8220;Ti abilito con il mio voto!&#8221;.</p>
<p><strong>La destituzione di McCharty</strong></p>
<p>Gli Stati Uniti non hanno più il leader della Camera, proprio mentre dovrebbero approvare la legge di bilancio per finanziare il governo, inclusi gli aiuti militari all’Ucraina nella fase cruciale della controffensiva.</p>
<p>Una lotta fratricida interna al Gop, che dimostra come il dominio dell’ex presidente Trump stia spaccando non solo l’America, ma anche i suoi alleati più stretti.</p>
<p>Non era mai successo. Nessuno speaker era mai stato sfiduciato.</p>
<p>Formalmente i repubblicani lo accusavano di aver evitato lo shutdown con il sostegno dei dem e di avere un accordo segreto con Biden per finanziare Kiev.</p>
<p>Dopo la sfiducia, McCarthy ha paragonato Putin a Hitler e difeso la decisione di aprire una inchiesta per l’impeachment di Biden, spiegando che non si candiderà di nuovo alla poltrona di speaker.</p>
<p>Il voto per eleggere il successore è stato fissato per la prossima settimana. Tra i candidati potrebbe esserci Steve Scalise, il suo ex numero due: origini italiane (i suoi avi immigrarono in Louisiana nell’Ottocento), è in terapia per un cancro, ma si sarebbe già messo in movimento – secondo il sito Politico &#8211; per valutare se ha i voti per essere eletto.</p>
<p>Nel 2002 Scalise fu criticato per aver parlato ad un incontro di un gruppo suprematista; si è invece conquistato il rispetto di molti dopo essere sopravvissuto a un attentato di un estremista di sinistra che gli sparò nel 2017 ad una partita di baseball.</p>
<p>Un altro possibile candidato è Jim Jordan dell’Ohio, che fa parte (lo ha anche presieduto) del cosiddetto Freedom Caucus, il gruppo che include Matt Gaetz e altri ribelli anti-McCarthy. Chiunque voglia essere leader dovrà venire a patti con questa esigua ma ingovernabile fronda del partito.</p>
<p>Il deputato della Florida Matt Gaetz, che ha guidato il drappello di ribelli che hanno portato alla destituzione dello speaker, afferma di essere sicuro «sulla base delle sue conversazioni con Trump» di aver fatto la cosa giusta.</p>
<p>Una dichiarazione un po’ vaga, che sembra suggerire l’endorsement dell’ex presidente per la destituzione.</p>
<p>Ma in realtà Trump, che a gennaio aveva telefonato ad alcuni deputati per spingerli a votare per McCarthy, stavolta non si è schierato.</p>
<p>Gaetz è un fedelissimo dell’ex presidente, ma lo sono pure deputate come Marjorie Taylor Greene e Lauren Boehbert che invece non hanno votato per la rimozione dello speaker.</p>
<p>Trump, che ha passato in settimana una nuova giornata in tribunale a New York ed è stato ammonito per le intimidazioni allo staff del giudice, ha scritto sui social: «Non capisco perché i repubblicani litighino sempre tra loro anziché prendere di mira la sinistra radicale democratica».</p>
<p><strong>La crisi energetica di Cuba</strong></p>
<p>Prosegue la crisi economica ed energetica a Cuba, crisi acuita negli ultimi anni per vari motivi politici, ma anche per la pandemia che ha bloccato per oltre due anni il turismo, una delle fonti di reddito principali dell’isola.</p>
<p>Negli ultimi tempi, a causa dei ben noti problemi politici che hanno investito le nazioni che le fornivano petrolio, Russia e Venezuela, si è aggravato il problema energetico con ripercussioni sia sulla vita di tutti i giorni che sul settore economico.</p>
<p>In questo momento scarseggia anche il carburante nel settore agricolo, cosa che mette a rischio la semina in un settore economico fondamentale,</p>
<p>Secondo il governo, che continua ancora ad incolpare il “bloqueo” statunitense, si tratta di un problema congiunturale.</p>
<p>Il ministro per l’energia ha negato ogni analogia con il grave periodo sofferto da Cuba nei primi anni ‘90, seguente al disgregamento dell’Unione Sovietica che costituiva una fonte consistente di rifornimento di prodotti ed energia.</p>
<p>Ma nell’isola nessuno crede più a queste parole di circostanza perché sono decenni che la gente fa fatica anche a soddisfare le esigenze primarie e il malcontento sale sempre di più, con conseguente aumento dei controlli e delle limitazioni di libertà.</p>
<p><strong>Il libro della settimana (perché noi i libri li leggiamo, Ministro)</strong></p>
<p><a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/lera-del-lavoro-libero/">L’era del lavoro libero</a>, di Francesco Delzio.</p>
<p>C’è una straordinaria rivoluzione in corso nel mondo del lavoro, di cui pochi finora hanno colto la reale portata.</p>
<p>L’affermazione dello smart working e dei nuovi modelli di lavoro ibrido, l’incredibile ondata della great resignation, i nuovi equilibri tra occupazione e vita privata invocati dalla Generazione Zeta e ricercati anche dalle generazioni più mature, le nuove strategie di engagement e valorizzazione dei dipendenti nel segno della sostenibilità perseguite da grandi e medie aziende, segnano una svolta epocale che manda definitivamente in soffitta il modello fordista, ridisegnando le modalità di lavoro e il valore stesso dell’occupazione.</p>
<p>Sullo sfondo infine la possibilità di realizzare un’economia della partecipazione, che offra ai lavoratori la possibilità di un coinvolgimento molto più profondo rispetto ai destini della propria azienda. Fenomeni così diversi tra loro hanno un punto in comune.</p>
<p>È la progressiva “liberazione” del lavoro da gran parte dei vincoli, delle barriere, dei pesi economici e sociali che lo hanno caratterizzato a partire dalla Rivoluzione Industriale.</p>
<p>Non è un sogno ad occhi aperti: è un trend che diventerà sempre più visibile nei prossimi anni, assecondando la nuova coscienza del lavoro che si sta formando a partire dalle generazioni più giovani.</p>
<p>Stiamo entrando nell’era del Lavoro Libero. In questo nuovo paradigma, l’occupazione non ha più un luogo di lavoro fisico esclusivo ma vive di connessioni. Non ha più un datore di lavoro per tutta la vita, ma è fluida e flessibile come le nostre vite.</p>
<p>Non è più in netta contrapposizione con la cura della famiglia e la gestione del tempo libero, perché questi aspetti stanno diventando parte integrante della qualità del lavoro stesso e della sua produttività.</p>
<p>Non è più dominata, infine, dalla guerra tra profitto e salario, perché imprenditori e collaboratori sono sempre più protagonisti di un progetto comune.</p>
<p>Il futuro del lavoro è già presente tra di noi. Siamo pronti a questa rivoluzione?</p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-30-7-10-2023/">Newsletter Libdem n. 30 &#8211; 7/10/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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		<title>Newsletter Libdem n. 29 &#8211; 30/9/2023</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Sep 2023 20:37:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il nostro evento di Lucca Molto partecipato il nostro evento di Lucca intitolato “Per l’Europa del futuro” organizzato dal nostro coordinatore regionale Paolo Vannini, al quale sono intervenuti il nostro Presidente Andrea Marcucci, i fondatori Oscar Giannino e Alessandro de Nicola e l’eurodeputato di Renew Europe Nicola Danti. Più di 100 persone in sala a&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-29-30-9-2023/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter Libdem n. 29 &#8211; 30/9/2023</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-29-30-9-2023/">Newsletter Libdem n. 29 &#8211; 30/9/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il nostro evento di Lucca</strong></p>
<p>Molto partecipato il nostro evento di Lucca intitolato “Per l’Europa del futuro” organizzato dal nostro coordinatore regionale Paolo Vannini, al quale sono intervenuti il nostro Presidente Andrea Marcucci, i fondatori Oscar Giannino e Alessandro de Nicola e l’eurodeputato di Renew Europe Nicola Danti.</p>
<p>Più di 100 persone in sala a dimostrare che il nostro obiettivo della più ampia convergenza possibile verso una lista unitaria alle prossime elezioni europee non è affatto velleitario.</p>
<p>La politica è l’arte del possibile e del compromesso? Certamente. Pure della lotta per le proprie idee.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Giorgia Meloni e la nuova teoria del complotto</strong></p>
<p>Giorgia Meloni evoca il sempreverde complotto del governo tecnico, l’idea che dietro gli aumenti dello spread e le liti con la Germania sulle Ong ci sia un piano per farla sloggiare da Palazzo Chigi.</p>
<p>Ha parlato di complotto lei stessa a La Valletta durante i lavori del vertice EuMed9: «La preoccupazione la vedo soltanto nei desideri di chi immagina un governo democraticamente eletto debba andare a casa per essere sostituito da un governo che nessuno ha scelto. Mi diverte molto il dibattito. Si fanno già i nomi dei ministri. Ma temo che questa speranza non si tradurrà in realtà. L’Italia rimane una nazione solida, che ha una previsione di crescita superiore alla media europea. E a quella di Francia e Germania».</p>
<p>Una evocazione che ci fa sorridere e che ha il sapore di una mossa propagandistica per aizzare il proprio elettorato e indurre la maggioranza all’unità in vista di una manovra che politicamente si rivelerà piuttosto deludente.</p>
<p>Non c’è nessun complotto all’orizzonte. Ci sono il mondo e l’Ue a cui rapportarsi secondo regole precise. Ogni governo cade da sé.</p>
<p>Ci ricordiamo, vero, la teoria del grande complotto applicata alla caduta del governo Berlusconi nel 2011 e ripescata propri in questi giorni in occasione della morte di Giorgio Napolitano?</p>
<p>Chi la evoca scorda sempre la mozione di sfiducia del dicembre 2010, ritardata proprio da Napolitano per permettere la votazione della legge di stabilità, che non abbatté il governo Berlusconi per soli 3 voti, compromettendo però gravemente gli equilibri di maggioranza e gettando le premesse per la caduta un anno dopo.</p>
<p>Ogni governo cade da sé in democrazia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Piantedosi a Bruxelles (Scholz ci aiuta più di Orban)</strong></p>
<p>Giovedì Piantedosi ha mollato prima della fine il vertice europeo dei Ministri degli affari interni, indetto dalla presidenza spagnola per approvare la modifica del Patto europeo sui migranti.</p>
<p>Il governo italiano vuole fare in modo che l’Unione europea si doti di una politica migratoria comune più efficace di quella attuale o preferisce stare dalla parte di Polonia e Ungheria, che semplicemente e sovranamente non vogliono una politica comune su migrazione e asilo?</p>
<p>Questo il dilemma.</p>
<p>Di fatto Piantedosi ha bloccato un’intesa sul c.d. “regolamento crisi”, uno dei pilastri del nuovo Patto migratorio.</p>
<p>In linea con l’annuncio che era stato fatto dal cancelliere Olaf Scholz, la Germania – che a luglio aveva bloccato l’intesa – giovedì ha confermato il suo via libera al testo di compromesso presentato dalla presidenza spagnola.</p>
<p>Ma le concessioni fatte a Berlino non sono andate giù al governo italiano che non ha dato il suo assenso.</p>
<p>Durante la sessione dedicata ai negoziati sul Patto, il ministro Matteo Piantedosi non è intervenuto e poco dopo ha lasciato anzitempo il Consiglio di Bruxelles per rientrare a Roma.</p>
<p>La ragione?</p>
<p>Sarebbero due, in particolare, gli emendamenti introdotti da Madrid per andare incontro alle richieste del governo tedesco, e in particolare ai Verdi, che si stanno rivelando indigesti per il governo italiano.</p>
<p>Nella proposta spagnola di compromesso sarebbe stato cancellato per intero l’articolo 5 del regolamento, che prevedeva la possibilità di derogare agli standard previsti sulle condizioni di accoglienza in caso di forti flussi migratori, un’opzione fortemente voluta dal governo italiano, ma duramente contestata dai Verdi tedeschi.</p>
<p>La presidenza spagnola ha deciso di depennare l’intero articolo, che avrebbe potuto prestarsi a usi distorti lasciando i richiedenti asilo in condizioni precarie.</p>
<p>Altro punto della discordia il passaggio in cui si afferma che le Ong che fanno attività di ricerca e soccorso non potranno essere accusate di “strumentalizzare” i migranti per destabilizzare un Paese.</p>
<p>Di che si tratta?</p>
<p>Del nuovo pacchetto sulla politica migratoria comune fa parte anche la regolamentazione della c.d. strumentalizzazione dei fenomeni migratori.</p>
<p>Fu la Commissione Europea, nel dicembre 2021, a presentare una proposta di regolamento per affrontare le situazioni di strumentalizzazione in materia di migrazione e asilo per rispondere ai fenomeni sempre più diffusi e preoccupanti di Governi di paesi terzi che utilizzano i flussi migratori come strumento per destabilizzare l’Unione Europea ed i suoi Stati membri.</p>
<p>La proposta permetterebbe agli Stati membri di derogare alle proprie responsabilità in materia di diritto d’asilo dell’UE in situazioni di “strumentalizzazione” della migrazione. Il meccanismo previsto dal regolamento sarebbe permanentemente e a disposizione degli Stati membri che possono invocarlo in molteplici situazioni, consentendo loro di derogare ai propri obblighi.</p>
<p>Una proposta che l’Italia dovrebbe voler approvare subito.</p>
<p>Invece, la precisazione &#8211; voluta dalla Germania, lasciamo a voi giudicare se in risposta o meno alla polemica sollevata da Meloni sugli aiuti tedeschi alle proprie ong, come se noi non finanziassimo le nostre &#8211; che le navi di ricerca e soccorso non potrebbero comunque essere ritenute veicolo di strumentalizzazione a Meloni e Piantedosi non piace.</p>
<p>Una precisazione di compromesso che, andiamo, risulterebbe più che accettabile. Che senso ha fare i processi alle ong? Quelli del governo italiano sono attacchi fuori bersaglio.</p>
<p>Il punto è che Scholz ci aiuta più di Orban.</p>
<p>Il cancelliere tedesco alla fine ha infatti deciso di sconfessare il suo ministro degli Esteri, la verde Annalena Baerbock, molto attenta al rispetto dei diritti dei richiedenti asilo, per fare in modo di raggiungere un compromesso più che accettabile.</p>
<p>Polonia, Ungheria, Repubblica ceca e Austria pretendono invece di cancellare tutte le regole dell&#8217;Ue sull&#8217;accoglienza e il rispetto dei diritti, lasciando i paesi di confine da soli a gestore il fenomeno.</p>
<p>Il solito cortocircuito sovranista che non fa bene all’Italia: ogni volta che Meloni va a prendere applausi nei congressi dei partiti sovranisti europei prende applausi contro il nostro Paese.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La fiducia in Giorgia Meloni è frutto della mancanza di alternative</strong></p>
<p><a href="https://tg24.sky.it/politica/2023/09/25/leader-politica-sondaggio-youtrend">Nel sondaggio realizzato dall’istituto di ricerca Quorum/YouTrend per Sky TG24</a> emerge che, dalle ultime elezioni a oggi, la premier è la leader politica valutata meglio: è al 20%, con dietro Conte al 19%. Per quanto riguarda la fiducia, gli italiani la ripongono per il 37% nel leader del M5S e per il 36% nella presidente del Consiglio. Guardando alle intenzioni di voto, rispetto al 25 settembre 2022, a livello nazionale FdI rimane il primo partito al 30,7% (+4,7%).</p>
<p>Per molti sondaggisti un gradimento personale così alto quando quello del governo è in diminuzione è il frutto del fatto che all’orizzonte l’elettorato non vede alternative.</p>
<p>Sbalorditivo e disarmante il giudizio su Conte.</p>
<p>Per noi uno sprono a fare di più e meglio.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Meloni e Salvini</strong></p>
<p>In un giorno, in sequenza, Matteo Salvini si è sentito dire dal capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che gli appalti del ponte sullo stretto difficilmente partiranno nel 2024.</p>
<p>E poi è stato il suo ministro, Giancarlo Giorgetti, che nel question time ha bocciato qualsiasi condono perché “il governo non ha intenzione di farne”.</p>
<p>E infine, mentre il Consiglio dei ministri chiamato a esprimersi sulla Nadef e sui migranti era in corso, si è venuti a sapere che è scomparso anche l’articolo del decreto che prevedeva l’intervento della Guardia costiera (grande strumento di propaganda e azione per Salvini) negli hotspot in caso di arrivi consistenti e ravvicinati di migranti sul territorio nazionale provenienti dalle rotte marittime del Mediterraneo.</p>
<p>Poi nella conferenza stampa che illustrava la Nadef è arrivata l’ultima bordata: «Il nostro scopo non deve essere quello di inseguire il consenso, ma raggiungere risultati concreti».</p>
<p>Pochi soldi, insomma, per manovre propagandistiche.</p>
<p>Pochi soldi per Salvini.</p>
<p>Come ha scritto Il Foglio in settimana, la situazione economica non è rosea ma si può gestire, la Lega un po’ meno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nella Nadef un bagno di realismo in vista della manovra </strong></p>
<p>Sulla Nadef è stato tutto un arretramento. Quaranta miliardi di euro avevano chiesto i partiti della maggioranza (chi più chi meno), ce ne sono venti se tutto va bene.</p>
<p>O meglio, per essere pignoli, ce ne sono dodici, cioè tanti quanti corrispondono ai titoli di stato in più da vendere sul mercato per coprire le spese. Il resto verrà da una spending review che sembra ai minimi termini, da qualche magheggio uscito dalle fertili menti degli abili funzionari del Tesoro, un po’ di aggiustamenti e un pizzico di condoni.</p>
<p>Lo vedremo il mese prossimo quando Giancarlo Giorgetti presenterà la prima vera legge di bilancio in questa nuova era delle aspettative crescenti e della realtà decrescente.</p>
<p>La manovra dovrebbe aggirarsi sui 30 miliardi e dovrà in buona parte fare leva sul deficit.</p>
<p>Nel quadro pluriennale dovrebbero però trovare spazio anche privatizzazioni per circa l’1% del pil (20 miliardi). Inquietante, però, la citazione su MP, che per Giorgetti dovrebbe costituire una «leva per costruire un polo bancario forte».</p>
<p>Un ruolo fondamentale lo giocherà Marcello Sala, indicato quale nuovo direttore generale del dipartimento Economia del Mef, dove, dopo lo scorporo dal Tesoro, ricadranno le partecipate.</p>
<p>Dalla spending review, inoltre, dovrebbero arrivare 2 miliardi.</p>
<p>A pesare sarà in parte l’impatto della politica monetaria restrittiva messa in campo dalla Bce, l’aumento dei tassi d’interesse sottrae infatti risorse dell’ordine di 14-15 miliardi, ma sta dando frutti in termini di contenimento dell’inflazione.</p>
<p>La Nadef ha poi dovuto tenere conto delle revisioni al ribasso sulle previsioni italiane arrivate da un po’ tutte le organizzazioni internazionali. Quest’anno la crescita del pil sarà dello 0,8% e non dell’1%. Il prossimo si stima un’espansione dell’1% a politiche invariate e dell’1,2% con il contributo dei provvedimenti in manovra, mentre il rapporto debito-pil sarà al 140,1%, dal 141,7% del 2022 per arrivare al traguardo del 139,6% nel 2026. Il tasso di disoccupazione è atteso nel 2024 al 7,3%.</p>
<p>Nel 2024 l’indebitamento programmatico, che tiene conto dell’effetto delle misure della legge di bilancio, schizzerà al 4,3% dal 3,6% tendenziale. Ciò vuol dire sforare di circa 14 miliardi. «In Europa capiranno», ha detto Giorgetti. Il livello è infatti oltre il 3% previsto dalle regole di bilancio europee, che il prossimo anno, se non sarà trovato un accordo sulla riforma, torneranno in vigore</p>
<p>Mentre per il 2023, la contabilizzazione del Superbonus porta il rapporto deficit-pil al 5,3% dal 5,2% tendenziale.</p>
<p>È poi confermato il taglio del cuneo fiscale, anche per il prossimo anno. Per il governo si tratta della priorità tra le priorità.</p>
<p>Altre misure dovrebbero riguardare gli interventi a favore delle famiglie con figli e l’attuazione della prima fase della riforma fiscale. Nelle pieghe della Nadef anche i rinnovi contrattuali del pubblico impiego, in particolare quelli della sanità.</p>
<p>Nel frattempo, con il nuovo decreto Proroghe è stata estesa al 31 dicembre l’agevolazione per l’acquisto della prima casa riservata agli under 36.</p>
<p>«Stiamo lavorando per scrivere una manovra economica all’insegna della serietà e del buon senso», ha detto Giorgia Meloni.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il commento di Cottarelli</strong></p>
<p>Sulla Nadef Carlo Cottarelli si è detto deluso. «Certo, non ha sbancato i conti ma non era il caso di impostare una manovra in deficit, oltretutto in un momento in cui bisogna dimostrare all&#8217;Europa di saper essere rigorosi».</p>
<p>Per Cottarelli c’è però una parziale attenuante nel calo del PIL.</p>
<p>«Il governo ha dovuto &#8220;gonfiare&#8221; il deficit per mantenere almeno qualche promessa come il taglio del cuneo. Ne risulta però aggravata la posizione relativa del Paese nel momento in cui è ultimo in Europa come spread e costo del debito. Sarebbe stato meglio iniziare a tempo dovuto un&#8217;attenta revisione della spesa, che avrebbe reso meno affannosa la rincorsa a caricare il disavanzo e un domani il debito, che per ora scende solo per l&#8217;inflazione. Una spending review triennale avrebbe cominciato già a dare frutti. Rispetto agli anni in cui ero commissario, esistono ancora sacche di improduttività da cui ricavare cifre superiori ai 300 milioni annunciati».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Segni di vita dal Parlamento</strong></p>
<p>Come ricorderete, il Governo ha emanato alcune settimane fa un decreto-legge che costituisce la più drastica espansione della facoltà di uso dello strumento delle intercettazioni ambientali e telefoniche nella storia Repubblicana. In che modo? Applicando il già eccezionale regime di intercettazione previsto per i reati di mafia (nessun limite nei luoghi di privata dimora, strapotere delle Procure, obblighi motivazionali drasticamente affievoliti, trojan a go-go) anche a reati comuni commessi “con modalità mafiose”, una aggravante che può essere contestata per le più fantasiose e pretestuose ragioni.</p>
<p>Non è che il Parlamento abbia inteso cancellare questo scempio indecoroso, ma almeno, in un moto di ribellione e di residua dignità, ha pensato che si dovesse porvi un qualche rimedio.</p>
<p>Sono nati così, da una felice triangolazione Forza Italia-ItaliaViva-Azione, alcuni emendamenti, principalmente riferibili ai reati fuori dal catalogo mafioso.</p>
<p>Obbligo di motivazione rafforzata del GIP; obbligo per la PG di “brogliacciare” anche le conversazioni a discarico dell’indagato, e divieto di menzionare anche solo per titoli o per sintesi le conversazioni irrilevanti per le indagini; recupero della più virtuosa giurisprudenza in tema di limitazione dell’uso delle intercettazioni come “pesca a strascico” di reati diversi da quelli per le quali esse sono state autorizzate.</p>
<p>Lega e Fratelli d’Italia, seppur controvoglia, sembrano accettare.</p>
<p>Grazie alla medesima triangolazione esterna IV-Azione-FI, sembra si vada anche verso un netto ritorno al regime di prescrizione sostanziale, cancellando nel modo giusto sia lo scempio della riforma Bonafede, sia l’astruso rimedio della riforma Cartabia.</p>
<p>Insomma, segnali di vita dal Parlamento. Di questi tempi, un’autentica rarità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Navalny</strong></p>
<p>Non c’è tregua per Aleksej Navalny, il principale oppositore del governo russo ora detenuto nella famigerata colonia penale IK-6, a 250 km da Mosca: le condizioni della sua carcerazione sono sempre più aspre, e giovedì ha annunciato su X, dove comunica tramite i suoi legali, che sarà trasferito per i prossimi 12 mesi nel cosiddetto EPKT.</p>
<p>Cioè il peggior carcere duro, con isolamento massimo. Proprio il giorno prima, il tribunale aveva respinto un suo appello per il raddoppio della sua condanna, a 19 anni, che gli era stato comminato il mese scorso per «estremismo». «Un anno di EPKT è la punizione più severa possibile in tutti i tipi di prigioni», ha detto Navalny nel suo breve thread.</p>
<p>Non dimentichiamoci di lui.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il libro della settimana (perché noi i libri li leggiamo, Ministro)</strong></p>
<p><a href="https://www.amazon.it/manifesto-del-rinoceronte-Adam-Gopnik/dp/8823524903/ref=sr_1_31?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&amp;keywords=liberalismo&amp;qid=1696058222&amp;sr=8-31">Il manifesto del rinoceronte. L&#8217;avventura del liberalismo</a>. Di Adam Gopnik.</p>
<p>Nel momento storico attuale parole come populismo, sovranismo, nazionalismo sono diventate altrettanti leitmotiv della vita politica occidentale; in America come in Europa si aggira lo spettro di un autoritarismo grossolano, tracotante, che rischia di mettere in pericolo il pensiero che da secoli anima la vera democrazia: la tradizione liberale.</p>
<p>Attaccato da destra come da sinistra, mai come oggi il liberalismo ha bisogno di essere riscoperto e tutelato, non come un catalogo di nozioni e diritti astratti, ma come la forma privilegiata con cui la politica si prende cura dei bisogni più concreti della società.</p>
<p>Adam Gopnik, studioso nonché fiero paladino del liberalismo più autentico, ne ripercorre la vicenda storica e concettuale, dalle riforme ottocentesche alle lotte per i diritti civili del secolo scorso, ammettendone i fallimenti ed esaltandone i successi.</p>
<p>Il risultato è un’appassionata – e appassionante – difesa del liberalismo, e al tempo stesso un modo per rileggerne i grandi protagonisti.</p>
<p>Da David Hume a John Stuart Mill, da George Eliot a Emma Goldman, l’autore attinge alla filosofia, alla letteratura e agli ideali alla base di una pratica che vede nel cambiamento graduale il motore più efficiente della società moderna, lontano dalle violenze rivoluzionarie e totalitarie quanto dagli eccessi del capitalismo e della globalizzazione.</p>
<p>È un’avventura avviata cinque secoli fa, e che non ha ancora esaurito la propria forza propulsiva: «Il liberalismo non è una teoria politica applicata alla vita. Piuttosto, è ciò che sappiamo della vita applicato a una teoria politica».</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-29-30-9-2023/">Newsletter Libdem n. 29 &#8211; 30/9/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Newsletter Libdem n. 22 &#8211; 12/08/2023</title>
		<link>https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-22-12-08-2023/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Piero Cecchinato]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Aug 2023 20:22:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Newsletter]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://libdemeuropei.it/?p=1920</guid>

					<description><![CDATA[<p>Qualche cosa sul Governo In settimana, sul mercato, è caduto definitivamente il palco. I segnali c’erano già tutti ed erano copiosi (uno su tutti: il divieto, unico nel mondo, alla produzione di carne coltivata), ma da più parti si è accostata la destra di Giorgia Meloni alle categorie più edificanti della politica (abbiamo persino sentito&#8230;&#160;<a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-22-12-08-2023/" class="" rel="bookmark">Leggi tutto &#187;<span class="screen-reader-text">Newsletter Libdem n. 22 &#8211; 12/08/2023</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-22-12-08-2023/">Newsletter Libdem n. 22 &#8211; 12/08/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Qualche cosa sul Governo</strong></p>
<p>In settimana, sul <strong>mercato</strong>, è caduto definitivamente il palco. I segnali c’erano già tutti ed erano copiosi (uno su tutti: il divieto, unico nel mondo, alla produzione di carne coltivata), ma da più parti si è accostata la destra di <strong>Giorgia Meloni</strong> alle categorie più edificanti della politica (abbiamo persino sentito accostare Giorgia Meloni al liberalismo).</p>
<p>Le misure di questa settimana sono misure da <strong>destra sociale</strong>. Una destra conservatrice, tradizionalistica e comunitaria (in senso nazionalistico e sovranista) che cerca di trarre i propri consensi con ricette che tendono a chiudere il mercato.</p>
<p>L’ha detto l’altro ieri <strong>Fabio Rampelli</strong>, vice presidente della Camera di Fratelli d’Italia: “FdI è la destra sociale”. Aggiungendo: “Adesso tassiamo pure altri extraprofitti”.</p>
<p>Eloquente anche quanto sostenuto da Rampelli sulle ragioni del basso livello dei salari in Italia: “In Italia c’è un grosso problema di salari bassi rispetto alla media europea e di lavoro povero e precario figlio dell’ubriacatura di certe furbesche esternalizzazioni”.</p>
<p>Accusare le esternalizzazioni all’estero dei bassi livelli salariali all’interno è un altro modo di prendere di mira quello che nella testa del governo rimarrà sempre “globalismo” da ostacolare in tutti modi.</p>
<p>Quando sentiremo un politico parlare di creare in Italia <strong>condizioni migliori per le imprese</strong> nazionali e per attrarre imprese estere sarà sempre troppo tardi.</p>
<p><strong>Banche</strong></p>
<p>Una premessa d’obbligo: questa idea che le banche sino rimaste “sorde” rispetto alle difficoltà a cui si è trovato di fronte chi ha visto crescere il saggio di interesse avendo stipulato anni fa un mutuo a tasso variabile è davvero assurda e meschina.</p>
<p>Anzitutto, va detto che chi si trova oggi in difficoltà può pur sempre ricorrere ad alcuni rimedi già previsti dalla legge, come ricordato <a href="https://www.abi.it/nuovo-memorandum-abi-su-mutui/">nel mese di luglio dall’ABI</a>.</p>
<p>Molte banche, del resto, per evitare di far entrare in default il rapporto di credito, si erano già organizzate per <strong>allungare o sospendere l’ammortamento</strong>, riducendo il costo della rata.</p>
<p>Ma il punto è un altro: cosa dovremmo dire a chi anni fa, con i tassi di riferimento molto bassi, si indebitò a<strong> tasso fisso</strong>, scontando per definizione un saggio di interesse più alto (perché, come abbiamo già avuto occasione di dire, la stabilità costa)? Dovremmo dirgli: hai fatto male, perché se te ne stavi a tasso variabile risparmiavi e in caso di rialzo ci avrebbe pensato lo Stato.</p>
<p>La fine del mercato.</p>
<p>Non stupisce, quindi, la tassazione sugli “<strong>extraprofitti</strong>” delle banche.</p>
<p>Una locuzione &#8211; &#8220;extraprofitti&#8221; &#8211; pericolosissima, perché “extra” sottende un chiaro <strong>giudizio morale</strong>: è extra ciò che è eccessivo, ingiusto, non meritato.</p>
<p>E chi lo decide cosa è “extra”?</p>
<p>L’esecutivo, con decretazione d’urgenza. Il Parlamento interverrà dopo, magari con voto di fiducia. E siccome il decreto legge non è una proposta di legge, ma già un <strong>atto avente forza di legge</strong>, che sia l’esecutivo a stabilire cosa è “extra” e cosa no, ci fa sinceramente preoccupare per il futuro.</p>
<p><em>No taxation without representation</em>. Non scordarselo mai.</p>
<p>Non a caso Giorgia Meloni ha definito questi profitti (senza nemmeno sapere di quanto si trattasse esattamente) proprio “<strong>ingiusti</strong>”: troppi soldi, troppo mercato, troppa libertà.</p>
<p>Ma che cosa intende, tecnicamente, il Governo per “extraprofitti”?</p>
<p>Si tratta della differenza tra i ricavi della banca per gli interessi passivi applicati alla propria clientela e i costi sostenuti per gli interessi attivi riconosciuti alla propria clientela e ai propri finanziatori per la raccolta di liquidità.</p>
<p>Una forchetta che in questi mesi si è allargata perché i tassi di riferimento sono cresciuti, alimentando previsioni di ricavi da record per tutte le banche perché – mentre gli interessi passivi sui rapporti di credito vengono adeguati in tempo praticamente reale alle scelte di politica monetaria della BCE – gli interessi che le banche riconoscono ai clienti sulle giacenze di conto corrente e sulle altre forme di raccolta di liquidità hanno tempi di adeguamento molto più lenti (almeno sui rapporti ordinari).</p>
<p>Ma dove sta scritto che sui semplici depositi le banche, nel 2023, debbano <strong>riconoscere tassi di interesse equivalenti</strong> a quelli scontati dai clienti sui soldi presi a prestito? Gli interessi attivi da rendita di deposito non sono più applicati in misura significativa da tempo.</p>
<p>Per ottenere una remunerazione il correntista deve investire e <strong>assumersi un rischio</strong>. Può farlo con prodotti molto semplici come i c.d. pronti contro termine.</p>
<p>Ma perché la banca dovrebbe assumersi il rischio di insolvenza del cliente a tasso basso, mentre il cliente dovrebbe ricevere una remunerazione equivalente a rischio pressoché inesistente (cioè il rischio che la banca fallisca e che i meccanismi di risoluzione e di tutela dei depositi non coprano la perdita) sul semplice deposito di somme?</p>
<p>E poi, nessuno che consideri che per la banca acquistare denaro da dare in prestito ha un costo oggi più alto? E che lo spread che la banca applica riflette un maggior rischio di controparte (cioè di insolvenza del cliente), dipendente anche, purtroppo, proprio dall’aumento del costo del denaro.</p>
<p>Il 25 giugno 2020 l&#8217;OCSE ha presentato i dati aggiornati dell’analisi che periodicamente produce sull’educazione finanziaria nel mondo. L’Italia, si collocava ancora sotto la media, con un punteggio di 11,1.</p>
<p>Emerge in tutta la sua drammatica evidenza la scarsa competenza finanziaria degli italiani.</p>
<p>E del loro Governo.</p>
<p>In settimana il Wall Street Journal ha titolato che la tassa italiana dimostra la volontà di trattare le banche come delle utilities.</p>
<p>Ci fermiamo qua.</p>
<p><strong>Mancano soldi nelle casse dello stato: ecco perché il decreto banche</strong></p>
<p>L’altro ieri Federico Fubini ha messo in evidenza che l’aspetto che forse più fa riflettere nel decreto sulla tassazione delle banche si trova all’art. 7, quello che stabilisce la destinazione del relativo gettito.</p>
<p>In quell&#8217;articolo il Governo afferma che le maggiori entrate derivanti dal provvedimento saranno — tra l’altro — «destinate per interventi volti alla riduzione della pressione fiscale di famiglie e imprese».</p>
<p>Si tratta di una destinazione molto diversa da quella scelta dal Governo socialista spagnolo, che introdusse l&#8217;anno scorso una misura analoga per sostenere il caro bollette.</p>
<p>In sostanza, in Italia, oltre ai previsti sussidi per chi è entarto in difficoltà con il mutuo, l’imposta sulle banche dovrebbe finanziare la colonna portante della politica economica del governo: la riforma fiscale, con il taglio delle aliquote sui redditi delle persone fisiche, la conferma della riduzione del cuneo fiscale (per ora scade a fine anno) e — sempre che resti nei piani — un’estensione della flat tax per il lavoro autonomo.</p>
<p>Per non dire che il prelievo sulle banche varrà solo sugli ultimi due anni, mentre il taglio delle tasse lo si vorrebbe permanente.</p>
<p>Ma questo non sarebbe il primo, né l’ultimo governo che cerca di coprire ammanchi permanenti con entrate estemporanee. Più urgente è chiedersi cosa ci dice questo episodio della finanza pubblica oggi in Italia.</p>
<p>Tutto ciò suggerisce che il Governo sia in cerca di soldi, soldi che servono urgentemente per far tornare i conti della manovra di bilancio d’autunno.</p>
<p>La Ragioneria informa infatti che nei primi sei mesi dell’anno il fabbisogno dello Stato è salito a 95 miliardi di euro, ben 52 miliardi in più rispetto a un anno fa. Possibile che il saldo fra entrate e uscite correnti del bilancio sia peggiorato di più del doppio, rispetto alla prima metà del 2022?</p>
<p>Una decina di miliardi di minori entrate vengono, in primo luogo, dai crediti d’imposta dei bonus-casa che ora molti stanno usando per pagare meno tasse: si sapeva, era previsto, ora succede.</p>
<p>Altri 19 miliardi di fabbisogno in più registrati a metà anno si spiegano con il ritardo nell’erogazione della terza rata del Piano nazionale di ripresa. Che tra breve però arriverà.</p>
<p>Resta un’altra ventina abbondante di miliardi di rosso in più nei saldi di cassa: quella parte lì è in cerca d’autore. E soprattutto in cerca di soluzione, ora che il tempo stringe per realizzare le promesse elettorali dei tagli di tasse da realizzare subito in legge di bilancio.</p>
<p><strong>Le misure contro le tariffe dinamiche dei voli</strong></p>
<p>Dicevamo di un Governo davvero allergico ai meccanismi di mercato.</p>
<p>L’art. 1 del <strong>decreto “Assetti e patrimoni”</strong> considera una “pratica commerciale scorretta”, e come tale la vieta, la fissazione dinamica delle tariffe da parte delle compagnie aree in relazione al tempo della prenotazione, laddove, congiuntamente:</p>
<ol>
<li>venga applicata su rotte nazionali di collegamento con le isole;</li>
<li>venga applicata durante un periodo di picco di domanda legata alla stagionalità o in concomitanza di uno stato di emergenza nazionale;</li>
<li>porti ad un prezzo di vendita del biglietto o dei servizi accessori del 200% superiore alla tariffa media del volo.</li>
</ol>
<p>Il Governo interviene così sui tanto criticati algoritmi che stabiliscono i prezzi in funzione del tempo della prenotazione e della pressione della domanda, interponendosi così ai meccanismi di mercato, il che ha portato Ryanair, fra gli altri, a minacciare di abbandonare le rotte sulla penisola.</p>
<p>Il cosiddetto “prezzo dinamico” è una strategia di vendita applicata in molti settori commerciali, tra cui quello dei vettori del trasporto aereo: le tariffe sono regolate da un algoritmo che tiene conto di diversi fattori, a partire dalla domanda di acquisto. Tuttavia, in alcuni casi segnalati dal Governo, questa “revenue management” ricorre a tecniche che applicate su voli nei periodi di forte domanda finiscono per essere un ostacolo alla mobilità dei viaggiatori. Un esempio: al crescere delle richieste per una determinata tratta vengono chiuse le classi di volo più basse che restano nascoste al sistema di prenotazione.</p>
<p>Bruxelles dovrà ora valutare se il decreto violi quanto stabilito dal regolamento europeo del 2008 in materia di trasporto aereo che, all’articolo 22 (Libertà in materia di tariffe), dice chiaramente che «i vettori aerei comunitari e, per reciprocità, i vettori aerei dei paesi terzi fissano liberamente le tariffe aeree passeggeri e merci per i servizi aerei intracomunitari».</p>
<p>Inutile dirvi come la pensiamo.</p>
<p><strong>Perché è sbagliato intervenire sui prezzi dei biglietti aerei: un contributo</strong></p>
<p>Riceviamo e volentieri pubblichiamo il contributo del nostro iscritto <strong>Lorenzo Gerosa</strong> sulla misura adottata dal Governo.</p>
<p>Estate: tempo di viaggi aerei e di polemiche stagionali su overbooking e caro-biglietti. Quest’anno c’è una novità. Vista “la straordinaria necessità e urgenza  di adottare misure a tutela degli utenti dei servizi di trasporto aereo, i quali, a causa dell’esponenziale aumento delle tariffe, non riescono, nei periodi di picco della domanda , a fruire dei servizi di continuità territoriale”, nell’ultimo Decreto Legge, tra le varie misure, il governo ha deciso all’art.1 di mettere mano ai prezzi in un settore – il trasporto aereo, appunto – che per sua stessa natura travalica i confini nazionali e ormai da molto tempo, per l’importanza economica e strategica degli interessi in gioco, ha una connotazione globale termine che sembra provocare ogni volta l’orticaria ai sovranisti di casa nostra.</p>
<p>Solo fermandosi al primo capoverso del decreto emergono due considerazioni: una di carattere temporale e l’altra di logica.</p>
<p>La prima è che risulta difficile intravedere oggi la straordinaria necessità e urgenza quando ad agosto ormai tutti i consumatori potenziali fruitori del trasporto aereo devono aver già effettuato la prenotazione e pagato il volo delle loro vacanze e se non lo avessero ancora fatto difficile possano trovare posto e nel caso non a prezzi economici. Classico caso di chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati.</p>
<p>La seconda è invece una palese contraddizione in termini, visto che è proprio in un momento di picco della domanda che i prezzi tendono a salire anche a compensazione, soprattutto nei casi di continuità territoriale, del basso riempimento degli aerei con conseguente riduzione dei prezzi in bassa stagione, in gergo yield management ovvero gestione della resa.</p>
<p>In parole semplici, per la compagnia aerea ogni singolo posto di un volo lasciato vuoto è come uno yogurt che dopo la data di scadenza deve essere buttato e non ha più valore.</p>
<p>Queste politiche non sono nate oggi ed il trasporto aereo attuale è frutto di decenni di evoluzione del mercato che ha avuto inizio nella seconda metà degli anni ‘80 con la deregulation negli USA e – molto più importante per noi consumatori europei – con la sentenza Nouvelles Frontières, quando la Corte di Giustizia ha di fatto esteso anche al settore dei trasporti aerei e marittimi le regole di concorrenza applicabili ad altri settori.</p>
<p>La sentenza ha rappresentato uno dei pilastri che ha portato alla liberalizzazione di questo settore, fondamentale per la realizzazione del mercato unico. Fino ad allora, considerando che il cielo è l’espressione verticale della sovranità nazionale, il sorvolo, lo scalo tecnico, l’atterraggio con sbarco di merci e passeggeri in un altro Stato erano regolati da specifici accordi e le compagnie di bandiera erano viste come un’estensione del paese come gli Azzurri, le Frecce Tricolori o la Ferrari.</p>
<p>Questo contesto comportava una situazione di mercato protezionistico dove nelle tratte interne veniva consentita una riserva a vantaggio delle compagnie di bandiera e loro controllate (tipo ATI per capirci) e nei collegamenti internazionali le rotte erano invece regolate da accordi bilaterali tra gli Stati volti a distribuire il traffico tra le proprie compagnie nazionali con soprattutto la convalida delle tariffe da parte dei due governi coinvolti.</p>
<p>Tutto questo è stato spazzato via non senza resistenze e difficoltà nell’arco di dieci anni dal 1983 al 1992 con la liberalizzazione completa delle tariffe, l’eliminazione di ogni restrizione alla determinazione della capacità operativa e la totale libertà di accesso alle rotte a tutti i vettori europei con la libertà di cabotaggio all’interno degli Stati membri.</p>
<p>La nascita e lo sviluppo delle Low Cost è una delle conseguenze di questa evoluzione del mercato e chi non si è adattato è sparito dai radar nonostante variegati tentativi di salvataggi nazionali. La vicenda di Alitalia è emblematica in questo caso dove nel corso degli anni governi di colori diversi hanno cercato di salvare una Compagnia proprio in nome dell’italianità invece di investire in un modello che fosse più rispondente alle nuove esigenze del mercato.</p>
<p>Questo processo di liberalizzazione con una politica di libera fissazione dei prezzi ha portato quindi tutte le compagnie aeree ad utilizzare tecniche per ottimizzare il riempimento di ogni volo tramite un corretto pricing per attrarre i clienti. Di sicuro la tecnologia aiuta le compagnie aeree ma anche il consumatore basti pensare ai comparatori di tariffe per trovare la migliore offerta presente sul mercato.</p>
<p>A meno che non si possa dimostrare qualunque forma di cartello o profilazione dei clienti, pensare quindi di tornare agli anni ‘80 dove un governo può imporre una politica tariffaria vietando “la fissazione dinamica delle tariffe da parte delle compagnie aeree modulata in relazione al tempo della prenotazione”, appare non solo anacronistico ma potenzialmente dannoso proprio per i consumatori che si vorrebbero tutelare, magari introducendo il concetto di prezzo medio che ha poco senso quando sono molti i fattori a contribuire a formare la tariffa e dove alla fine verrebbero penalizzati proprio quei clienti che devono usare l’aereo in bassa stagione per tornare dalle proprie famiglie nelle isole invece di andare in vacanza.</p>
<p>Infatti, è molto probabile che queste norme, a prescindere dei problemi di compatibilità con la normativa comunitaria, non avranno come effetto quello della riduzione dei prezzi, visto che – come affermato dall’AD di Ryanair Eddie Wilson – “per abbassare i prezzi occorre aumentare la capacità, cioè aumentare i posti a disposizione. Le persone che stanno consigliando Urso non sanno nulla del settore aereo, non sanno nulla di economia”. Difficile dargli torto e se dovesse ridurre l’impegno di Ryanair in Italia si aggiungerebbe al danno la beffa.</p>
<p>Certo, dopo quelli della decrescita felice ci mancavano solo i dirigisti sovranisti per distruggere un giocattolo costruito in tanti anni con un processo lungo e complesso e che ha portato milioni di persone a poter usufruire del trasporto aereo prima precluso a una stragrande parte di consumatori.</p>
<p>Ormai il governo con questi provvedimenti, di cui quello sul trasporto aereo è solo una componente, ricorda sempre di più la favola della rana e dello scorpione: è nella loro natura essere così e nonostante un inizio incoraggiante sul piano internazionale probabilmente per accreditarsi con i nostri alleati si mostrano adesso per quello che sono, dirigisti ed ostili alla concorrenza ed al mercato.</p>
<p>Di sicuro molto lontani da una qualunque sensibilità liberale a prescindere dal risultato del test della FLE.</p>
<p><strong>Taxi</strong></p>
<p>Rispetto alla bozza che era dato conoscere fino all’approdo in Consiglio dei Ministri, il decreto definitivo ha visto l’eliminazione della misura più discutibile: la <strong>possibilità di cumulo per i tassisti della licenza attuale con una seconda licenza</strong>, da esercitare anche mediante sostituzione alla guida.</p>
<p>Le misure adottate adesso sono tre:</p>
<ul>
<li>la possibilità per i comuni di rilasciare, “in via sperimentale” e temporanea (al massimo 24 mesi), licenze aggiuntive ai tassisti già in servizio, per fronteggiare lo straordinario incremento della domanda legato a grandi eventi o a flussi di presenze turistiche superiori alla media stagionale; i titolari di tali nuove licenze potrebbero poi “valorizzarle” mediante affidamento, anche a titolo oneroso, a terzi, purché, a loro volta, già in possesso di abilitazione, o mediante gestione in proprio, anche ricorrendo alla sostituzione alla guida;</li>
<li>la possibilità per i comuni capoluogo di regione, quelli capoluogo sede di città metropolitane e i comuni sede di aeroporto internazionale, di bandire il rilascio, a titolo oneroso, di nuove licenze, in misura non superiore al 20% delle licenze già rilasciate, da assegnare a soggetti in possesso dei requisiti per divenire titolari di licenza, ma non ancora possessori;</li>
<li>la sanatoria della c.d. seconda guida, nella prassi ripetutamente posta in essere, ma fino ad oggi consentita dalla legge quadro solo a determinate condizioni.</li>
</ul>
<p>Ha dell’incredibile che il cumulo sia stato eliminato a seguito delle proteste dei tassisti.</p>
<p>Cioè, ha dell’incredibile che i tassisti proprio su questo abbiano minacciato scioperi.</p>
<p>Che Paese.</p>
<p><strong>Giustizia</strong></p>
<p><strong>Gian Domenico Caiazza</strong>, presidente delle Camere Penali, l’ha denominata la più sostanziosa e micidiale estensione del potere di intercettazione di conversazioni fra privati della storia repubblicana.</p>
<p>Il regime di intercettazione, già eccezionale quando si sospetti l’associazione mafiosa, viene ora esteso anche ai reati comuni nei casi in cui il PM sospetti che il ricorso a “modalità mafiose”.</p>
<p>La norma è stata spiegata proprio come <strong>una specie di sanatoria</strong>: siccome una sentenza della Cassazione dell’anno scorso ha ritenuto abusive le intercettazioni eseguite su tali presupposti, la norma mira a legittimare tali interferenze per salvare le tesi dell’accusa nei processi in corso.</p>
<p>Una cosa degna dell’<strong>ex ministro Bonafede</strong>.</p>
<p><strong>Elezioni europee 2024</strong></p>
<p>Avrete visto che gli ultimi sondaggi sono impietosi: stando ai dati di oggi i liberaldemocratici che al Parlamento Ue sono raggruppati nel gruppo <strong>Renew Europe</strong> non eleggeranno in Italia alcun deputato.</p>
<p>I tre partiti che attualmente fanno parte di Renew Europe (Italia Viva, Azione e Più Europa) non supererebbero la soglia di sbarramento e l’Italia non avrebbe alcun deputato di quest’area politica.</p>
<p>Non ci interessano le liti, i leaderismi, le rivalità, i dissapori personali, l’astio in quest’area politica: a noi interessa mandare una rappresentanza liberaldemocratica in Europa.</p>
<p>Non riuscirci, con le sfide che attendono l’Unione nei prossimi anni, sarebbe imperdonabile.</p>
<p><strong>I Conservatori di Giorgia Meloni e l’Europa</strong></p>
<p>Cosa pensa il <a href="https://ecrgroup.eu/ecr/parties"><strong>gruppo ECR</strong></a> guidato da Giorgia Meloni dell’Europa?</p>
<p><a href="https://ecrgroup.eu/vision/Respecting_rights_sovereignty_member_states">Pensa che l&#8217;Unione europea abbia “esagerato”</a>. Che sia diventata troppo “centralizzata”, troppo “ambiziosa” e troppo lontana dai cittadini comuni.</p>
<p>Per questo il gruppo ECR promuove un’agenda che definisce “eurorealista”, che si baserebbe su:</p>
<ul>
<li>una profonda riflessione sullo stato attuale dell&#8217;Europa che porti a una revisione fondamentale del funzionamento dell&#8217;Unione europea;</li>
<li>il rifiuto di visioni federaliste che implicano maggiore integrazione e “più Europa”;</li>
<li>una visione alternativa di tipo confederale, di un&#8217;Unione europea come “comunità di nazioni” che cooperano in istituzioni confederali condivise in aree in cui hanno interessi comuni, mantenendo ciascuna la propria sovranità e autonomia.</li>
</ul>
<p>Non è la nostra visione per una semplice ragione: la <strong>confederazione</strong>, che lascerebbe i singoli Stati sovrani assoluti su tutte le materie, anche <a href="https://commission.europa.eu/about-european-commission/what-european-commission-does/law/areas-eu-action_it">le 5 che oggi sono oggetto di cessione di sovranità</a> come il mercato comune, costituirebbe un grosso passo indietro, creerebbe problemi di gestione della moneta unica, chiuderebbe il mercato comune per come oggi lo conosciamo, darebbe ancora meno chance ad una politica estera comune e di difesa europea, impedirebbe la condivisione di fondi come il PNRR e l’emissione di debito comune come i c.d. corona bond.</p>
<p>In una parola, di fronte alle sfide di oggi (Cina, Russia, crisi migratorie, climatiche e finanziarie) la confederazione ci renderebbe più deboli e ci lascerebbe senza paracadute.</p>
<p><strong>La Russia di Putin riscrive la Storia </strong></p>
<p>Lunedì le autorità russe hanno presentato alcuni nuovi libri scolastici pensati per l’insegnamento di storia della Russia ai ragazzi e le ragazze delle superiori, di circa 17 anni.</p>
<p>I capitoli relativi agli eventi recenti, più o meno dal 1970 in poi, sono stati completamente riscritti rispetto alle edizioni precedenti ed è stato aggiunto un nuovo capitolo per presentare i fatti successivi al 2014, tra cui anche l’invasione russa dell’Ucraina, secondo il punto di vista della propaganda promossa dal governo di <strong>Vladimir Putin</strong>.</p>
<p>Fin dall’inizio della guerra, infatti, la Russia ha cercato di controllare il modo in cui la guerra stessa è presentata ai propri cittadini dai canali ufficiali e dai media. La versione russa dei fatti è stata descritta da diversi giornali occidentali come un «universo parallelo» e una «realtà differente».</p>
<p>Le foto di alcune pagine dei nuovi libri scolastici sono state pubblicate online da vari media russi filo-governativi, tra cui l’agenzia di stampa statale RIA Novosti.</p>
<p>Il capitolo relativo alla guerra in Ucraina è intitolato: «La Russia oggi: l’operazione militare speciale», e cita quindi l’espressione utilizzata dalla propaganda per riferirsi all’invasione (in Russia non si parla di guerra, ma di «operazione speciale»).</p>
<p>I paragrafi che seguono presentano elementi ricorrenti nella narrativa promossa dal governo di Putin (ma infondati), come la «rinascita del nazismo» e la «falsificazione della Storia», mentre la volontà di destabilizzare la situazione interna della Russia è descritta come «un chiodo fisso» dei paesi occidentali.</p>
<p>Il libro sostiene inoltre che l’«operazione speciale» avviata dalla Russia sia stata una mossa necessaria per «mettere fine alle ostilità in Ucraina», una ricostruzione falsa della realtà. Inoltre l’Ucraina viene spesso definita come uno stato «nazista» e «artificiale», che dovrebbe far parte della Russia.</p>
<p>Il libro presenta in maniera fuorviante anche alcune conseguenze che la guerra sta avendo sull’attuale situazione in Russia: per esempio, sostiene che la decisione di molte compagnie straniere di sospendere le proprie attività nel paese, dovuta anche alle sanzioni economiche imposte dai paesi occidentali, abbia favorito l’apertura di nuove possibilità di mercato per le aziende russe, trasformando il paese in una «terra ricca di opportunità».</p>
<p><strong>Il libro della settimana (perché noi i libri li leggiamo, Ministro)</strong></p>
<p><a href="https://www.armandoeditore.it/catalogo/capitali-coraggioi-un-viaggio-nella-finanza-privata-dalle-strade-di-san-francisco-ai-grattacieli-di-wall-street/">Capitali coraggiosi</a>, del nostro vicesegretario <a href="https://www.youtube.com/watch?v=R43QMlaaxuQ">Bepi Pezzulli</a>.</p>
<p>Uno dei miti più resistenti nell’immaginario economico è che i fondi d’investimento finanzino buone idee o imprenditori creativi.</p>
<p>La realtà, molto più sensata, è che la finanza privata investe in industrie trasformative, che nel medio-lungo termine possano disporre di un vantaggio competitivo rispetto all’insieme del mercato. Piuttosto resistente è anche l’idea che il successo imprenditoriale dipenda esclusivamente da iniezioni di capitale di rischio nell’impresa.</p>
<p>La realtà, molto meno intuitiva, è che la finanza privata attiva soprattutto leve non finanziarie, quali la disciplina di mercato, il trasferimento di know-how e la cultura d’impresa.</p>
<p>Questo saggio racconta la trasformazione dell’economia attraverso il finanziamento di tecnologie dirompenti e discute il ruolo degli investitori quale agenti sistemici dell’economia, illustrando le tecniche di uso del capitale privato nel contesto della risoluzione delle crisi determinate da fasi economiche recessive e da shock esogeni.</p>
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<p>L'articolo <a href="https://libdemeuropei.it/newsletter-libdem-n-22-12-08-2023/">Newsletter Libdem n. 22 &#8211; 12/08/2023</a> proviene da <a href="https://libdemeuropei.it">libdem europei</a>.</p>
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